Il reportage di Marco Grassano su Malta fa scalo a Gozo.
Ci svegliamo, laviamo e vestiamo, poi facciamo colazione coi nostri acquisti di ieri sera, estraendoli dal piccolo frigorifero: piacevoli al gusto. Ci laviamo anche i denti e quindi scendiamo, zaini in spalla. Prima di riconsegnare la chiave, facciamo una capatina al Minimarket dall’altro lato della hall, oltre un’area fiancheggiata da tavolini, sedie e mobiletti di scuro legno massiccio, e accanto a un punto internet con un paio di terminali accesi.
Oggetti e prodotti per la casa; accessori per la rasatura, cosmetici e creme, tra cui la Nivea; farine, biscotti, pasta Barilla; vini, liquori, bibite e acqua; giornali e rotocalchi in inglese; attorno alla cassa, bieche carabattole per turisti. Paghiamo una bottiglia di minerale, passiamo dalla reception ad accomiatarci e ci appostiamo alla vicina fermata dell’autobus, in attesa del 221 che ci sbarcherà al terminal del traghetto per l’isola di Gozo.
Il Lounge Bar Nettuno, edifici in cattivo stato o in ristrutturazione, il ristorante greco Zeus. Ci lasciamo alle spalle le case fitte e curviamo nettamente a sinistra, di fronte a un grande cartello stradale con l’indicazione Gozo 9 Km. Casette a un solo piano abbandonate e sprangate, come a Porto.
Ci immettiamo in un’altra strada e ci inoltriamo in una gola rocciosa ampia e poco profonda, con rade chiazze di verde, come nell’entroterra siciliano. Su una costa in alto a sinistra, stabili condominiali piuttosto laidi. Un portale spagnoleggiante, con stemma araldico in pietra, dà accesso alla ristretta aia di una piccola casa. Iniziamo a salire: un segnale indica la pendenza del 10%. Uno zoccolo di roccia scabra ci sovrasta ora da destra.
Un tratto fiancheggiato da aghifoglie precede una curva in salita, in cima alla quale si vedono, dall’alto e in tutto il loro squallore, i condomini ai cui piedi siamo passati poco fa. Segue una controcurva, sempre in sensibile pendenza. Tra un albero e l’altro, agavi e ginepri.
Ora siamo arrivati in alto, fino a dominare, verso sinistra, un paesaggio roccioso dai molli rilievi. Proseguendo, arriviamo a un incrocio e seguiamo la freccia per Gozo (Għawdex) 7 Km. Lo sguardo sorvola, sempre a sinistra, una valle accidentata, mentre, dall’altro lato, rasentiamo un basso centro commerciale; curvando a destra, vediamo che alle sue spalle si estende un vasto e denso abitato dal malcerto pregio urbanistico.
Rivediamo spuntare, sopra il filo dell’orizzonte, il “dolce colore d’oriental zaffiro” della piana marina. La strada, ampia e a due carreggiate, curva a sinistra e inizia a scendere, dirigendosi alla costa, attraverso una monotonia di sassi e muretti, chiazzata sporadicamente da cespugli e fichi d’India. Curve, controcurve e nuove curve giustificano i ripetuti avvisi di pericolo: SPEED KILLS.
Lungo la riva, in basso a sinistra, orride costruzioni moderne che ci lasciamo indietro senza rimpianto. Altrettanto esecrabili sono però gli edifici che troneggiano sui tondi promontori del serpeggiante zoccolo roccioso a destra.
Divalliamo fino a costeggiare la Baia di Għadira, tra un lungomare per vacanzieri oziosi e beceri, piastrellato in rosso, e le brutte case da litorale speculativo, ora osservabili in piano ravvicinato. Segue, dappresso, un’area incolta di macchia mediterranea.
Dopo il basso tratto rivierasco, riprendiamo a salire in curva tra ali di vegetazione cespugliosa. Valichiamo un blando dosso e scendiamo nuovamente, in ripetute curve, verso il mare. Arrivati a una rotonda sulla testata della baia, ci lasciamo a destra un fortino in parziale rovina. Sfioriamo un resort curvo, simile a una porzione di enorme Colosseo.
