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Voi siete qui: Italia » Santa Corona a Vicenza cela un piccolo capolavoro

7 Luglio 2009

Santa Corona a Vicenza cela un piccolo capolavoro

santacorona_anteLa chiesa vicentina di Santa Corona viene elevata in età medievale e più precisamente nel periodo che oscilla fra il 1260 e il 1270. La nascita è per tradizione connessa con l’arrivo di alcuni resti sacri legati al supplizio e alla morte di Cristo. La complicata storia degli spostamenti si trova ricostruita per sommi capi nei Monumenta Reliquiarum. Il trattato, steso da un monaco nella seconda metà del Trecento, ricorda in particolare lo straordinario evento vissuto dalla comunità religiosa cittadina. In sostanza riferisce che le spine conficcate nel capo del Nazareno dopo la flagellazione si spostano da Gerusalemme a Costantinopoli e lì rimangono vari secoli. Poi, in segno di gratitudine per l’ausilio ricevuto dalla Francia, su decisione dell’imperatore latino d’Oriente Baldovino partono alla volta di Parigi e arrivano alla corte di Luigi IX. Nel frattempo il vescovo veneto Bartolomeo da Breganze, di ritorno da un viaggio in Gran Bretagna, si ferma presso il sovrano d’oltralpe ottenendo in omaggio un autentico frammento ligneo della croce e ben tre aculei del diadema posto sul capo del Salvatore per proclamarlo beffardamente “re dei Giudei”. Stando al testo, l’inestimabile dono risale al 1259, anno in cui scompare Ezzelino III da Romano, signore incontrastato della Marca Trevigiana nonché acerrimo avversario della Chiesa.
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Il prelato si affretta a rientrare in Italia per poter finalmente guidare la diocesi che papa Alessandro IV gli assegna già nel 1255, ma che resta a lungo senza pastore proprio a causa dell’incomoda presenza del tiranno. Lo attende però una situazione estremamente difficoltosa. Le discordie tra le famiglie locali e la vasta diffusione dell’eresia mettono a dura prova la riuscita della missione evangelizzatrice. Le sole forze umane non bastano e per questo il servitore di Dio ricorre alle virtù sovrannaturali dei preziosi resti del Calvario. Anzi, per la loro degna custodia, prescrive che venga costruito un tempio speciale proprio nel luogo dove hanno dimora molti degli increduli e da cui dovrebbe partire il riscatto delle anime smarrite. L’amministrazione municipale dapprima sceglie un procuratore con l’incarico d’acquistare il terreno e  successivamente offre una cifra cospicua per finanziare i lavori. Titolari del sacrario sono da subito i frati domenicani, impegnati in un’intensa attività di studio e predicazione. Peculiare è il ruolo che assumono nella lotta contro le dottrine eterodosse, tanto che il pontefice Bonifacio VIII, con una bolla datata 1303, trasferisce proprio qui il famoso e discusso Tribunale dell’Inquisizione.

