Gennaio 1902, Ogliastra: per partecipare al battesimo dell’ultimo nato del compare, Felice Stocchino compie un lungo viaggio a piedi in compagnia del figlioletto Samuele. Di notte, sulla strada del ritorno, il genitore si ferma davanti alla casa del bottaio per chiedere dell’acqua con cui dissetare il figlio, ma si sente opporre un rifiuto scortese. “Mio padre sputò a terra. Ce la faccio, dissi io, ce la faccio, e già m’incamminavo in direzione di casa. Mio padre non si mosse, pareva aspettare qualcosa che sapeva non sarebbe mai accaduto. Poi sputò ancora a terra e, con la punta dello scarpone, fece un segno sul terreno davanti all’uscio della casa del bottaio”. Questo gesto, questo segno scavato nella terrà arida traccerà il destino di Samuele, le cui violenze provocheranno una lunga scia di lutti che per decenni insanguinerà l’Ogliastra. Non è per libera scelta che il protagonista de Memoria del vuoto di Marcello Fois compie queste imprese. “Semplicemente” obbedisce a un codice di comportamento che impone la vendetta come risposta a un torto subito. Prima però di intraprendere la propria personale via crucis costellata di omicidi e fughe, Samuele deve perdersi e ritrovarsi, farsi uomo dalla volontà ferrea, sprezzatore del pericolo e amante della morte. Ancora piccolo deve sperimentare la caduta nell’abisso (come il giovane Giuseppe, come Daniele, come Giona), salvandosi dalla morte soltanto grazie all’intervento di un’altra bambina anch’essa temporaneamente dispersa che saprà riportarlo tra i vivi. Tra i vivi in un’epoca di guerra. Mentendo sull’età, Samuele riesce a farsi arruolare per la Libia, dove conoscerà la ferocia dello scontro corpo a corpo e la ferinità del contatto sessuale. Dall’Africa Samuele torna più morto che vivo, ma la sua ora è ancora lontana. Molti altri devono precederlo, spenti dalla sua mano che non conosce il perdono. Al pozzo del paese ritrova Mariangela, la bimba che l’aveva salvato, ora donna. Sembra una delle storie della Bibbia, dove gli incontri che segnavano il destino avvenivano proprio al pozzo, luogo d’incontro e di scambio d’informazioni.
Lo scrittore non nasconde il riferimento: “la leggenda dice che lui, come Giacobbe quando vide Rachele al pozzo, subito abbia sentito desiderio di baciarla. E racconta che questo accadeva perché dentro di lui si era palesata una certezza assoluta: che quella donna l’aveva scelto da sempre, e che non c’era proprio niente che potesse fare per costringerla a cambiare idea”. Per Samuele e Mariangela la parentesi di tranquillità si rivela per quello che è: un’illusione a cui in realtà nessuno dei due ha mai creduto veramente. Troppo numerosi e potenti i nemici. E la Storia intanto macina le sue tappe: c’è da difendere la nazione e dunque Samuele si ritrova nuovamente al fronte, questa volta al confine nord orientale, sul Carso. In trincea scopre che la maggior parte dei suoi commilitoni proviene dalla Sardegna, anzi da località che lui nemmeno sospettava esistessero sull’isola, e riceve la notizia della morte del padre, seguita da una lettera anonima che lo mette in guardia contro i prepotenti che stanno rovinando la sua famiglia. Chiede il congedo ma deve attendere mesi prima di poter tornare al paese. Il secondo ritorno darà l’avvio a un’irrefrenabile danza macabra…
La storia, basata su una vicenda reale, appassiona con il perfetto concatenarsi degli accadimenti tragici, vividi inserti sapientemente cuciti sopra lo sfondo storico dei primi decenni del Novecento. Ma è soprattutto la struttura del romanzo a colpire l’attenzione del lettore: qui l’autore mostra tutta la propria abilità, traendo elementi dall’epica, dalla tragedia greca, dai racconti esemplari, ovvero dal ricco mondo dell’oralità, dei cantastorie, con parole e brevi frasi in sardo, a volte esplicate dal contesto, altre invece non tradotte.
Consentitemi una piccola annotazione personale. Curiosamente ho ritrovato il gesto che ho ricordato all’inizio – quello del padre di Samuele fuori dall’uscio della casa del bottaio – nel racconto Il demonio è cane bianco di Sergio Atzeni, pubblicato da Sellerio insieme a un altro racconto, Bellas Mariposas che dà il titolo al volumetto. Non so se quella di Fois sia una citazione consapevole o una reminiscenza; ai lettori di ALIBI consiglio comunque la lettura anche di questi due brevi testi.
Saul Stucchi
Marcello Fois
Memoria del vuoto
Einaudi