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Voi siete qui: Europa » Passeggiata al sito megalitico di Hagar Qim sull’isola di Malta

11 Giugno 2018

Passeggiata al sito megalitico di Hagar Qim sull’isola di Malta

Marco Grassano ci accompagna in una passeggiata dal sito di Ħaġar Qim alla riserva ornitologica della Torre di Hamrija.

Megaliti lavorati nel sito di Hagar Qim sull'isola di MaltaDepositiamo gli occhialini nel raccoglitore preposto e usciamo dalla sala e dall’edificio, dirigendoci verso il sentiero che punta al primo dei templi di Ħaġar Qim. Fondo di cemento striato, muretti di pietra sui fianchi, macchia mediterranea, erba vigorosa, sassi grezzi, canne. Porgiamo i biglietti al botteghino di legno subito dopo il cancello bianco e ci avviciniamo alla grande tensiostruttura che protegge le rovine: intervento conservativo e valorizzativo finanziato per il 66% da fondi europei e per il 34% dal governo maltese, secondo quanto precisa una targa.

[adsense-inarticle] I macigni, squadrati e disposti in cerchi o quadrilateri a formare le massicce pareti di questi saloni e anditi dall’aria di muto mistero, sono davvero grossi, impressionanti per l’imponenza. Ci aggiriamo negli spazi consentiti, scattando foto e leggendo – o cercando di leggere – le didascalie bilingui. Alcuni blocchi sono decorati con due spirali divergenti e una fine picchiettatura, a simboleggiare chissà cosa. Mi verrebbero in mente, pensando ai notturni vangoghiani, le galassie, gli astri più grandi e le stelle minute, ma non so se il mio accostamento sia pertinente.

Sito megalitico di Hagar Qim a Malta: incisioni nella pietraCi dirigiamo ora, percorrendo un sentiero più stretto e molto più lungo pavimentato in pietra saldamente commessa, verso il secondo tempio, L-Imnajdra, che ci appare, in distanza, coperto anch’esso da una struttura metallica del tutto analoga.

Quasi in aderenza a destra, un tratto di frastagliato muro a secco, come ne faceva forse già Odisseo a Itaca, dal quale tracima, all’inizio, una gonfia colata di fichi d’India. Verso sinistra, una vasta gariga ondulata divalla fino al bordo del faraglione; più in là, nel mare, si vede l’isolotto, o immenso scoglio, di Filfla.

Il viottolo fila dritto, isolato, leggermente più alto rispetto al piano campagna. Un breve sentiero in terra conduce a una tozza e minuta casetta di sasso grezzo, senza finestre né tetto visibili, che ha, disposti davanti alla porta, un paio di tavoli da picnic. Proseguendo, arriviamo all’incrocio con un sentiero ghiaioso, che da un lato scende sul mare e dall’altro sale verso alcune piatte costruzioni con l’aria da rustico ma solido ovile siciliano.

Alla fine, varchiamo un secondo cancello – poco più di una porta, in realtà – ed esibiamo il biglietto a un’altra guardiola di assicelle stinte, munita, sul retro, di un bagno chimico blu. Il custode, qui, è un uomo, forse per la maggiore, rischiosa appartatezza del sito. Le rovine paiono occupare una superficie leggermente più ampia rispetto all’altro tempio, e i lastroni picchiettati a martello vi si trovano in numero maggiore, ma le massicce caratteristiche costruttive, e l’impressione enigmatica che se ne ricava, sono le stesse. Una didascalia illustra le differenze di durezza, di porosità e quindi di peso tra le rocce usate alla base e quelle delle pareti interne e degli accenni di volta.

Di nuovo fuori dal cancelletto, seguiamo un viottolo di terra rossiccia e ci inoltriamo nella gariga, aggirando massi, cespugli e piccole pozze di fango lasciate dalla pioggia. Arriviamo a un cippo commemorativo, “Sacred to the memory of His Excellency Sir Walter Norris Congreve, VC, KCB, MVO, DL, Governor of Malta, buried at sea on the 4th March 1927 between this spot and Filfla island”.