santacorona_3L’edificio, in stile romanico ogivale, per la maggior parte della struttura è costruito in mattoni rossi. Così è per la facciata e i muri perimetrali. Quanto al campanile, fino ai bronzi rimane nella versione originaria mentre il corpo ottagonale e la cuspide appartengono al XIV secolo. Ogni faccia è ripartita da lesene e fregi che la percorrono orizzontalmente. Nella cella si aprono quattro bifore con ghiere di cotto ornate a rombi. La torre comunque è una delle più raffinate dell’epoca e riesce a esprime in un linguaggio gotico una concezione architettonica più controllata e severa. I vani semidistrutti dai bombardamenti del 1944 comprendono le camerate, un ampio chiostro, un refettorio e la grande biblioteca, che si sviluppa in un maestoso salone suddiviso in varie sezioni. Esistono inoltre la foresteria e un secondo porticato claustrale, ascrivibile al Seicento. I religiosi officiano nella sede fino al 1810 quando, con decreto napoleonico che sopprime gli ordini, sono costretti a lasciare il convento. Il complesso passa tra i beni di proprietà comunale ed è affidato al clero diocesano. Si susseguono numerosi interventi di conservazione e restauro. Il più radicale e impegnativo si ha nella seconda metà dell’Ottocento per mano del progettista Luigi Tognato. A lui si deve il rifacimento del prospetto, che comunque mantiene il dugentesco portale a sesto acuto e il pregevole rosone ad archetti trilobati.
L’interno, d’impronta cistercense e con transetto assai pronunciato, è a tre navi. Quella centrale si presenta ripartita in sei campate, che si dilatano progressivamente. La quinta di esse, invece che su colonne, poggia sopra robusti pilastri ottagonali. Dapprima il presbiterio è rettangolare, ma intorno al 1480, sotto la probabile guida di Lorenzo da Bologna, subisce un vistoso allungamento e si conclude con un’abside a semicerchio. Sulla destra si aprono le cappelle e un ingresso laterale, sotto la cui volta si conservano lacerti della fabbrica originaria e una maestosa tomba gentilizia ornata con la scultura d’un elefante. A sinistra, invece, le edicole sono addossate direttamente alla parete, oltre la quale si trovano il chiostro e il museo archeologico. Lungo le fiancate si succedono diverse opere di rilievo: la splendida Adorazione dei Magi firmata in fase matura da Paolo Veronese, il sepolcro di Leonardo Valmarana progettato da Andrea Palladio, la grande pala di Giovanni Bellini con il battesimo di Gesù sul fiume Giordano, la tela di Bartolomeo Montagna con le storie della Maddalena e il coro ligneo intagliato nel Quattrocento da Pier Antonio dell’Abate. Quest’ultimo vanta un doppio ordine di stalli e 33 dossali che raffigurano vedute urbane e nature morte.

