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Voi siete qui: Europa » A Braga: visita alla Cattedrale e alla Chiesa della Misericordia

24 Marzo 2018

A Braga: visita alla Cattedrale e alla Chiesa della Misericordia

Il reportage di Marco Grassano su Porto prosegue con la tappa a Braga.

Il tempo è carico ma, per il momento, asciutto. Vogliamo visitare Braga, cittadina del Minho, una settantina di chilometri a nord di Porto.

Largo Carlos Amarante a Braga (Portogallo)Arriviamo in stazione abbastanza presto. L’atrio dai muri piastrellati è già un fitto brulichio di persone. Poche sono chiaramente riconoscibili come turisti, per i bagagli o per l’abbigliamento insolito. Ci sono diverse biglietterie automatiche ma, non sapendo bene cosa fare, ci rivolgiamo agli sportelli, cui si accede da una grande porta ad arco, sulla destra, con l’indicazione Bilheteiras.

L’addetto in camiciotto azzurro, più anziano di me, sopracciglia folte e basettoni grigi, si stupisce che io parli portoghese. Gli spiego che ho letto tutto Saramago in lingua, e lui china leggermente il capo in segno di approvazione. Ci consegna due tesserine verdi dei Comboios de Portugal (“Treni del Portogallo”) e ci informa che possono essere usate ripetutamente, “ricaricandole” di volta in volta col percorso che si intende effettuare. Prima di salire sul treno, bisogna farle scorrere di fronte a un’obliteratrice elettronica, in testa al binario.

Domandiamo se si può fare adesso anche il biglietto per Aveiro, dove andremo domani, ma ci risponde che non è possibile cumulare nella stessa tessera destinazioni diverse. Possiamo inserire il nuovo itinerario solo al termine del viaggio già programmato. Sia sulla linea di Braga che su quella di Aveiro, è previsto un treno ogni ora, in partenza e in arrivo. Per ulteriori dubbi o chiarimenti, e per ottenere un piccolo pieghevole riportante tutti gli orari, possiamo rivolgerci, nello stanzone adiacente, all’ufficio informazioni turistiche. Paghiamo – 13,60 euro complessivi per l’andata e ritorno di entrambi: anche le ferrovie sono davvero economiche – e passiamo di là, dall’altro incaricato, per farci dare l’orario: che si apre a libriccino e si dispiega a fisarmonica.

Consultando il tabellone luminoso, individuiamo il primo treno in partenza per Braga – alle 9.15, fra pochi minuti – e vi saliamo. Altre persone, di varia età, sono sparse nella carrozza, pulita e moderna come quelle della metropolitana. Di fianco a Ester, rivolta nella direzione di marcia, si siede una donna tarchiata, mora, coi capelli lisci raccolti a coda.

Il binario entra subito in galleria e ne esce diverse centinaia di metri dopo, sul ciglione che strapiomba verso l’Avenida Eiffel e la riva del fiume. Un nuovo, breve tratto di galleria in curva. Le rotaie si moltiplicano per dar luogo alla stazione periferica di Campanhã, che ricorda, nelle tettoie sopra le banchine, quella di Torino Lingotto, ma sfoggia, in mezzo alle altre strutture supermoderne, un bell’edificio ottocentesco, di grandi dimensioni e intonacato di bianco.

Si riparte. Oltrepassiamo ponti e cavalcavia. Un tratto, coperto senza apparente motivo, da cui si scorgono, sulla destra, la parte superiore di un malconcio mercato e il tetto in rovina di una ex fabbrica. Una vasta area di smistamento convogli. Poi la linea si riduce, definitivamente, a un doppio binario. Su entrambi i lati, orribili capannoni ed esempi di pessima urbanizzazione, intervallati a scorci di campagna: frutteti, vigneti, boschi. In distanza, oltre un filare di piante, una strana collina terrazzata, forse un’enorme discarica chiusa.

Per fortuna, i cartelli nelle stazioni rendono decodificabile la pronuncia nebulosa della voce femminile informatizzata in cui si esprime l’impianto audio. Alcune fermate riecheggiano toponimi italiani, anche dialettali: São Romão, Leandro, São Frutuoso, Trofa. Altri suonano invece totalmente esotici al nostro orecchio: Esmério, Famalicão, Barrimau.

Passa il controllore, munito di un piccolo dispositivo elettronico che gli consente di verificare, accostandole al sensore, le tessere di viaggio. Da come pronuncia le tre sillabe del saluto rivolto al funzionario, intuisco che la donna accanto a mia figlia è brasiliana. Qualche superficie alberata arsa da poco. La pioggia comincia a schiacciare con forza le sue gocce contro i finestrini, e non smette più.

Arriviamo, come previsto, per le 10.20. Le stazioni nelle quali i binari terminano in batteria si somigliano, all’interno, più o meno tutte, ma fuori possono assumere fogge diversissime. Quella di Braga consiste in un tozzo parallelepipedo interamente quadrettato da lastre di vetro scuro – come il Palazzo delle Nazioni Unite – e sormontato da una mezza sfera armillare in ferro, volutamente arrugginita.

Sta piovendo. Torniamo dentro per vedere se è possibile acquistare ombrelli nel negozietto rincantucciato di fianco ai bagni e di fronte alla sala d’aspetto: che si rivela però solo una tabaccheria-edicola. Davanti alla stazione, una specie di ampia rotonda a prato e siepi, sovrastata da cartelloni pubblicitari e circondata da edifici moderni che non forniscono indizi per trovare il centro.

