A Shehan Karunatilaka non basta raccontare una storia, vuole spingersi oltre: tratteggiare e raccontare l’aldilà, cosa che ha fatto piuttosto bene, con Le sette lune di Maali Almeida, opera con la quale ha vinto il Booker Prize del 2022.
Come accade in alcuni romanzi di Susan Taubes, di Ying Chen, di Alice Sebold e del Premio Nobel Mo Yan si apprende dalla voce dello stesso Maali Almeida ‒ il protagonista del romanzo ormai confinato in una specie di “Limbo” in cui è approdato dopo la morte ‒ che è stato trucidato nel 1990 in Sri Lanka, durante la guerra civile tra il Governo e le Tigri Tamil, guerra che è iniziata nel 1983 e finita nel 2009.
Con spietato coraggio Maali si racconta per quello che è stato: un uomo ai limiti della società dello Sri Lanka perché omosessuale non dichiarato, nonché promiscuo, ma anche reporter che ha compiuto operazioni in zone di guerra, e, infine, assiduo giocatore d’azzardo.

Con una certa ironia, Karunatilaka tratteggia l’aldilà come un luogo “non luogo” più simile a un CUP di un ospedale o di un’Agenzia delle Entrate. Luogo, per altro, dove non sembra esserci pace per nessuno: nel “Limbo”, infatti, Maali deve guardarsi dai diavoli. (Altro che la snervante attesa de Il castello di Kafka!)
A Maali e agli altri spiriti, oltre che narrare la propria vita, è dato il compito di sistemare le cose lasciate in sospeso. Ognuno di loro, infatti, ha una settimana ‒ le sette lune, del titolo, stanno a significare proprio questo ‒ per mettere ordine a ciò che rimane.
In questo tempo limitato Maali deve scoprire chi l’ha ucciso e mettere in salvo le fotografie che denunciano gli orribili reati del potere. I suoi coinquilini – una ragazza innamorata di lui, Jaki, e il cugino di lei, DD di cui Maali è amante – devono trovare e diffondere le foto, da lui nascoste in un luogo segreto per far cadere il governo.
Non c’è netta separazione, infatti, tra i vivi e i morti, come l’immaginario occidentale ha, più volte, narrato. Così nel romanzo di Karunatilaka vivi e morti convivono, pur senza vedersi o toccarsi, perché se «gli unici che sanno la verità sulla guerra civile di Sri Lanka sono i morti, allora tanto vale lasciarli raccontare la loro storia».
Le fotografie di Maali Almeida sono ciò che lo unisce alle varie anime di un romanzo non del tutto riconducibile a un unico genere – perché si mescolano horror, splatter, giallo, narrazione di guerra, storie di fantasmi, satira politica e avventure gay – senza per questo perdere la componente di denuncia: la violenza, la guerra civile tra tamil e cingalesi, gli interessi geopolitici di Gran Bretagna, Usa e India.
Una nostalgia pervade il romanzo. Non è amarezza o desolazione. Solo nostalgia di chi si ritrova dall’altra parte e a cui manca qualcosa, perché perduta per sempre. Sensazione che tocca il lettore anche grazie all’uso della seconda persona singolare e della paratassi, che permettono allo scrittore di rendere concreto non solo il distacco del protagonista dai fatti (la guerra, la violenza), ma anche il senso di lontananza che lo separa ormai della “vita”.
È proprio per tramite questo “tu” che si comprende come Maali sia un uomo scisso: il suo corpo giace smembrato in un lago, mentre il suo “io” è più che mai “alterità”.
Ne Le sette lune di Maali Almeida Karunatilaka sceglie un linguaggio piano e colloquiale, privo di abbellimenti sia per evocare demoni, fantasmi e spiriti dell’oltretomba, per descrivere le atrocità della guerra civile, sia per raccontare il complesso triangolo amoroso tra Mali, DD e Jaki.
Proprio questo racconto fatto di aldilà e di attualità avvicina I Versetti satanici di Salman Rushdie a Le sette lune di Maali Almeida di Karunatilaka, anche se quest’ultimo è estraneo ai barocchismi, alle contorsioni discorsive, al susseguirsi di subordinate e agli audaci neologismi che caratterizzano lo scrittore angloindiano.
Gli srilankesi hanno riconosciuto in Maali Almeida la figura di Richard De Zoysa, noto giornalista, attivista, assassinato, dopo essere stato rapito, a soli trentun anni nel 1990. Nel romanzo di Karunatilaka, il giovane giornalista è un reporter: con una macchina ormai inutilizzabile, sporca di fango e di sangue, Maali continua anche nell’aldilà a scattare immagini che sembrerebbero impossibili, convinto che «se hai una macchina fotografica, non esistono posti sbagliati».
I sette giorni a sua disposizione per far conoscere gli orrori della guerra civile rimandano al tempo troppo breve che corre tra la memoria e l’oblio a cui sono destinati i morti, tra il fatto e l’amnesia storica. «A ogni anima sono concesse sette lune» – spiega il fantasma di un dirigente marxista. «Per ricordare le vite passate. E poi dimenticare».
A un lettore attento il compito di scoprire se Maali potrà raggiungere il regno della Luce o rinascere in un’altra forma dell’esistenza.
Claudio Cherin
Shehan Karunatilaka
Le sette lune di Maali Almeida
Traduzione di Silvia Castoldi
Fazi
Collana Le strade
2023, 472 pagine
20 €
Claudio Cherin si presenta
Mi definiscono un lettore onnivoro. Forse lo sono.
Sono nato nel 1991, vivo tra Trieste e Roma. Mi sono laureato in Lettere, a ventitré anni, con una tesi sul petrarchismo in Andrea Zanzotto. Dopo, ho studiato per due anni filosofia, a Padova.
Scrivo di cinema su un blog e sulla rivista I Diari del cineclub. Guardo, infatti, con passione i film scandinavi. Alcune mie recensioni sono comparse su Noi donne, Il mestiere di leggere, Leggendaria.
Mi piacerebbe entrare a far parte di un comitato di lettura di una casa editrice ed essere nella rubrica dell’ufficio stampa di una delle case editrici che leggo.