Seconda parte del reportage di Marco Grassano sull’Olanda.

Ci prepariamo a uscire. Andiamo a prendere la metropolitana, per recarci in città a ritirare le biciclette noleggiate. Acquistiamo i biglietti all’erogatrice automatica, passiamo i tornelli e saliamo alla linea, che sovrasta, perpendicolarmente, quella ferroviaria. Ci accomodiamo su uno dei sedili. Ester trova su Internet tutti i dettagli: numero della corsa, in arrivo fra pochi minuti; stazione cui dobbiamo smontare per il cambio; linea da prendere successivamente e ora di arrivo del convoglio; stazione finale cui scendere. Un corvo saltella e svolacchia anche qui, passando dalla banchina alla trabeazione metallica che regge la copertura.
Montiamo a bordo e partiamo. Dietro di noi, un gruppo di ragazzi discorre in un dialetto campano che fatico a comprendere. Quando scendono, qualche fermata dopo, entra un ragazzone olandese, camiciotto a righine, borsello, barba corta, biondo-fulva come i capelli: quasi un giocatore di baseball nella squadra di qualche università americana, o uno di quei giovanotti che vanno in giro a predicare il Libro di Mormon.
Sotto la tettoia della piccola stazione di una zona dall’aria periferica prendiamo la seconda linea, la 51. Accanto a me è seduta una coppia sulla sessantina, con la quale scambio qualche commento, in inglese povero, circa i nomi delle fermate, osservando che weg vuol dire “strada”.
L’uomo, annuisce: tra le sue scarse conoscenze di olandese rientra quella. Chiedo di dove siano, e lui mi risponde: “Portugal”. Mi metto allora a parlare, con ben altra scioltezza e con entusiasmo, nella lingua amata: “Ah, então é muito mais fácil!”. I due sono di Lisbona, del quartiere Mercês. Quando dico all’uomo di essere italiano, mi replica di capire e leggere la nostra lingua, ma di non saperla parlare. Commentiamo il prezzo elevato degli affitti (rendas) e del mercato immobiliare lisboneta.
La moglie dice di possedere una casa sul margine sud del Tago, ma i collegamenti sono scomodi e cari, per cui hanno deciso necessariamente di rimanere in città. Commento che i proprietari di case (senhorio) preferiscono affittare ai turisti che ai residenti, ed è un peccato, perché la città si sta snaturando. Anche Madonna ora vive a Lisbona, in Rua dal Janelas Verdes, nel Paço do Rei. Dico loro che, pur essendo di origine italiana, non è venuta in Italia ma è andata lì, perché evidentemente le conveniva.
Salutiamo i portoghesi alla fermata vicina al Municipio, cui anche loro sono scesi, usciamo e prendiamo a sinistra, secondo le indicazioni del navigatore, in cerca del negozio Mike’s bike tours, che troviamo svoltando ancora a sinistra alla fine della lunga via, affacciato sull’Oosterdok.
Varchiamo l’ingresso, scendiamo la rampa di legno fino al magazzino pieno di velocipedi, firmiamo al banco tutte le carte necessarie, lasciando in garanzia la mia patente di guida, e partiamo su due mezzi per noi inconsueti: sellini larghi e comodi quasi come poltroncine, manubrio ampio e sollevato, con conseguente posizione eretta che rende leggera la fatica.

Torniamo in parte indietro e poi svoltiamo a casaccio a destra, raggiungendo il ponte che sovrasta una chiusa fiancheggiata da una casa nera di foggia seicentesca con l’insegna De Sluiswacht e tutta l’aria di un pub. In fondo al canale che vi giunge, pieno di chiatte ormeggiate ai lati, una torre con un orologio. Ci fermiamo e ci sediamo su una panchina a consultare la guida tascabile. C’è un mercatino in Albert Cuypstraat che può essere interessante visitare, dopo un giro nel nucleo centrale della città.
Cominciamo a pedalare lungo vie – tutte rigorosamente alberate – che costeggiano canali, passando ponti arcuati che mi richiamano alla memoria i telefilm dell’ispettore Van der Valk che vedevo da ragazzino, con la Daf chiara del poliziotto olandese – una delle prime auto a cambio automatico commercializzate da noi – che saliva e scendeva le loro schiene d’asino, e la sigla, che io chiamavo, non ricordo per quale associazione, “la musica della Betia”: lallallà, lallallà, lallallallallallallà, lallallà lallallalla là…
Il ponte dritto L. H. Sarlouisbrug; il Dr. Meijer De Hondbrug; altri assai simili tra loro – per le ringhiere piene di vasi fioriti e gli stendardi arcobaleno con le lettere che formano la parola PRIDE – che ci danno la sensazione illusoria di esserci già passati.
Arriviamo in un viale rivierasco; a sinistra, un segnale giallo con la scritta Omleiding. Incateniamo le bici a una delle molte rastrelliere, sollevando la ruota anteriore per inserirla nel supporto. Proseguiamo a piedi per qualche centinaio di metri e svoltiamo a sinistra; attraversiamo una zona esclusivamente pedonale e troviamo le bancarelle.

Ne percorriamo tutta la fila, dall’incrocio con Van Woustraat a quello con Ferdinand Bolstraat. Offerte disparatissime, dagli attrezzi bizzarri per cucina (i venditori, come nei mercati nostrani, richiamano l’attenzione delle massaie con sonori inviti) ai fiori, frutta e verdura, formaggi e generi alimentari, abbigliamento, scarpe, artigianato…
Notiamo, passando, un furgone-banco che propone cibi mediterranei già pronti (insalate, tapenade, olive, formaggio feta, arancini…) e pensiamo di servircene per il pranzo, ma al ritorno constatiamo che si tratta di una mera rivendita per asporto, senza la possibilità di sedersi. Optiamo quindi per un locale con posto ai tavolini: lo troviamo a pochi passi, al n° 240 della via, il Lunchcafé Bozz. Ci accomodiamo. In attesa del cameriere, alziamo gli occhi alla fila di case “tipiche olandesi”, strette e alte, in mattoni al naturale o tinteggiati di nero, marrone, rosso o carota.
Di fronte a noi, un negozio di biancheria fa sporgere dalla tenda esterna, per reclamizzare calze e collant, gambe finte che mi paiono protesi ortopediche di pessima fattura. I tavolini sono plastificati con la riproduzione di un’iscrizione romana. Gli altoparlanti diffondono canzoni melodiche in olandese: attinte però dal repertorio italiano (“Questa piccolissima serenata con un fil di voce si può cantar… Ogni innamorato all’innamorata la sussurrerà…”) o napoletano, ma anche dal country.
Le crocchette di carne di beef sono morbide, dal ripieno straordinariamente cremoso, niente affatto male. Devo ricredermi sulla qualità del cibo che mi aspettavo di trovare. L’unico dubbio è se questi piatti siano davvero autoctoni o derivino dal confronto, anche gastronomico, con le numerosissime etnie che ormai intessono la popolazione olandese, mantenendone in pieno vigore la lingua e confermando la vitalità della sua letteratura.
Mi viene in mente l’iraniano Kader Abdolah, che da decenni scrive magnifici libri in nederlandese, per lui “la lingua della libertà”. L’interno, dove paghiamo dopo una sosta ai bagni dritto in fondo, ha, nella sua abbondanza di legni scuri, l’aria di una birreria nordica.
Seconda parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- Il canale della chiusa
- La bici è il mezzo più pratico per muoversi ad Amsterdam
- Bancarelle