Il gioiello delle tarsie
Ma una delle perle esclusive è costituita dall’altare maggiore. Per la grande importanza che riveste nello svolgimento della liturgia, esso è da sempre il luogo che più d’ogni altro attrae l’impegno degli artisti. Tuttavia nel caso vicentino il risultato ha pochi riscontri, almeno nell’Italia settentrionale. Riesce a stupire non solo per l’armoniosa configurazione dell’insieme ma anche grazie alla singolarità dei decori. Si accede tramite tre gradini, su cui sono rappresentati dieci animali che richiamano le principali virtù. Fra essi campeggia il cane, simbolo dei domenicani, guardie leali e fidate contro le pericolose dottrine che si scostano dall’ortodossia cattolica. Ai lati si ergono due cherubini e sulla balaustra che delimita lo spazio delle celebrazioni dal coro poggiano le statue di quattro santi firmate da Angelo e Francesco Marinali: Maria Maddalena, Sebastiano, Maria Egiziaca e Girolamo. Sopra la mensa si eleva il parallelepipedo che racchiude il tabernacolo, sormontato da un tempietto a due piani. Il programma iconografico presenta un doppio registro di effigi che si snodano d’intorno. Gli antipetti delle mense, i fianchi, il piedistallo del ciborio, i piastroni delle balaustre e le fasce che le circondano, tutto è rivestito in pietra di paragone, sul cui fondo nero risaltano le candide membrature di finissimo marmo apuano e le policrome tarsie che compongono le istoriazioni. I materiali di pregio impiegati sono alabastro, lapislazzuli, giada, diaspro, corallo, onice, agata, porfido, verdone, serpentino, rosso di Francia e africano. Nel riquadro centrale si apre un tema che ricorre spesso nell’arte religiosa, ossia l’Ultima Cena.
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Anche se il raffronto è improponibile, la mente corre subito alla celeberrima versione milanese eseguita dal genio di Leonardo nella sala refettoriale di Santa Maria delle Grazie. L’affresco vinciano ha un amplissimo respiro e ricostruisce per intero il cenacolo, con tanto di soffitto e pareti. Qui invece, anche per questioni spaziali, la stanza non compare neppure. Si nota soltanto un parziale scorcio della pavimentazione a rombi scuri e ocra. La scena si restringe invece sulla tavolata, coperta da una candida tovaglia. Sopra poggiano poche suppellettili: qualche piatto, un paio di coltelli, due calici e un’anfora. Gli apostoli, che nell’opera dell’autore della Gioconda si trovano quasi tutti allineati su un unico fronte, siedono sui quattro lati, anche se quelli con le spalle all’osservatore mostrano almeno il profilo del volto. Soprattutto, con la loro posizione decentrata, lasciano sgombra la visuale sul momento in cui avviene la benedizione del pane e si celebra così la nascita del mistero eucaristico. Il maestro indossa una tunica rossa e un manto azzurro, mentre intorno al capo rifulgono i raggi che esaltano la sua natura divina. Alla destra figura il giovane San Giovanni con le braccia incrociate, mentre gli altri discepoli sono difficilmente identificabili.
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Motivi stilistici analoghi rivela il vicino pannello con l’apparizione di Maria su monte Berico. Il prodigioso evento risale a una fase di particolare sofferenza per la zona, colpita tra il 1425 e il 1428 da una gravissima epidemia di peste. La Vergine si mostra una prima volta il 7 marzo del 1426 all’umile campagnola Vincenza Pasini chiedendo alla giovane che venga costruita una chiesa a lei dedicata e assicurando che in questo modo il morbo finirà. Subito la ragazza non viene creduta da nessuno, nemmeno dagli ecclesiastici. Soltanto la seconda manifestazione del primo agosto 1428 e l’imperversare senza tregua del contagio convincono sia i cittadini che le autorità, le quali decidono così di dare seguito alla petizione celeste.
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La posa della prima pietra arriva qualche settimana dopo e il tempio sorge in soli tre mesi, come testimonia il codice manoscritto del processo sulla veridicità dei miracoli intrapreso insieme con la costruzione del santuario. E mentre l’edificio cresce la virulenza del male scema progressivamente, al punto che quando si giunge al tetto la terribile calamità risulta debellata. La Madonna è ritratta in compagnia di tre angioletti. Sotto, in ginocchio, stanno la contadinella e un secondo personaggio, che una consolidata diceria vuole rappresenti il firmatario del manufatto.
Il terzo episodio propone la Resurrezione, che si scosta dall’abituale resoconto degli evangelisti aggiungendo alcune pennellate di fantasia. C’è Cristo che ascende al cielo impugnando lo stendardo della vittoria sulla morte. santacorona_7
Dietro di sé lascia il sepolcro scoperchiato e i soldati di sentinella sbigottiti dinnanzi all’incredibile spettacolo. Lateralmente si hanno le icone dei maggiori santi della congregazione: Agnese da Montepulciano, Caterina da Siena, Rosa da Lima e Margherita d’Ungheria, Pietro Martire e il fondatore spagnolo Domenico di Guzman, rappresentato mentre salva una bibbia dalle fiamme.