Il navigatore viene in aiuto ancora una volta. Attraversiamo, disciplinatamente, le strisce pedonali, portandoci accanto a una decrepita casupola con un solo piano e all’alto muro di pietra del suo cortiletto cieco. Una bianca indicazione stradale ci conferma la giustezza della direzione. Altre strisce, per arrivare a un edificio recente – calcestruzzo e ampi finestroni – la cui insegna Centro comercial da estação ci fa ben sperare, ma che nel grigio, marmoreo interno non ospita nessuna attività commerciale: solo studi di professionisti e uffici finanziari.

Proseguiamo lungo il marciapiede fino a imboccare la selciata Rua Andrade Corvo. Un caffè, un negozio di motocicli, un garage, un negozio di vernici, uno di elettrodomestici e, finalmente, un bazar cinese. Qui compriamo due ombrellini pieghevoli, di presunta marca inglese Susino, per tre euro l’uno (a Lisbona, l’anno scorso, nel sottopasso di Praça Retauradores, dagli indiani li avevamo pagati cinque). Ora possiamo girare più tranquilli.

In fondo, la via si apre di colpo: a sinistra, un’area verde circoscritta da un muschioso muro crestato di merli e una fila di bassi esercizi, per lo più garage e ristoranti a piano unico; a destra, una piazza arricchita da una fontana e istoriata da una geometria di giardini, sulla quale si affacciano edifici ottocenteschi. Sembra quasi di trovarci in Piazza Matteotti, ad Alessandria. Infatti, ecco innalzarsi, subito dopo, l’arco antico da cui si accede alla zona pedonale.

Rua Dom Diogo de Souza è però decisamente più bella della nostra via Dante, malgrado le pavimentazioni a lastrici si somiglino. Case tutte d’epoca, che non superano i tre piani. Vetrine multicolori, a carattere sempre più gastronomico man mano che si avanza. L’incrocio con una via selciata e a traffico veicolare libero. La chiesa della Misericordia. Al suo fianco, ci attira una piazzetta dalla sobrietà toscana. Attraversando un portoncino ad arco gotico, passiamo in un cortile: vi sono raccolti capitelli sbreccati e altri reperti architettonici. Da lì si accede al chiostro della Cattedrale, protetto da una porta a vetri. Entriamo, anche per avere tregua dall’acqua e alleggerire il peso degli ombrelli.

Sant'Ovidio, il santo dell'udito, a Braga (Portogallo)Ci intriga, in una nicchia, l’arcaica statua in pietra di tale Sant’Ovidio, divenuto, per una fantasia linguistica popolare ignara di poeti latini, o santo do ouvido, ossia “il santo dell’udito”; ai suoi piedi, ex voto in cera a forma di orecchio. Su mensole lungo le pareti, le effigi lignee della madonna di Fatima, di San Giuseppe, di Sant’Anna, di un piccolo San Sebastiano trafitto di frecce, di San Benedetto, di San Giovanni e del mitico San Giuda Taddeo, patrono dei casi disperati e degli affari senza rimedio. Gli archi del portico sono anch’essi chiusi da vetrate. Capitelli rotti depositati sul pavimento, tra una colonna e l’altra. Nel riquadro di terra al centro, aiuole in fiore, delimitate da basse siepi di mirto, e una fontanella grigia.

Le cappelle laterali ospitano tombe, feretri di legno in piena vista – presumibilmente di persone importanti – e reliquie. L’edicola di S. Geraldo culmina in un altare minuziosamente barocco. In corrispondenza di tre degli angoli del porticato: l’accesso alla navata del tempio, presidiato da una bassa custode di mezza età con l’aria da dama della S. Vincenzo; quello al tesoro della Cattedrale, col banco della portineria ai piedi della scala che conduce allo spazio espositivo; quello alle cappelle tumulari. Facciamo il biglietto, per soli 2 euro a testa, e iniziamo la visita.

La chiesa riesce, miracolosamente, a essere barocca solo nell’organo: vertiginosa nuvola di laminature dorate che dardeggiano sopra il portale di ingresso. Il resto (pareti, colonne, pavimento, statue di santi, alcuni dei quali insoliti, come San Giacomo Maggiore e San Giacomo Minore) è in pietra grigia di austera fattura romanica.

Il tesoro è costituito da una sfarzosa rassegna, organizzata in teche, di arredi sacri, di suppellettili cultuali e di paramenti, oltre che di opere d’arte antica a tematica devozionale. Nelle cappelle tumulari troneggiano imponenti e cesellatissimi cenotafi di marmo, in primis quello dell’arcivescovo Dom Diogo de Souza. Almeno questi non erano francescani con pretese di povertà…

La Chiesa della Misericordia a Braga (Portogallo)Usciamo passando sotto gli archi lobulati del portico anteriore. Attraverso lo stretto vicolo pedonale del Cabido, torniamo in Rua Dom Diogo de Souza. Diamo un’occhiata anche all’interno della Chiesa della Misericordia: non priva di ori nell’altare massiccio, nell’abside e negli orli della volta a botte, dei pulpiti e delle cappelle laterali. Il pavimento è in parquet, con una passatoia di tessuto blu fra le due file di banchi chiari dalla spigolosità moderna, fuori luogo.
Ventiduesima parte – Segue.
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalie:

      • Largo Carlos Amarante
      • Sant’Ovidio, il santo dell’udito
      • La Chiesa della Misericordia
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