Ci domandiamo cosa significhino tutte quelle onorevoli sigle, di memoria vagamente fantozziana, e lo scopriamo su internet: Victoria Cross, Knight Commander of Bath, Member of the Victorian Order, Deputy Lieutenant.

Dominiamo dall’alto lo zaffiro intenso della marina. Arranchiamo abbastanza faticosamente sul suolo irregolare – facendo molta attenzione a dove mettiamo i piedi – verso una torre di avvistamento che ricorda quella di Dernice, ma è ancora in perfette condizioni. Il vento è molesto, e ci spruzza a volte addosso goccioline pungenti come aghi.

La torre di Hamrija a MaltaArriviamo. Un avviso segnala il pericolo di caduta. In basso, l’acqua si frange, schiumando, contro un arco di roccia: propaggine che si ricongiunge alla scogliera in prossimità di un promontorio terroso sul quale è disegnata, coi sassi, una grande “S” chiusa in un cerchio. Più al largo, leggermente appannato, il prisma di calcare scuro di Filfla. In lontananza a destra, a occupare l’intera testa di un altro piccolo promontorio, i molteplici edifici di qualche insediamento turistico.

Malta: l'arco di roccia e l'isolotto di FilflaLa torre presenta un’inaccessibile entrata, ad arco, solo all’altezza del piano superiore. Una locandina esplicativa plastificata denomina il monumento It-torri Tal-Hamrija e ne racconta in breve la storia, che parte dalla costruzione, nel 1659, a opera del Viceré di Sicilia e Gran Maestro dei Cavalieri di Malta Martín de Redín.

Torniamo verso il camminamento principale. Qualche sparuto rudere di casotti in pietra, forse antichi ovili. Due cartelli bilingui illustrano, con foto, le caratteristiche di Filfla. Il nome viene dalla parola araba che significa “pepe”. Sorge a circa cinque chilometri dalla costa. Nel 1343 vi fu costruita una piccola cappella, distrutta dal terremoto del 1856 che fece sprofondare parte dell’isola. Fino al 1971, fu utilizzata dalla Royal Navy e dalla Royal Air Force come bersaglio per le esercitazioni di tiro. Dal 1980, i sei ettari di superficie sono una riserva ornitologica.

Altre due locandine, appena oltre, riportano schede delle principali specie animali, di grande interesse naturalistico, presenti in questo habitat: uccelli, rettili, gasteropodi. Vi nidificano infatti, salvaguardati dalla difficile accessibilità, l’uccello delle tempeste europeo (Hydrobates pelagicus), una varietà della berta maggiore (Calonectris diomedea borealis) e il gabbiano reale dalle zampe gialle (Larus michahellis).

Vi si sono inoltre sviluppate una sottospecie endemica della lucertola maltese, verde con macchie rosse (Podarcis filfolensis subsp. Filfolensis), e una varietà, pure endemica, di chiocciola (Sigmurethra Clausilidae var. Lampedusa imitatrix gattoi).

Un tratto finale di sentiero, più sassoso, ci riconduce sul percorso pavimentato. Aggirando dall’esterno, su un passaggio a fondo naturale, la recinzione metallica, ci riportiamo pian piano verso la biglietteria e torniamo quindi alla fermata dell’autobus. Mentre attendiamo assieme a una coppia di signore inglesi, Ester consulta la guida e alcuni pieghevoli turistici trovati sul tavolo dell’appartamento, per documentarsi meglio riguardo alle tappe successive, visto che il viaggio lo ha pianificato e lo gestisce lei.

Rabat (“sobborgo”) e la contigua L-Imdina (“centro storico”) sono la nostra prossima meta. Io, intanto, degusto al palato della mente qualche sonoro verso purgatoriale.

