Non le vendono più nemmeno in Francia le vecchie Gauloises e le vecchie Gitanes che quand’ero ragazzo un amico mi regalava di ritorno da suoi viaggi a Parigi o in Belgio e che anche io di tanto in tanto compravo, un po’ perché mi piacevano ma soprattutto perché fumarle e tenerle tra le dita mi faceva sentire, peraltro senza nessuna posa compiaciuta rivolta verso l’esterno, un giovane poeta bohémien di stanza tra una mansarda di Montmartre o del Quartiere Latino e i tavolini di un bistrot e questa completa sparizione mi ha tanto deluso quanto stupito.
Una volta il loro odore così singolare, l’aroma pungente di tabacco scuro fermentato, così diverso da quelle di tutte le altre sigarette, le bionde, impregnava in modo inconfondibile i luoghi transalpini. E poi erano le sigarette di Camus, Sartre (almeno in questo concordi), Jean Gabin, Lino Ventura, Serge Gainsbourg, Léo Ferré che aveva addirittura dedicato loro una canzone. E adesso: puf! Sparite! Cancellate!
Credo che non pochi le ricordino. Erano corte e tozze, con un diametro sensibilmente superiore rispetto a quello delle altre marche e completamente bianche, anche il filtro – se l’avevano. Anche chi non ha mai contratto il vizio del tabagismo ne rammenterà forse i pacchetti, entrambi azzurri, quando i pacchetti erano oggetti di design e da collezionismo, non ancora sconciati dalle scritte di monito e dalle ributtanti e tragicomiche fotografie da patologo o da fotoromanzo imposte dal Grande Fratello Salutista Contemporaneo.

Verticale come di consueto il pacchetto delle Gauloises Caporal, che recava l’immagine di un elmo alato; più largo che alto, dunque da appoggiare di piatto sul tavolo come se fosse un portasigarette, quello delle Gitanes, nel quale campeggiava, sempre nei toni del celeste, una voluta di fumo che conteneva la silhouette scura di una gitana, appunto, che danzava tenendo con la mano destra sopra la testa un tamburello.
Nei giorni scorsi le ho cercate dappertutto, nelle tabaccherie e nei bar di Parigi, Chartres, Rouen e Dieppe e ho anche sbirciato nei parchi e nelle piazze per verificare se ci fosse qualche guardingo venditore di contrabbando ma purtroppo non c’è stato nulla da fare. Ho tra l’altro scoperto che acquistarle sarebbe stato un piccolo lusso (che mi sarei concesso senza alcuna esitazione) perché nella sua strenua lotta contro il tabacco il governo francese ha assegnato a questo, come deterrente, un prezzo vertiginoso.
Siamo d’altronde incastrati nelle generazioni che hanno sostituito la distinzione tra il bene e il male con la distinzione tra ciò che fa bene e ciò che fa male, generazioni che vengono avvelenate in mille modi, nel corpo, nella mente e nell’anima ma non possono decidere autonomamente e liberamente di arrecarsi un po’ di danno in cambio di un piacere, generazioni con il preservativo sull’esistenza, nell’epoca in cui più o meno tutto è più o meno illusoriamente concesso ma farsi anarchicamente e senza nuocere ad altri i cazzi propri proprio no.
Tornato in Italia, ho fatto ovviamente un po’ di ricerche in rete e a quanto pare una piccola quantità di quelle mitologiche sigarette viene ancora prodotta in Olanda ed è acquistabile tramite un sito svizzero di e-commerce ma non potendo valutare l’attendibilità dell’informazione e l’affidabilità del sito e soprattutto perché me ne era passata la voglia, con l’amaro in bocca che mi lasciano questi tempi di cancellazione e sterilizzazione mentre il mondo è in fiamme, ho lasciato perdere.
Perché io avrei voluto voluttuosamente assaporarle durante la passeggiata notturna lungo la Senna, sfiorando le scatole verdi dei bouquinistes chiuse con il lucchetto – la Senna, l’unico fiume che scorre tra due file di libri. Chi l’ha detto o scritto? Forse Apollinaire? Non riesco a ricordarlo…- avendo cura di spegnere l’ultima prima di presentarmi al cospetto della facciata di Notre-Dame con i tre portali illuminati da luci che li fanno sembrare d’oro, della cattedrale ancora in corso di restauro dopo il devastante incendio dell’aprile 2019, lì davanti a “Notre-Dame de Paris! C’est un rayon de soleil! Et la Mére de la France!” come mi ha scritto un’amica francofona che vive in Spagna.
Poiché a debita distanza e dunque senza il timore di risultare volgare, fuori luogo o blasfemo, avrei voluto e potuto fumarle durante il lungo tempo trascorso, dopo avere accuratamente e lentamente ammirato gli interni e da vicino gli esterni, a contemplare, seduto nel profondo piazzale antistante, la facciata dell’altra grande cattedrale gotica, quella di Chartres.
Fumarle presumo con voracità pari a distrazione, immerso nel mio rovello, in preda a uno dei miei accessi di feroce nostalgia di Dio, la cui ferocia conosce soltanto chi vorrebbe credere ma non può, che la pietra cantata e amata da Peguy aveva risvegliato, facendomi tornare in mente a memoria i versi appropriati di un altro poeta, Giorgio Caproni:
Dio di volontà,
Dio onnipotente, cerca
(sforzati!), a furia d’insistere
– almeno – d’esistere.
L’avrei accesa con enorme piacere appena uscito da una delle crêperies di Rouen, ricominciando a camminare tra le case a graticcio, forse nel momento in cui mi sono ricordato che durante lo svolgimento del servizio civile lessi uno dopo l’altro due capolavori assoluti e quanto mai diversi: Auto da fé di Canetti e L’educazione sentimentale di Flaubert, il figlio più celebre della città normanna nella quale stavo vagabondando.
A colpirmi di più, ormai decenni fa, fu Auto da fé, romanzo unico ed estremo, al punto che il suo autore, nonostante avesse progettato di realizzare un ciclo, non sarebbe mai più riuscito a scriverne un altro ma rammento bene che terminata la lettura di Flaubert, di quel libro perfetto costruito praticamente con nulla e sul nulla, mi venne voglia di battere a lungo le mani al suo artefice, come si fa a teatro dopo la conclusione di uno spettacolo splendido.
Avrei poggiato molto volentieri il pacchetto, al riparo dal vento impetuoso che dominava la spiaggia e che avrebbe reso quel gesto superfluo e inutile, sul tavolo sotto i portici dell’osteria di Dieppe, il cui cibo già di per sè buono sono convinto ci sia parso ancora più buono a causa della gentilezza dolce della proprietaria.
E avrei infine fumato l’ultima prima di entrare con il magone nella Gare de Lyon, dove mi attendeva il treno del ritorno, prima di voltarmi un’altra volta non soltanto verso la città ma anche verso un tempo in cui il futuro anteriore, mio e del mondo, mi appariva migliore.
Giovanni Granatelli
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I libri più recenti di Giovanni Granatelli sono Nomi, cose, musiche e città (Arkadia, 2023), Resoconto. Poesie 2002-2022 (Scalpendi, 2023) e Spostamenti. Prose e racconti (Nardini, 2022).