Prosegue e si conclude il racconto della gita in pedalò a Utrecht iniziato nella precedente puntata del reportage di Marco Grassano sull’Olanda.
Il canale piega ora a disegnare una U aperta. A destra ci ritroviamo una teoria di case, fronteggiata da un filare di piante recenti. Sullo sperone circumnavigato sorge un arcigno complesso con l’aria da prigione.
Cosa che effettivamente era, dice l’opuscolo: costruita, a metà Ottocento, con celle individuali, come in un carcere di massima sicurezza, per evitare che i detenuti si trasmettessero l’un l’altro la propensione a commettere il rispettivo delitto. Lo stabilimento penale fu chiuso nel 2014.

Sulla sinistra, una casa di mattoni con infissi bianchi, fra salici piangenti e altre chiome rigogliose. Poco oltre, si immette a perpendicolo, da sinistra, un canale, serrato tra le case e scavalcato da un ponticello. Pare un affluente del Canal Grande, a Venezia.
Il naviglio zigzaga ancora. Passiamo sotto un paio di ponti. Un branco di oche a destra, poggiate sulla rete plastificata che sporge dalla riva. Tuffano ripetutamente il becco nell’acqua, per pescarvi qualche cibo.

Arriviamo a un piccolo ponte levatoio di ferro, superato il quale ci immettiamo nel canale più ampio in arrivo da destra, che è poi quello originariamente percorso e chiamato Oudegracht (Old waterway: informazione del libretto).
Oltre il Jacobibrug, in mattoni, riprendono le banchine e i densissimi locali che le occupano: per lo più bar e ristoranti. In alto, una chiesa a frontone triangolare e colonne neoclassiche, con una greca che decora il tratto di muro sopra l’architrave dell’ingresso. Biciclette fittamente incatenare alla ringhiera. Il Ristorante Pizzeria Il Pozzo. Dirimpetto, un’altra pizzeria, dall’insegna tricolore Fusto d’oro.
L’ultima, marcata curva a sinistra ci riporta verso il tratto di banchina da cui siamo partiti. Approdo con una manovra che mi guadagna i complimenti del custode, addossando alla sponda il retro del natante in batteria con quelli già all’ormeggio.