I diffusori e il display della vettura annunciano l’imminente fermata di Chirkewwa. Un ultimo tratto, dalla viabilità articolata in complicati sottopassi e cavalcavia, sfocia nella grande spianata dei traghetti. Una lunga e massiccia pensilina in ferro ripara tutti i capilinea degli autobus. Di fronte e dietro, parcheggi in batteria per automobili e mezzi pesanti.
Entriamo nel terminal. Una vasta sala d’attesa dove si allineano: un lungo banco dalla base foderata di legno, un angolo bar – che vende anche giornali – corredato di vari tavolini, grandi pubblicità alle pareti, file di sedili in plastica nera. Non dobbiamo prendere il biglietto ora, perché lo faremo per il viaggio di ritorno. Ci accomodiamo a leggere.
Da un lungo passaggio coperto squadrato, a più svolte, cui accediamo salendo una rampa di scale, arriviamo a bordo del traghetto della compagnia Gozo Channel Line e ci portiamo sul vasto ponte cabinato. Dai vetri, prima di accomodarci a uno dei tavolini fissati al pavimento di legno, tondi e bicolori come monete da un euro, vediamo, inserita in una torretta in capo al frangiflutti, l’ennesima statua della Santa Vergine, bianca, a braccia leggermente allargate, quasi volesse scusarsi: “Eh, abbiate pazienza, cosa ci posso fare…”.
Procedendo con cautele funamboliche per scongiurare il rollio prodotto dalle onde, ci avventuriamo in perlustrazione tra gli scaffali del piccolo minimarket interno Till Late, dove mia figlia si compra una frugale Coca Cola senza calorie. Preleviamo, all’apposita macchinetta erogatrice, una cioccolata calda, che ci sediamo a sorseggiare.
Facciamo anche una dondolante visita ai servizi – per i maschi da un lato, per le femmine dall’altro – nel corpo centrale del battello, di fronte ai portali levatoi di imbarco e sbarco. Qualcuno dei numerosi passeggeri si azzarda a uscire dalla cabina e si affaccia ai parapetti delle murate, ma il clima non ci sembra dei più propizi, tra vento freddo e spruzzi d’acqua: non vorremmo buscarci un malanno. Anche rimanendo all’interno, però, vediamo sfilare, alla nostra destra, l’isola di Comino, zattera di pietra dove un tempo venivano messi in quarantena gli infettivi. O magari, più semplicemente, li si abbandonava al loro destino. “Dio, nei suoi imperscrutabili disegni, provvederà a soccorrerli, se lo vorrà o se sapranno dimostrare abbastanza fede in Lui”. Amen.
Una mezz’ora dopo essere salpati, ci prepariamo a sbarcare a Mgarr; chi è salito con la macchina o la motocicletta prende l’ascensore e raggiunge la stiva; noi ci appostiamo accanto ai portelloni.
Il camminamento coperto, qui rettilineo, ci lascia direttamente all’uscita dell’edificio, dove si trovano il posteggio dei taxi e, appena più in là, le fermate degli autobus. Una volta fuori, notiamo un cielo combattuto tra azzurro e nubi, e percepiamo il variare della temperatura secondo che il sole ci colpisca o sia momentaneamente velato. Alcune persone, giovani, si avvicinano a più riprese per domandarci se ci serve una guida; replichiamo che siamo già organizzati per la visita.
Il porticciolo che abbiamo di fronte ha fattezze liguri: file di pennoni e di motobarche, un’altura incombente fasciata di vegetazione, un fronte di case basse dai colori terrosi. Ma la chiesa in bella vista sulla cima del dosso si pavoneggia avvolta in cuspidi gotiche di foggia inglese, quasi fosse una piccola Westminster.
Undicesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalia:
- Vista di Gozo dai bastioni della cittadella