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Voi siete qui: Biblioteca » Spellman racconta in un bel libro “Quattro vite jazz” davvero straordinarie

17 Giugno 2013

Spellman racconta in un bel libro “Quattro vite jazz” davvero straordinarie

CERTO GENIO HA UN COSTO – è un luogo comune ma la regola vale più delle eccezioni. Parliamo di un peculiare tipo di genio: quello difficile, innovativo. Non è detto che sia il migliore, ma che affascini anche per il costo che appunto comporta è stato fuori di dubbio almeno fino a qualche tempo fa – ora invece, pensare a questa discreta schiatta di solitari come a sfigati tout court è un esercizio che piace molto anche agli intellettuali e agli artisti che geni non sono e vivono a proprio agio nell’Olimpo del Mercato.
Naturalmente, è anche vero che non se ne darà un numero sconsiderato, di geni (o almeno talenti) veri che hanno scelto (o, andando per misticismi, ne sono stati scelti) vie complicate, sconosciute. Di quelle che finiscono in zone marginali, o in veri e propri isolamenti. Un mondo in cui si sono dati esempi magistrali della categoria è stato certamente il jazz – fino a quando ha cominciato a perdere gran parte della propria vitalità in cambio di una più diffusa e inessenziale padronanza tecnica (non molto diversamente da ciò che è successo con la narrativa in letteratura).

SpellmanLo sa bene l’autore di un bellissimo libro, scritto mezzo secolo fa e solo ora tradotto in italiano da Minimum Fax, Quattro vite jazz, A.B. Spellman. Poeta, critico, protagonista del Black Arts Movement, racconta vita e opere dei pianisti Cecil Taylor e Herbie Nichols e dei sassofonisti Ornette Coleman e Jackie McLean. Quattro esempi di musicisti (neri, non casualmente) che, con temperature diverse, hanno sempre sentito stretti i confini del mero entertainment cui il mercato e la ricezione abituale sembravano volessero chiudere l’universo jazz per molti decenni. Quattro vite esemplari accostabili ad altre che dentro o accanto al jazz hanno scritto pagine importanti dell’espressione musicale novecentesca – ma questo, ovvio, è il giudizio a posteriori.

La vocazione sperimentale di Cecil Taylor, musicista di formazione colta, severo, intransigente, non gli semplificò la vita. Tanto più in un caso come il suo, riuscire a smentire l’assunto di un’avanguardia incompatibile con il “bebop business” (definizione idiosincratica e controversa di Spellman) riempendo un locale come Five Spot di New York, suona, il caso di dire, come una dissonanza gradevole. Senza che uno come Taylor si piegasse verso forme musicali più comprensibili ed economicamente più redditizie. Da bravo uomo di lettere, Spellman sa che vite difficili, fatte di privazioni, incomprensioni, rischi di crolli, sono in sé materiale narrativo interessante. Qua si combatte per sopravvivere – alla lettera – non cedendo di un millimetro sulle proprie convinzioni artistiche. Qualcuno non ha avuto nemmeno la fortuna di Taylor: Herbie Nichols – consigliamo vivamente di procurarsi il poco di materiale discografico in circolazione – è stato un pianista e compositore notevole dalla vita breve: morto a 44 anni nel totale disinteresse del mercato jazzistico.

Se Jackie McLean ha segnato un punto di svolta della musica jazz, il nome di Ornette Coleman ha conosciuto battaglie durissime, periodi di crisi devastante, aperture a influenze e suggestioni musicali che sarebbero state patrimonio di tanti altri solo molti anni dopo. Non erano pochi nemmeno fra i musicisti migliori a guardarlo con sospetto. L’aggressiva eccentricità era dell’uomo come delle sue soluzioni artistiche. Che la fortuna gli avrebbe dato il suo, in seguito, Spellman nel 1966 non poteva immaginarlo. 
Michele Lupo

A.B. Spellman
Quattro vite jazz: Cecil Taylor, Ornette Coleman, Herbie Nichols, Jackie McLean (1966) 
Traduzione di Marco Bertoli
Minimum Fax
2013, pp. 272, 16 €

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