I libri che vogliamo consigliare per i regali natalizi di quest’anno si dividono fra saggistica e narrativa. Cominciamo da tre romanzi che hanno a vario titolo qualcosa da spartire col comico. Seguirà a breve un articolo dedicato ai saggi.
La fine dei vecchi tempi
“La fine dei vecchi tempi” è un classico, probabilmente ignoto anche ai lettori più accaniti, dello scrittore ceco Vladislav Vančura pubblicato nella bella collana delle Letture Einaudi.

Consigliato a suo tempo dal grande Angelo Maria Ripellino allo stesso editore ma senza successo, il libro rientra nella nobile schiera dei romanzi irregolari, debordanti e parodistici sulla scia dei Tristram Shandy: tante storie e tanti personaggi sì, ma soprattutto digressioni, scrittura metatestuale e centralità della voce narrante – prevalenza dell’enunciazione sull’enunciato si sarebbe detto un tempo.
Vančura è stato un autore prolifico, abile acrobata della lingua e di forme espressive eterogenee, in bilico fra avanguardia e sperimentalismo, inviso a Stalin prima e ai nazisti poi (lo fucilarono dopo l’attentato a Heydrich, cui prese parte).
Il libro, nato come una sceneggiatura, poi nella versione romanzesca si traduce in un inesausto e talvolta grottesco racconto di un narratore beffardo – non sai quanto attendibile -, un bibliotecario che dice di chiamarsi Bernard Spera, intenzionato a rimettere in sesto le sue povere finanze raccontando vecchie storie a cavallo fra le due guerre nella campagna praghese.
Al centro della narrazione il principe Megalrogov, spaccone la sua parte, millantatore di imprese tanto grandiose quanto improbabili, sembra raddoppiare e moltiplicare la figura derisoria e sorniona del narratore, “autentico capolavoro di instabilità e sdoppiamento” (dalla splendida prefazione di Giuseppe Dierna). Un’aristocrazia in declino quella rappresentata dal principe ma sfacciatamente esibita nella sua spregiudicata disinvoltura – godibilissima alla lettura nonostante si tratti di un libro coltissimo, ricco di allusioni più o meno sottili.
Il Lazarillo de Tormes
Uno dei precedenti di questi parolai seduttori e canaglieschi è senza dubbio “Il Lazarillo de Tormes”, che torna in una nuova edizione (comprensiva di testo originale) per Adelphi.

L’impostura, la contraddizione, la posa sono modalità della scrittura in questa sorta di Ur-romanzo, archetipo della narrazione dissoluta quanto la vita del protagonista – ancora una prima persona così piena di verve da affascinare più ancora del contenuto riferito.
Di autore ignoto, risalente alla prima metà del Cinquecento, il fiume in piena di questo racconto spagnolo trascina vicende da tipico picaro affamato, fra messinscene di servizi alacri a cani e porci e tripli salti mortali di un uomo che ogni volta sa trarre una lezione dalle sue lutulenti avventure.
Hidalgo improbabile, in realtà figlio di un mugnaio ma cresciuto con la sola madre, Lazaro lamenta le ingiustizie del mondo, dei suoi sfruttatori, passa da un padrone all’altro, ma lui, malandrino di sopraffina acuzie, non è da meno, sa ingegnarsi a dovere per risolvere al meglio le situazioni e, per prima cosa, tamponare ogni giorno la fame pantagreulica di cui soffre (Rabelais peraltro è evocato anche nella prefazione al romanzo di Vančura).
Nel suo modo scombiccherato, un romanzo di formazione tra i più divertenti della storia.
T. Singer
Il comico in un senso assai lato – diciamo in una chiave esistenzialista e tutt’altro che ridanciana – non è escluso nemmeno nel “T. Singer” di Dag Solstad, scrittore norvegese sofisticato e degno di maggior fama fuori dei suoi confini, autore di un romanzo dal tono assai novecentesco.

La vita narrata è anche qui quella di un bibliotecario, “prigioniero del suo labirinto” ossia alle prese con un compassato ma ansioso rimuginio senza fine, stretto dentro un apparente immobilismo sottilmente inquieto perché sospeso sul crinale fra il reale e il possibile.
Un uomo, Singer, incerto, capace di affannarsi per ore nel ricordo di un moto di vergogna – per cose da niente, o forse no, forse strappato interiormente al tran-tran quotidiano da una vocazione di scrittore o da un’attitudine filosofica in cui “le cose da niente” sono le cose in sé, con tutto il peso di dettagli tanto minuscoli quanto rivelatori di senso.
La sua sostanziale elusività, mascherata perlopiù da una gentilezza spiritosa, non gli sarà più sufficiente a sfangare la vita quando una svolta inattesa lo porrà di fronte a una responsabilità superiore, quella di crescere da solo la figlia Isabella, con tutte le conseguenze del caso.
Il libro è nel catalogo Iperborea, per la traduzione di Maria Valeria D’Avino.
Michele Lupo
- Vladislav Vančura
La fine dei vecchi tempi
Traduzione di Giuseppe Dierna
Einaudi
2019, XLIX – 392 pagine
22 € - Lazarillo de Tormes
Traduzione di Angelo Valastro Canale
A cura di Francisco Rico
Adelphi
2019, 162 pagine
18 € - Dag Solstad
T. Singer
Traduzione di Maria Valeria D’Avino
Iperborea
2019, 256 pagine
16,50 €