
Chi è l’investigatore più famoso del mondo? Elementare, mio caro lettore: Sherlock Holmes! Nonostante abbia abbondantemente superato il secolo (la sua prima avventura – Uno studio in rosso – venne pubblicata nel 1887) e sia addirittura morto, ma solo per resuscitare miracolosamente sulla scia delle vibranti proteste dei suoi lettori, gode ancora di ottima salute. Merito sicuramente delle opere originali di Sir Arthur Conan Doyle, ma anche degli omaggi che gli hanno dedicato il cinema, la TV (in queste settimane sul piccolo schermo italiano vengono trasmessi gli episodi che hanno Benedict Cumberbatch come protagonista) e la letteratura. A quest’ultimo filone si ricollega il bel libro di Dale Furutani, Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone, edito da Marcos y Marcos. Scrittore americano di origine giapponese, Furutani deve aver vissuto sulla sua pelle, con pena, il razzismo a stelle e strisce, a cui si allude nel risvolto di copertina. Nonostante il tono leggero con cui sono raccontati gli episodi che si inanellano uno dopo l’altro nel libro, il tema della xenofobia, infatti, è ben presente.

L’arrivo di un esploratore norvegese, “uno strano straniero”, anzi il più inconsueto di tutti gli henna gaijin che avessero mai visitato il Giappone, è l’avvenimento che scombussola la fino ad allora tranquilla vita di un medico di provincia, da poco rimasto vedovo. Un conoscente inglese gli chiede il favore di ospitare nella sua residenza, dove anche pratica la professione, il misterioso personaggio – di nome Sigerson – che a quanto pare si è fatto in Europa nemici talmente potenti da poterlo colpire fino in Asia, capitanati dal professor Moriarty, “il Napoleone del crimine”. Per gratitudine verso l’Inghilterra che l’aveva ben accolto quando vi si era recato per studio, il dottor Watanabe acconsente all’insolita e un po’ pericolosa richiesta.
Il nuovo arrivato mostra subito di essere davvero originale, dando prova di eccezionali capacità di osservazione e deduzione. Da piccoli indizi insignificanti per altri Sigerson indovina, infatti, il soggiorno londinese del padrone di casa, proprio come Sherlock Holmes aveva spiazzato al primo incontro il dottor Watson, indovinandone il trascorso in Afghanistan. I due prendono le rispettive misure, ma in poco tempo formano una coppia ben affiatata in grado di risolvere piccoli e grandi misteri. Lo strano ospite, al pari degli altri Europei, non ha quella familiarità con l’acqua che i Giapponesi considerano fondamentale per potersi dire puliti e non finge neppure di comprendere tutti i complessi cerimoniali che punteggiano la vita nipponica, tanto meno prova a imitarli. Non sopporta per esempio il tè verde (ocha) e anche il tè nero (koucha) gli pare inferiore al “vero” tè inglese. A sua volta il dottore è scandalizzato al pensiero che gli Inglesi lo prendano con limone o addirittura latte e zucchero e rimane spesso sbigottito dai modi di fare schietti dell’ospite, le cui stravaganze mettono a dura prova la sua tolleranza (Sigerson conserva il tabacco da pipa in una vecchia babbuccia usata e assume cocaina per combattere la noia!). Ma impara da lui a osservare e a pensare in modo razionale.
La xenofobia reciproca si stempera con la conoscenza e i due universi, diversissimi (basti citare il rapporto tra edilizia e natura, con l’Europa che chiude la seconda fuori di casa e il Paese del Sol Levante che al contrario le apre, fisicamente, le porte per accoglierla), si accostano, a volte si scontrano, e poi si tendono la mano per aiutarsi. Il tutto raccontato con una fine ironia che fa tanto british (perfettamente ripresa nella bella copertina, con un’immagine di Lorenzo Lanzi. Indovinate cosa c’è scritto solo la pipa?). Prendete per esempio lo scambio di battute tra il reverendo Murchison e il dottor Watanabe di pag. 161 a proposito delle differenze tra le diverse confessioni religiose: puro humour. Accompagnato dall’immancabile tazzina di tè.
Saul Stucchi