Saliamo a farci restituire la cauzione, poi, aiutati dal navigatore, ci dirigiamo al treno, assecondando, dall’alto, il canale a gomito appena navigato. Gli alberi in fila sorgono tutti dal piano banchina. Un negozio H&M anche qui. Le vetrine del Nespresso, celebre da noi per la pubblicità con George Clooney. A ogni ponte, bancarelle di fiori e chioschi di gelati, dolciumi e panini. Terrazze di bar, senza soluzione di continuità. Di vedetta sull’angolo con la via molto ampia in cui confluiamo prendendo a sinistra, il palazzone nuovo contrassegnato dalla scritta cubitale De Planeet. Due schiere di edifici recenti e vistosi. Il vialetto imboccato stamattina. Il mastodonte di cristallo con di fronte le casupole tradizionali. Il naviglio esteriore. Il Media Market. La stazione.
Uscendo dalla città, scorgo due ciminiere terminanti in uno strano cappuccio, come fossero minareti. Gli alti camini delle centrali elettriche, già visti stamattina, poi l’area occupata dai cumuli di terreno e di detriti. Il capannone della DHL.
Ogni tanto, pecore al pascolo. A volte dividono uno stesso appezzamento con bovini o equini. Campi sportivi in serie, vicino a un gruppo di orti e relative baracchette per gli attrezzi.
Osservo di aver preso, in questi giorni, l’abbronzatura del ciclista: testa, braccia fino alle mezze maniche, gambe fino ai pantaloni corti, segno dei sandali.
Sulla sinistra, la sede di Het Parool: credo sia un quotidiano. Da qui costeggiamo un grosso canale, pieno di imbarcazioni amarrate.
Gli edifici della Koninklijke Marine: Regia Marina, certo, ma quant’è difficile da scrivere! Immediatamente dopo, lo specchio d’acqua col museo di Renzo Piano e quindi la Stazione Centrale.
Salgono e si siedono accanto a noi tre italiani maturi, dalla parlata lombarda, forse mantovana. Discutono di calcio: Roberto Carlos (che non è il cantante), Quaresma. Quello seduto di fianco a Ester ha sul cellulare il simbolo arcobaleno del Pride.
Noto animali al pascolo persino nella zona verde fra la Centrale e Sloterdijk. Un cimitero. Dall’alto dei binari, si può vedere che le “baracche di fiume” (tali mi erano parse il primo giorno) sono disposte geometricamente, come in un campeggio, circondate da alberi e cespugli.
Compriamo allo SPAR qualcosa per la colazione di domani mattina, visto che riporteremo in centro le bici partendo direttamente dall’albergo: frutta, yoghurt, latte al cacao, biscotti. Constato che è abitudine diffusa pagare col bancomat anche i piccoli importi.
Una doccia e un breve rilassamento, poi usciamo per la cena. Lì per lì siamo incerti su cosa scegliere, ma alla fine, seppur con qualche perplessità, decidiamo di sperimentare il Mediterraan Restaurant Marmaris Grill & Pizza, proprio in adiacenza al market dove abbiamo fatto la spesa. Il locale è veramente ampio, occupa una buona metà del pianterreno di questo palazzo. Ci si potrebbe ballare o pattinare. Pavimento a scacchiera, bruno e beige. Soffitto di cassettoni. Un lungo banco in legno scuro e, di fronte, alti sgabelli, per farvi appollaiare i “falchi della notte”.
Di fianco al bancone, la porta della cucina, con un’apertura-oblò a forma di stella di Davide. Ci accomodiamo sulla destra, accanto alla prima delle numerose vetrine. Il ripiano del tavolo è smaltato in flatting. I sedili, foderati di un velluto verde dai minuscoli disegni geometrici, sono soffici e comodi. Tra noi e l’ingresso, un paravento orientale.
Ci si presenta un cameriere alto, moro, baffi alla Vittorio Emanuele II, e ci parla in italiano, con una lieve nasalità che mi sembra siciliana. Ordino zuppa di pomodoro e “lasagne alla bolognese fatte in casa”, da irrorare con un boccale grande di Heineken. Ester chiede un’insalata Karides e un litro di acqua minerale: che costa più della birra.
I due uomini dietro il banco colloquiano invece in quello che mi pare turco. Il più vecchio e tarchiato deve essere il padrone. Il nostro cameriere, stranamente, si rivolge loro nello stesso idioma.
Anche l’altro cameriere, basso, barba e capelli castano chiaro, è italiano. Si avvicina alle due clienti sedute alle mie spalle, non più giovani, che prima ho udito scambiarsi qualche parola in dialetto piemontese, forse di Asti, e dice loro, con vivacità partenopea: “Ecco che tocca a me servirvi!”.
La zuppa è gustosa e le lasagne non sono affatto male. Il cuoco, qualunque sia la sua provenienza, ha una mano sapiente, bisogna riconoscerlo. Ci concediamo, per terminare, due bei gelati misti, anch’essi di buona qualità.
In fondo al salone schiamazza un gruppo di sole donne, piuttosto mature, con chiffons arcobaleno indossati a mo’ di gonna o drappeggiati sulle robuste schiene. Una di loro porta in testa una corona e a tracolla una fascia da miss, la cui dicitura – se si eccettua la parola “sexy”– non capisco.
Mentre paghiamo, il nostro cameriere conferma che la lingua di prima era effettivamente turco e, chiamandomi “professore”, mi domanda se conosco anche quella. Gli rispondo che purtroppo no. Probabilmente mi ritiene, bontà sua, un bizzarro erudito germanico. Il piccolo, cordiale napoletano ci saluta a sua volta.
Appena usciti, vediamo arrivare in auto, a sirena spenta, due poliziotti, un uomo e una donna; scendono e si infilano rapidi nello SPAR, ancora aperto malgrado siano le nove e mezza passate. Guardiamo all’interno, curiosi, ma non notiamo nulla che possa comportare un intervento delle forze dell’ordine. Magari vogliono semplicemente prendersi qualcosa da consumare durante il turno di notte.
Le vetture della polizia hanno targa gialla con matricola nera, come i veicoli comuni, e non azzurra e nera, come i taxi e gli autobus.
Trentesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
Casa in mezzo al verde
Le oche sulla riva
Quasi di ritorno