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Nel retro il racconto è tutto incentrato sul tesoro che l’edificio ha il privilegio di conservare. Si susseguono l’incoronazione di spine per mano di due aguzzini, re Luigi IX che dona la preziosa reliquia a Bartolomeo da Breganze e quest’ultimo che entra a Vicenza con il venerabile reperto. A sottolineare il tema della croce, lungo la cornice sono visibili tutti gli strumenti della passione e anche una splendida immagine della Veronica. Sul registro superiore si snodano invece alcuni brani dell’Antico Testamento che in qualche modo prefigurano l’insondabile verità dell’incarnazione: la vicenda apocrifa del profeta Abacuc che porta il pane e il vino a Daniele nella fossa dei leoni, il sacrificio di Isacco, la provvidenziale caduta della manna per il popolo ebraico sperduto nel deserto e Abramo che incontra Melchisedech.
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La sontuosa composizione risulta ideata da Giorgio Bovio verso il 1670. Non si sa bene se deve essere ritenuto soltanto il progettista dell’insieme. Secondo una certa critica, con ogni probabilità è anche l’esecutore in prima persona di cinque scomparti: quello del piedistallo, gli angeli musici, le virtù, i fregi con animali e con vedutine architettoniche. È comunque certo che, non appena ottenuto l’incarico, giunge da Venezia con “dieci pezzi di rimesso”, ossia con scene già pronte, e con otto addetti specializzati. Per la realizzazione delle ulteriori illustrazioni vengono invece chiamati i fiorentini Antonio Corberelli con i fratelli Antonio e Francesco e il nipote Domenico.
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Si tratta insomma d’una vera e propria bottega, attiva anche a Padova, Brescia, Modena e Bologna. A essa, per la qualità e la raffinatezza, sono attribuite con sicurezza le tavole centrali e verosimilmente altri elementi come le decorazioni floreali, il fregio con gli strumenti della passione, i vasi di fiori e le cornucopie nello zoccolo del ciborio. D’altronde, la scuola di provenienza è il capoluogo toscano, fin dal rinascimento uno dei centri più rinomati a livello internazionale nella produzione dei commessi marmorei. Con il granducato mediceo, infatti, viene creato l’Opificio delle Pietre Dure, da cui escono le maggiori gemme del genere.
L’attività prende il via con Cosimo I e prosegue con il figlio Francesco, che arruola maestri intagliatori da tutta Europa. L’impulso tecnico e il valore estetico del centro trovano ordinamento stabile nel 1588 per volere di Ferdinando I. Questi dà ai molti artisti e artigiani che gravitano intorno alla corte una struttura precisa e una collocazione ufficiale nel palazzo degli Uffizi. L’iniziativa conosce una particolare sollecitazione per tutto il secolo XVII, ma anche i Lorena e dopo di loro Maria Luisa di Borbone potenziano questa modalità espressiva, imitata in seguito dal Real Laboratorio di Napoli, dalla manifattura dei Gobelins a Parigi e dal Buen Retiro di Madrid. Anzi, sembra che persino i decoratori del mitico Taj Mahal di Agra siano allievi della scuola coltivata in riva all’Arno. Si sa infatti che il sovrano di Toscana invia un gruppo a Goa per ornare la tomba di San Francesco Saverio. Dell’équipe fanno parte Giuseppe Ramponi e Marco Fanciullacci, che ritornano in patria dopo qualche anno. E gli studiosi si sentono autorizzati a pensare che durante la loro permanenza in India trasmettano in quella regione la tecnica degli intarsi.
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Tornando all’altare di Santa Corona, i pannelli laterali sarebbero di un non meglio identificato pittore Nicola. La sua stessa esistenza viene desunta da un paio di indizi esterni e soprattutto da certi aspetti dei riquadri, perché sul piano biografico risulta ancora adesso un emerito sconosciuto. La predilezione per i toni caldi nella scelta dei materiali lascia ritenere che sia di formazione veneta, ma si tratta soltanto di semplici congetture. Viene di solito etichettato come il “prospettico” della mensa, in quanto gli scorci che appronta sono così riusciti da evocare la perfezione. I personaggi non possiedono l’eleganza delle figure create dai maestri dell’atelier fiorentino, ma le panoramiche appaiono senz’altro più vivide e costituiscono il segno inconfondibile della sua impronta. Infine si hanno alcuni medaglioni che, per la loro trascuratezza, sono attribuiti a un anonimo apprendista che, nell’euritmia generale, si concede una noticina stonata. In tutto, quindi, si possono rintracciare quattro timbri diversi. Ma, se si esclude appunto qualche marginale sfasatura, la resa complessiva è quella d’un piccolo grande capolavoro.
Testo e foto di Lorenzo Iseppi

Didascalie:

  • La lunetta del portale dugentesco
  • Il portale che dà sul chiostro
  • La tarsia che rappresenta l’Ultima Cena
  • Primo piano di Cristo e alla sua destra San Giovanni con le braccia incrociate
  • Il prodigio dell’apparizione di Maria su monte Berico
  • Il miracolo della Resurrezione
  • San Domenico che salva una bibbia dalle fiamme
  • Il re di Francia Luigi IX che dona le spine della corona del Nazareno a Bartolomeo di Breganze
  • Uno dei fregi con animali
  • La provvidenziale discesa della manna nel deserto
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