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Voi siete qui: Europa » Il ritorno da Porto si trasforma in un viaggio allucinante

12 Maggio 2018

Il ritorno da Porto si trasforma in un viaggio allucinante

Il reportage di Marco Grassano su Porto si conclude con una piccola odissea nel viaggio del rientro.

La chiesa di Sant'Ildefonso a PortoDopo la colazione nella confeitaria sotto casa, facciamo un ultimo, lungo giro in città per congedarci dalle sue vie e piazze, tante volte percorse in questi giorni così intensi. Il sole dissipa a poco a poco i lenti stracci di bruma raccolti nei punti più bassi, residui della pioggia di ieri, e torna a brillare nitido, spennellando di luce i caseggiati.

Scegliamo qualche ricordo per le compagne di scuola e la famiglia nel negozietto Avenue, al numero 13 di Rua Sampaio Bruno: un cavatappi in forma di minuscola bottiglia, un azulejo a tema sacro, segnalibri artigianali di sughero.

Compriamo un po’ di frutta alla solita, cara bottega prima di percorrere Rua de Santa Catarina e scendere nell’ampio vestibolo della fermata di Bolhão [1]. Ci sediamo sulla panca di marmo accanto ai binari, a mangiare uva, mentre i convogli transitano uno dopo l’altro. All’ora prevista dalla tabella consultata on line da mia figlia, ecco giungere quello della linea viola, la E.

Arrivo in aeroporto

Arriviamo in aeroporto per tempo. Facciamo, con tutta calma, le necessarie, ripetute verifiche, sotto lo sguardo attento dei preposti. Noto che le apparecchiature attraverso cui vengono fatti passare bagagli e persone sono prodotte dalla Siemens. Il terrorismo ha sicuramente creato nuovi posti di lavoro, per effettuare tutti questi controlli, e procurato sostanziose commesse all’azienda tedesca.

Andiamo a sederci nell’ala dei cancelli di imbarco e aspettiamo, leggendo o facendo qualche giro di perlustrazione fra i punti vendita. Trascorso un po’ di tempo, mia figlia mi dice che, secondo lei, c’è qualche problema, perché il nostro aereo per Barcellona – dove poi prenderemo, alle 18.30, la coincidenza diretta a Milano – dovrebbe decollare alle 13.30 e, pur essendo già le 13, non hanno ancora fatto nessuna chiamata del volo.

E non si sbaglia: un addetto gentile, dall’aria malinconica, annuncia, al gate previsto, che la partenza sarà ritardata di non si sa ancora quanto, perché l’aviogetto è stato trattenuto a Barcellona dal maltempo imperversante laggiù. Ci manterranno comunque informati, secondo le indicazioni che riceveranno dalla sede centrale in Spagna.

Visto che è ora di pranzo, mangiucchio un po’ della mia pagnottella di broa e comincio a far visita ai bagni: abbastanza cupi, opprimenti, persi in un corridoio grigio-azzurro sul quale si affacciano altre porte, compresa quella del fraldário, ossia la sala per il cambio dei pannolini. Sopra ogni sanita, l’invito a tirare lo sciacquone: Por favor, accione o autoclismo.

Passa un’ora abbondante. Pare si possa partire appena dopo le tre, almeno secondo quanto ci dice una graziosa impiegata in uniforme blu, venuta ad affiancare il collega. Aggiunge di non preoccuparci per la nostra ligação: dovremmo arrivare tranquillamente in tempo per non mancarla. “A não ser que haja mais atraso…” – purché non ci sia ulteriore ritardo – ribatto io, aggiungendo subito, per cortesia dovuta: “Mas acho que não”, ma credo di no.

Cambiare o non cambiare?

Naturalmente, ho creduto male. Alle tre non c’è nessun aereo, e neppure notizie sul suo eventuale arrivo. Tra i passeggeri comincia a diffondersi una certa agitazione. Vi sono persone che domani devono riprendere il lavoro a Roma, o che hanno impegni o scadenze non differibili.

