Devo alla cortesia di A.B. (ricorro alle iniziali per garantirne l’anonimato nel caso non apprezzi le righe che seguono) la scoperta di due piccoli grandi tesori: la chiesa-museo di Santa Maria di Castello a Genova e il librino Testori 8 e 43 di Ambrogio Borsani. L’ha pubblicato anni fa, esattamente nel 2010, l’editore Archinto nella collana Le mongolfiere, accompagnandolo con una prefazione di Camillo De Piaz (scomparso proprio all’inizio di quell’anno, a quasi 92 anni, ma la prefazione è datata 2006).
Il libro l’ho preso in prestito in biblioteca e poi ho subito deciso di acquistarne una copia in una libreria online. Non essendo più in commercio, si tratta di un esemplare usato. Quando l’ho aperto, ho scoperto nel foglio di guardia il timbro di uno studio dentistico (taccio il nome del comune, ma da una veloce ricerca in Rete pare che sia ancora in attività: chissà cosa ha spinto il dottore a liberarsi di un volumetto così delizioso…).

Due parole per spiegarne il titolo: Testori si riferisce ovviamente allo scrittore, poeta, artista e giornalista (1923-1993). 8 e 43, invece, rimanda all’orario del treno delle Ferrovie Nord che l’autore – a metà degli anni Settanta, per un periodo di alcuni anni – condivise con il celebre intellettuale. A quell’ora il treno partiva da Saronno con direzione Milano. Di vent’anni più giovane di Testori, Borsani era allora sulla trentina.
«In quel tempo pendolavo lungo la Transiberiana più corta del mondo. Con pochi chilometri di rotaie i treni attraversavano lande infinite, più vaste di quelle stese tra Mosca e Vladivostok. Attraversavano la vita.»
Non ho mai fatto il pendolare ferroviario e negli anni da utente di mezzi pubblici non ho avuto esperienze comparabili con quella di Borsani che poté frequentare quotidianamente uno dei protagonisti della vita culturale italiana di allora. Erano tempi turbolenti, dentro e fuori il Corriere della Sera, giornale a cui collaborava Testori.
«Molti dei suoi racconti quotidiani riguardavano proprio la linea ferroviaria su cui viaggiavamo. La vita di Testori era intrecciata ai treni delle Nord. La sua casa si affacciava sui binari della ferrovia [Ora è Casa Testori, istituto culturale e spazio espositivo, ndr]. Lungo il percorso Milano-Novate lui aveva vissuto un’infinità di emozioni, di sogni, di storie, di amori. Le tappe o stazioni delle Nord… Tappe e stazioni per me di perdizione e d’amore, disse in un’intervista.»
Le chiacchierate tra i due costituirono per l’autore i capitoli di un libro a cui ricorrere «in momenti di desolazione culturale», pagine di un «romanzo ferroviario», nonché preziose lezioni, soprattutto d’arte, quando Testori gli mostrava sul finestrino i fotocolor trasparenti di quadri di pittori da lui amati, mentre fuori correva la desolazione dell’hinterland milanese: «che sublimi allucinazioni, che scuola, che professore!».
Mentre il mio treno punta a nord, verso la Svizzera, là fuori c’è ancora la desolazione di cinquant’anni fa. Dentro, invece, manca Testori, ma è pieno di turisti russi, tanto che davvero sembra di viaggiare sulla Transiberiana più corta del mondo.
Di Borsani tornerò a parlare in occasione della recensione del suo libro Vagabondi nel Mani, pubblicato l’anno scorso da Neri Pozza. Condividiamo dunque anche l’amore per il “cuore selvaggio del Peloponneso” (per citare il sottotitolo), oltre alla stima per Testori. E poi la passione per i libri.
Giusto ieri scrivevo un pezzo tra lo sconsolato e l’ansioso sull’accumulo di libri che attendono di essere letti e mi domandavo – neppure troppo retoricamente – “che fare?”. Be’, tanto per cominciare ho acquistato un altro libro di Ambrogio Borsani che non conoscevo: L’arte di governare la carta. Follia e disciplina nelle biblioteche di casa (Editrice Bibliografica, 2017).
Saul Stucchi