Ci sono luoghi al mondo che non si possono non vedere. Londra, a parere di molti, è uno di questi luoghi. Parto senza una chiara idea su cosa aspettarmi. Sembra ormai una corsa contro il tempo la nostra vita, dunque parto senza avere neanche consultato una guida. Se penso a Londra mi viene in mente più che altro il Regno Unito. I grandi poeti. Niente di più. Così parto con una super offerta di una compagnia low cost che mi permette di spendere solo 40 euro per il viaggio di andata e ritorno. Ovviamente a questi prezzi si arriva non in centro a Londra, bensì all’aeroporto di Luton. Ma non ci lamentiamo, anzi sfruttiamo questo viaggio in pullman di un’oretta per vedere anche al di fuori della città e per abituarci alla guida a sinistra! Arriviamo in città verso le 23.30 e scopriamo che per Londra è molto tardi. Dunque prendiamo l’ultima corsa della metro e finalmente arriviamo a Notting Hill Gate, e da lì ci dirigiamo verso Portobello Gold, il nostro ostello nell’omonimo quartiere. Già la zona mi affascina. Casettine basse di mille colori, silenzio e verde. L’ostello è molto particolare: un stanza piccolissima dove ogni spazio è sfruttato! Un bagno dove il lavandino è dentro la doccia e dove per raggiungere il water devi passare dalla doccia stessa! Devo dire che per 40 euro a notte, non posso lamentarmi! Trovo l’ostello molto accogliente e non penso a quanto sia cara Londra! Il mattino dopo scendiamo a fare colazione nel pub dell’ostello, che più che una sala da colazione sembra una serra. Ci innamoriamo di questo Portobello Gold che riserva mille sorprese!

Iniziamo subito la nostra giornata di pioggia – non è solo un luogo comune: a Londra piove, piove e piove! – verso le mete imprescindibili: St. Paul Cathedral, il London Bridge, il Tower Bridge, la Tower of London. Da lì andiamo a Piccadilly, poi a Trafalgar Square con la National Gallery e via verso il Big Ben, la House of Parliament, Westminster Abbey, Buckingham Palace e il Wellington Arch. Insomma esageriamo nel voler vedere tutto subito. Forse per questa corsa, forse proprio la città stessa, ma non provo emozioni. Vedo cose, giro la città, ma guardo la gente e vedo una cultura non cultura. Il motivo per il quale Londra piace a molti, ovvero la multiculturalità, a me lascia invece indifferente. Tante culture, nessuna cultura, penso. Gente di tutti colori, di tutte le forme, gente con maniche corte, gente con il cappotto, gente che corre con un caffè in un cartone di Starbucks. Che cultura è questa?
Il giorno dopo la sensazione è un po’ diversa: è il famoso sabato londinese dei mercati! Iniziamo da Portobello Road Market, per proseguire in Campden Town e il più “in” Covent Garden.

Vediamo tutti i tipi di mercato di Londra. Quello che mi affascina maggiormente è Campden Town: indescrivibilmente popolare. Lì la multiculturalità diventa particolarità, non mancanza. Si può scegliere una tra le cucine del mondo e sedersi a mangiarla su vespe-sedia in un ponticello. Poi non possiamo rinunciare a camminare lungo la famosissima Carnaby Street, ma non è quella che ci si immagina. Non è più la via dei punk, è diventata la via dei negozi più chic.
L’ultimo giorno lo dedichiamo ai meravigliosi e immensi parchi cittadini. Prati bellissimi e rigogliosi grazie alla pioggia eterna, sfruttati la meglio al primo spicchio di sole. Passeggiamo lungo Hyde Park e lì vediamo il Lanchaster Palace, l’Albert Memorial, la Royal Albert Hall, la statua dedicata a Diana e i predicatori di tutte le religioni possibili. La muticultiralità. La multireligiosità. Decidiamo di sfruttare ancora le nostre gambe e passeggiare fino a Notting Hill, dove ci regaliamo l’ultimo pranzo londinese del weekend, prima di dirigerci verso Luton. E quindi come rifiutare il tipico piatto londinese della domenica, ovvero un piatto così descritto: “medium rare top rump of beef with glazed parships and carrots, yorkshire pudding, seasonal greens, horseradish cream, duck fat roast potatoes, creamed celeriac and gravy”? E tutto nello stesso piatto! Che non saprei descrivervi in nessun modo, se non “divinamente pesante”!

Testo e foto di Valeria Lonati