Sull’autobus, sedute davanti a noi a ridosso del conducente, una donna, una ragazza e una bimba piccola. La donna parla italiano, la ragazza tedesco e la bimba qualcosa che mi suona a tedesco smozzicato. Si tratta, forse, di una madre agiata che può permettersi una governante o una ragazza “alla pari”, per far crescere bilingue la propria figlia. Mi lascia solo perplesso la scelta teutonica, ma sono idee mie.

Tutt’attorno, quantità di muretti a secco e, lungo la strada, in pietra da costruzione: devono averne disponibile ben tanta, per sprecarla così. Folte, proliferanti, glauche pale di fichi d’India. Qualche ulivo. Casotti, ovili e torrette sparsi qua e là, edificati coi soliti grandi laterizi di calcare. Campi. Una cava di pietra (“Quarry”): una delle molte.

Chissà chi sono, qui, i funzionari che le autorizzano, e se qualche anima bella insinua di loro che lo facciano in cambio di lingotti o assegni o zanzariere. A prima vista, il gioco non sembra proprio valere la candela. Ecco riapparire, oltre un ultimo, ampio tratto scavato, il mare e l’isolotto di Filfla.

Dopo un rettilineo costiero, la strada curva verso l’interno e mantiene la direzione. Una fitta prospettiva di muretti sale da entrambi i lati, a sostegno di estesi terrazzamenti. Curva e controcurva costeggiano l’alta muraglia che nasconde un imponente centro religioso, Tal-Providenza, una “Super-Betania” delle nostre parti con parcheggio in proporzione.

Proseguiamo in un paesaggio tutt’altro che lussureggiante. Comincia a scorgersi, lontano sulla sinistra, un caseggiato abbastanza corposo. Un po’ di ulivi e tanti fichi d’India. L’abitato è ormai di fronte, poi passa leggermente a destra. In cima alle case, tutte basse, svetta la cupola di una grande chiesa.

Sulle soglie del borgo di Siggiewi, nome di fermata annunciato dai diffusori e dalla scritta, svoltiamo a sinistra. Le frecce indicano Rabat e Il-Girgenti. Mi vengono in mente, con un sorriso, i “tre somari e tre briganti”, ma anche i bei versi di Quasimodo: “il marranzano tristemente vibra / nella gola al carraio che risale / il colle nitido di luna, lento / tra il murmure d’ulivi saraceni”.

Il paesaggio di campi separati da muretti a secco prosegue. Concrezioni di fichi d’India, a volte impressionanti, appoggiate ai muri verso strada. Qualche sparsa vigna. Costruzioni singole, chiuse in sé stesse, paiono le locande del Don Chisciotte. Ci avviciniamo ad alcune basse colline di vigneti. Ciuffi di canne crescono in riva ai fossi. Bordure di oleandri.

Siamo sopra e in mezzo alle collinette, e ne vediamo sfilare i terrazzamenti. Scendiamo di nuovo verso la costa. All’inizio di un’altra cava, vastissima, che si estende lungamente su entrambi i lati della strada (ripetuti cartelli: “Danger / Quarry operations /No entry”), lasciamo a sinistra il bivio di Il-Girgenti e prendiamo per Mad-Dingli.

Riecco il mare, che rasentiamo dall’alto della scogliera. Filfla è rimasta indietro. In prospettiva, davanti a noi, spunta quella che sembra un’enorme pallina da golf poggiata sul supporto per il lancio. Spiego a mia figlia che è la giusta conseguenza della cava di prima, perché chi si occupa di cave di solito gioca anche a golf: e, si sa, scavo grande, pallina grande… Arriviamo a rasentarla, e scopriamo trattarsi della stazione radar di Dingli, chiamata, credo proprio per la sua forma, Il-Ballun.
Sesta parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalie:

  • Megaliti lavorati
  • Incisioni nella pietra
  • Camminando tra un tempio e l’altro
  • La torre di Hamrija
  • L’arco di roccia e l’isolotto di Filfla
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