Recentemente ho partecipato a un gruppo di lettura dedicato al romanzo La macchia umana (The Human Stain) di Philip Roth, pubblicato nel 2000. In Italia l’ha pubblicato l’anno successivo Einaudi con la traduzione di Vincenzo Mantovani. Io l’ho letto nell’edizione “tascabile” Einaudi Super ET.
Come (quasi) sempre, durante la lettura ho preso appunti, segnandomi i passaggi più significativi come le svolte narrative o i veri e propri colpi di scena, i brani che avrei potuto citare in un’eventuale recensione, le curiosità, gli spunti che sarebbe stato interessante sviluppare durante il gruppo di lettura.

Devo confessare che partecipo raramente a questi incontri, irretito in un calendario di impegni che – per la maggior parte – io stesso costruisco (e di cui, almeno al momento, non posso lamentarmi: è quello che mi piace fare).
Per una serie di ragioni, a cominciare dal poco tempo a disposizione – poco rispetto alla ricchezza di spunti forniti dal romanzo, un libro multistrato che si presta benissimo al carotaggio e alla successiva analisi “in laboratorio” – soltanto una manciata di quelli che mi ero segnato sono stati effettivamente trattati o anche solo sfiorati nella discussione.
Nella pia illusione che quel che sto per scrivere possa essere utile a qualche altro gruppo di lettura o lettore singolo, riporto qui alcuni spunti, punti di partenza per approfondimenti, riflessioni e discussioni (il libro, tra l’altro, è un catalogo di discussioni tra i vari personaggi, alcune davvero memorabili).
Domande e spunti
Da lettore uomo, bianco, europeo, laureato in lettere classiche, mi sono domandato come La macchia umana venga letto da altri punti di vista: a cominciare da quello femminile. A me il linguaggio scopertamente volgare di alcune (molte) frasi non ha creato problemi e del resto non era il primo libro di Roth che leggessi. Ad altre sensibilità dà fastidio?
A pagina 86 “malevolo puritanesimo” è la definizione con cui l’avvocato Nelson Primus chiama l’atteggiamento dei concittadini verso il professor Coleman Silk – il protagonista del romanzo -, mettendolo in guardia e invitandolo a troncare la relazione con la giovane amante Faunia Farley (lui settantunenne, lei trentaquattrenne).
Ecco: lo scostamento tra quanto si può fare o chi essere e quanto si può dire o rivelare è uno dei temi principali de La macchia umana, almeno secondo la mia lettura.
Altro tema fondamentale è quello della cultura, in particolare quella classica, base della storia e della (delle) società europee. Si comincia dalla citazione in esergo, tratta dall’Edipo Re di Sofocle, la Tragedia per eccellenza. Nelle quasi quattrocento pagine seguenti la cultura europea emerge o rimane sotto-traccia con una frequenza che non può sfuggire nemmeno al lettore più distratto (ma La macchia umana, è bene ribadirlo, non è libro per lettori disattenti). I greci certo (l’Iliade!), ma anche il Mann de La morte a Venezia, lo Shakespeare del Giulio Cesare, e poi Kundera, Dostoevskij, Sollers e la Kristeva.
Riguarda i classici l’unica citazione che voglio riportare in questo pezzo. A parlare è la sorella di Coleman, ormai sul finale della storia.
Ai tempi dei miei genitori, e anche ai miei tempi e ai suoi, le carenze erano dell’individuo. Oggi sono della disciplina. Leggere i classici è troppo difficile, dunque la colpa è dei classici. Oggi lo studente sbandiera la sua incapacità come se fosse un privilegio. Non riesco a impararlo, dunque dev’esserci qualcosa di sbagliato.”
Legato al precedente è il tema della parola. È per una parola “sbagliata” che il prof. Silk si trova nei pasticci, un paradosso – ma a ben vedere, tutt’altro che un paradosso – per una persona che ha sempre vissuto e parlato nel rispetto delle parole, del loro significato e uso. Come si possono utilizzare le parole e quali? Quali sono i confini della libertà d’espressione e quali quelli dell’interpretazione?
A pagina 22 Nathan Zuckerman – una sorta di alter ego di Roth – parla di Coleman come “il grand’uomo buttato giù dal piedistallo”, metafora di un’azione che negli ultimi anni abbiamo visto ripetuta in giro per il mondo. Ma l’abbattimento di statue è fenomeno che chi abbia anche una minima dimestichezza con i libri di storia sa non essere caratteristica di questa nostra epoca. Le statue si abbattevano già millenni prima di fenomeni contemporanei come Black Lives Matter e MeToo.
Il film
Altri spunti interessanti di approfondimento e discussione emergerebbero dal confronto tra il romanzo e la riduzione cinematografica. Il film, del 2003, è stato diretto da Robert Benton, coautore della sceneggiatura insieme a Nicholas Meyer. Ho usato appositamente l’espressione “riduzione cinematografica” perché poche volte come in questo caso il film liofilizza la ricchezza di idee, problemi, scontri e passioni che caratterizzano il libro.
Per fare solo qualche esempio: qual è il personaggio del film che più somiglia all’originale? Anthony Hokpins è credibile come Coleman Silk? E Nicole Kidman come Faunia? Perché la differenza d’età tra Silk e Zuckerman è così aumentata nel film? Il “sacrificio” del ruolo della professoressa Roux era inevitabile? A parer mio è uno dei tagli più gravi nella trasposizione. E il Vietnam, dov’è finito?
E voi, avete letto il libro e/o visto il film? Che ne pensate? La discussione è (sempre) aperta, anche quando si chiude un gruppo di lettura.
Saul Stucchi