La quattordicesima parte del reportage di Marco Grassano su Creta è dedicata all’arrivo a Rethimno.
(Dalla facciata sporge l’insegna Apartments Eliza…). Entriamo dal lato sinistro, dopo aver oltrepassato un basso cancelletto. Poggiandoci al corrimano, scendiamo alcuni gradini in marmo grigio. Qualcosa di indefinito, nell’ambiente, mi ricorda i reparti più nuovi dell’ospedale civile di Alessandria.
Arriviamo nella stanzetta di ricezione, o segreteria che dir si voglia. Un piccolo scrittoio d’acero, con sopra la fotocopiatrice-fax, il telefono, il lettore per le carte bancarie e un portapenne. Alla parete, nello stesso legname, due antine e il casellario delle chiavi. Sedili abbinati al resto del mobilio, con l’imbottitura in stoffa blu.
Mostriamo la prenotazione e i nostri documenti a una brunetta abbastanza graziosa, sulla quarantina, liscia acconciatura fino alle spalle, che si esprime in un inglese discreto. Ci registra e ci informa che, se vogliamo mangiare qualcosa o acquistare cibo, possiamo andare giù, direttamente sotto il residence, sulla via litoranea. Da lì si accede anche alla spiaggia.

L’uomo basso, dai capelli grigi, che ci accompagna di sopra in camera parla invece solo greco. Ci mostra come accendere le luci e il boiler per l’acqua calda (ζεστό νερό), chiedendoci cortesemente – questo riusciamo a intuirlo – di riabbassare l’interruttore quando abbiamo finito di lavarci.
La stanza è spaziosa, luminosa. La finestra e il balcone si affacciano sul disorganico caseggiato sottostante, ma ovviamente anche sul mare, che si dilata verso il largo imitando le buie sfumature verdi e cobalto del quarzo avventurina. Letti singoli, col telaio in un pallido color menta, come pure i comodini, l’armadio, la specchiera e le superfici del ben equipaggiato angolo cucina. Il bagno è rivestito di piastrelle marmorizzate bianche e blu. Ci facciamo una doccia, prima di uscire.
Il centro dista circa un chilometro. Decidiamo di prendere la macchina, più che altro pensando al rientro di stanotte. La viuzza scende fra case a due piani (è la nostra a dominare lo scorcio) sterzando in bruschi tornanti schiacciati. I pedoni, invece, possono passare da un livello all’altro senza fare tutto il giro, utilizzando le scalinate di cemento trasversali. Buganvillee e oleandri in fiore, come a Bordighera. Ci immettiamo sulla strada costiera all’altezza del distributore BP Ultimate, inserito nella fila di costruzioni. Dobbiamo memorizzare questo dettaglio, per il ritorno.
Verso monte, il quartiere si dispiega in un lungo tratto urbanisticamente disordinato, approssimativo e incompiuto. La ciminiera di una fornace – o fabbrica – in disuso. Una piccola chiesa con pianta a croce, nel solito stile veneto-bizantino. Un vialetto pedonale, per metà di tamerici e per metà di palme, separa la carreggiata dalla spiaggia.
Una seconda ciminiera si erge accanto a un edificio fatiscente. Due file di basse palazzine, con più infamia che lode, mi ricordano l’Aurelia nel Ponente ligure. Ancora una chiesa, maggiore dell’altra ma con linee architettoniche analoghe. Il grande, folto Giardino Comunale (Δημοτικός Κήπος). Gli giriamo tutt’attorno prima di trovare, miracolosamente, un buco in cui infilare a fatica la nostra pur ridotta Celerio.
Varchiamo l’ingresso del Parco e percorriamo, fra alberi annosi, il sentiero che conduce alla tonda aiuola-fontana centrale, stretta da un anello di sassi cementati. Busti e medaglioni in bronzo, su steli marmoree, ricordano una serie di personalità storiche cittadine.
Tornati fuori, ci spostiamo sul marciapiede opposto e lo seguiamo fino alla vicinissima, verdeggiante piazzetta; poi svoltiamo a sinistra. Sfiorando tavolini di bar, andiamo a imboccare la viuzza che inizia con un arco in muratura. Ci ritroviamo nella ressa turistica del borgo antico: una densità incredibile di negozietti, botteghe e negozi più grandi, in cui sono esposti o reclamizzati prodotti di ogni genere.

Lo spazio fra le file di case non è ampio, e lo è ancor meno nel budello che diverge, a Y, verso destra, il cui aspetto ci incuriosisce però a entrarvi. Per la pavimentazione, la penombra costante, le esposizioni di mercanzia, il viavai, ha tutta l’aria di un carruggio genovese, in quella parte di città vecchia evocata, a suo tempo, da Fabrizio De André (“Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi, in quell’aria carica di sale, gonfia di odori…”), e la cui “tipicità” l’ha ormai resa tappa obbligata per i gitanti. L’angusto passaggio sfocia in una via più ampia e luminosa, a pochi metri dalla Loggia Veneziana.
Giriamo verso il porto. Uno spiraglio nel fronte di case conduce, zigzagando per qualche decina di metri e passando sotto un arco, al vicoletto dove si trovava la taverna Kyria Maria, in cui avevo pranzato nel 2000. Ecco un gruppo di tavoli e sedie bianchi, disposti sui due lati del camminamento e sovrastati da una pergola.
Il locale mi sembra questo: anche perché non ricordo vi fossero, nelle vicinanze, altri ristoranti. Comunichiamo, a uno dei camerieri che stanno apparecchiando, la nostra intenzione di cenare qui, verso le otto. Poco distante, a ridosso di un muro, una micia tricolore (bianca, tigrata di nero, rossa) si stende a terra e riceve le nostre coccole.
Riprendiamo il cammino originario. Alla fine, la strada si apre nello slargo affacciato sul mare. Verso sinistra, il marciapiede prosegue, ampliandosi e impennandosi in un terrazzamento angolato, zeppo di tavolini. Sulla destra, la caserma della Guardia Costiera e dell’Autorità Portuale. Di fianco all’edificio, un cancelletto in ferro, ornato da riccioli, ha un battente aperto, consentendo così l’accesso dei pedoni alla darsena.

Motoscafi e imbarcazioni di piccolo cabotaggio, attraccati in fila. Un’aiuola di tamerici nodose. Lo spiazzo, non pavimentato, da cui si diparte il muraglione in pietra che termina col faro veneziano. Una grande slitta di legno e un argano, presumo per trarre all’asciutto le carene (immagine oraziana).

Il camminamento superiore della diga è abbastanza accidentato. Natanti all’ormeggio anche in questa parte della rada. Ci soffermiamo lungamente ad ammirare e fotografare il tramonto, mentre bulina di fuoco il profilo scuro dei tetti. Nuvole grigio-livide movimentano il cielo verso est.
Quattordicesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- Dalla nostra camera
- Il carruggio genovese
- Il faro veneziano
- Tramonto sul porto