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Voi siete qui: Teatro & Cinema » Sepe e Paiato fanno della Medea di Seneca una dark lady senza pietà

2 Novembre 2013

Sepe e Paiato fanno della Medea di Seneca una dark lady senza pietà

Ho visto Maria Paiato qualche anno fa al Teatro Olimpico di Vicenza, nel monologo Erodiade di Giovanni Testori, per la regia di Pierpaolo Sepe. Lo spettacolo mi era piaciuto molto, così non ho voluto perdermi la Medea di Seneca, al Piccolo Teatro Grassi di Milano fino al 3 novembre. E ho fatto bene. Anche in questo caso Sepe e Paiato danno una prova convincente delle rispettive capacità: opinione personale condivisa dal folto pubblico in sala sabato scorso, come hanno testimoniato i calorosi applausi alla fine della recita.

MEDEA 1
Il barocchismo del testo di Seneca, separato dalla tragedia di Euripide non solo da cinque secoli, ma soprattutto da una rivoluzione culturale, politica e sociale che aveva radicalmente modificato il volto del Mediterraneo, emerge con forza già in abbrivio. Le prime battute sono già figlie di un parossismo che denuncia il grado di disagio emotivo della protagonista. Il furore del rifiuto di Medea di accettare la nuova realtà imposta dal tradimento di Giasone viene espresso dalla Paiato con una recitazione molto fisica. Sul palco si muove a scatti, si piega, si tiene il ventre con le mani come se lottasse con un demone che le divora le interiora; si torce e si contorce e i suoi spasmi mi hanno ricordato quelli di Kevin Spacey nel memorabile Riccardo III di Shakespeare, andato in scena al Politeama di Napoli nel 2011.

MEDEA 2
Medea si sente messa in croce da definizioni che la inchiodano al terribile stato di tre volte reietta, in quanto straniera, vecchia e oscena! Ma invece di indebolirsi e cedere, si nutre del proprio dolore e cresce nel male che ha commesso. La versione di Sepe conferisce toni dark al teatro d’angoscia di Seneca e una sapiente luce caravaggesca illumina la scena di lato, affilata come una lama. Giasone fa la figura del pusillanime, agisce ma senza decidere, scaricando su altri le proprie responsabilità.

“Che crimini puoi rinfacciarmi?” chiede alla donna che un tempo amava. L’irriconoscenza! Lei gli ha portato una dote di delitti e ora quelli passati chiamano questo imminente – il più terribile – che sarà il primo commesso per se stessa. Ma Giasone ha la faccia tosta di dire che l’esilio è per lei non una tragedia, bensì un dono, paragonato alla condanna a morte che incombeva sul suo capo. In fondo Medea lo ama ancora, anche se non lo riconosce più. Le sue richieste vengono di volta in volta bocciate: chiede di rimanere, se non in città, almeno in uno sperduto angolo del regno, ma ottiene un netto rifiuto. Domanda a Giasone di partire con lei, ma l’uomo per cui ha ucciso è pavido e ha un nuovo presente che lo àncora sul posto. Supplica che i figli possano seguirla sulla via dell’esilio, ma ormai non sono più suoi. E allora non può che “diventare” Medea: “ora sono Medea!”, infatti esclama quando è consapevole dell’avvenuta trasformazione da vittima a carnefice.

MEDEA 3
Contro Creonte, Medea riveste il ruolo di una anti-Antigone (perdonate il calembour), dando voce a una verità indicibile. Non perché insostenibile, ma perché d’intralcio al nuovo ordine: accettarla, o anche solo prestarle ascolto, metterebbe in pericolo l’equilibrio appena raggiunto. “I re possono aiutare gli ultimi”, afferma con scarsa convinzione Medea, ma non quando questi ne mettano in dubbio la legittimità o non facciano nulla per nascondere la convinzione di essere i depositari di una legittimità maggiore, più fondata. Il potere non può che reprimere simili ingenui.

Alcune note a margine: dei testi che Sepe incrocia a quello di Seneca ho riconosciuto le citazioni dall’Apocalisse di Giovanni, ma non quelle relative alla tragedia dello stalinismo… Non mi è nemmeno chiaro il significato dell’enorme dollaro che spunta di sguincio al centro della scena, rinchiuso dentro un cancelletto: per la strana inclinazione mi ha fatto ricordare il teschio ai piedi degli Ambasciatori nel celebre dipinto di Hans Holbein il Giovane esposto alla National Gallery di Londra.

Infine due parole sul tema del commercio marittimo ai tempi di Seneca: il filosofo, precettore del giovanissimo Nerone e poi sua vittima, moraleggia in vari passi contro il mercantilismo romano: “tutto è da ogni parte; il mondo è una strada”. Nelle sue lettere torna spesso un’accesa polemica contro il lusso in cui indulgevano i suoi contemporanei, rei di “tappezzare” le proprie dimore di pregiatissimi marmi colorati, fatti arrivare dai quattro angoli dell’impero a costo di vere e proprie fortune. E il mare viene rappresentato come elemento negativo, in qualche modo avvicinandosi alla concezione che ne avevano gli Ebrei, che infatti preferivano dargli le spalle e – mutata mutandis – il Thomas Mann della Montagna Magica (o Incantata che sia)…
Saul Stucchi
Twitter@alibionlineit

 

Medea
di Seneca
traduzione e adattamento Francesca Manieri
con Maria Paiato, Max Malatesta e con Orlando Cinque, Giulia Galiani, Diego Sepe
regia Pierpaolo Sepe
scene Francesco Ghisu
costumi Annapaola Brancia D’Apricena
luci Pasquale Mari
trucco Vincenzo Cucchiara
aiuto regia Luisa Corcione, Simone Giustinelli
produzione Fondazione Salerno Contemporanea- Teatro Stabile d’Innovazione
foto di scena Pino Le Pera

Piccolo Teatro Grassi
dal 17 ottobre al 3 novembre 2013

Informazioni:
www.piccoloteatro.org

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