Il povero addetto, sempre più sconfortato, ventila la possibilità di uscire e di recarsi al banco della Compagnia, per tentare il cambio di biglietti con un’altra rotta. Lo facciamo. I romani ottengono di partire per Parigi – o Londra – fra un’ora e mezza, e di là prendere, alle 11.30 di sera, un volo per la capitale. A noi consigliano invece di non cambiare, perché se non si arriva a un centro nodale come Barcellona, è difficile trovare un aereo per Milano. Insomma, l’unica cosa che otteniamo è farci confiscare, passando di nuovo i controlli, la lattina di birra Super Bock acquistata, già dentro, per la collezione di mio cognato.

L’addetto triste ci comunica ora che la Compagnia offre ai passeggeri in attesa, per riconfortarli, una refeição presso il ristorante interno A francesina, di cui si potrà fruire esibendo il biglietto. Pranzare alle quattro non ci va, ma una bella spremuta di frutta può farci bene. Peraltro scopriamo che il “pasto” offerto ha il valore di soli sei euro. La cameriera ci informa che se anche spendiamo meno, prendendo solo dei succhi, il nostro buono sarà comunque esaurito, ma rispondiamo che non ci importa, va bene così.

Verso le cinque, ormai consapevoli da tempo che la coincidenza è irrimediabilmente persa, apprendiamo che l’aereo da Barcellona sta arrivando. Una volta là, qualcosa faremo. La graziosa funzionaria si presenta ora in compagnia di una bimbetta dei primi anni di elementari, evidentemente sua figlia. Penso che avrebbe già dovuto essere a casa con lei, ma che il senso del dovere la spinge a rimanere qui – a fare straordinari probabilmente non retribuiti – finché il nostro problema non sarà risolto.

Penso anche che dipendenti simili meriterebbero di lavorare per una Compagnia migliore, e/o che una simile Compagnia non si merita i dipendenti che ha. La donna ci chiede il documento de identificação, glielo porgiamo ed eseguiamo così le procedure burocratiche d’imbarco. Appena allontanatisi – con la dovuta calma – i passeggeri in arrivo, possiamo prendere posto sul velivolo e, finalmente, decollare. Sono quasi le 18.

Arrivo in Catalogna

Viaggiamo al sole fino in Catalogna, dove, scendendo, ci infiliamo nel grigiore spesso delle nubi. Vedo, in basso a sinistra, il Mediterraneo ribollire tumultuoso contro la costa. Qui è già quasi buio. L’atterraggio avviene in maniera impeccabile, coi guanti di velluto. Anche i piloti meriterebbero una Compagnia diversa, dico a mia figlia. Uscendo dal portello anteriore, noto che il comandante è una bella signora bionda, dai capelli lunghi. La saluto, come gli altri, senza commenti, ma con un sorriso.

Le difficoltà, però, continuano. Sul tabellone non sono previsti voli per Milano, fino a domani mattina. Facciamo gruppo con Santa, addetta alle vendite di una ditta milanese che era a Porto per lavoro e doveva seguire lo stesso nostro itinerario. Vaghiamo qualche minuto, cercando ancora chissà quale soluzione e trascinando trolley che ci paiono pesantissimi. Poi decidiamo di andare allo sportello della nostra Compagnia, per cambiare il biglietto ormai inutile e farci trovare un alloggiamento.

Quando ci arriviamo, constatiamo demoralizzati che una coda lunghissima è già in attesa: ma non possiamo far altro che metterci in fila anche noi. C’è un solo addetto, e fa quel che può. Avanziamo molto, molto lentamente, mentre alle nostre spalle la coda si riforma man mano. Vi sono anche alcuni bambini, che scorrazzano allegri: buon per loro.

Mia figlia va a sedersi in un punto dotato di prese elettriche per ricaricare il cellulare, noi continuiamo. Passa il tempo, passa l’ora di cena, la notte avanza, siamo stanchi. Le undici meno un quarto. Rimangono ormai pochi passeggeri davanti a noi. Forse ce la facciamo.

Ma ecco che arriva una hostess – giovane, alta, bionda, gonna blu e camicetta bianca gallonata – a dirci che lo sportello sta per chiudere: dobbiamo trasferirci in quello della compagnia Iberia, più in là. Proteste, rabbia, richiami alla situazione incresciosa in cui ci troviamo.

Da una coda all’altra

La ragazza risponde con voce incrinata dall’afflizione – un’altra che deve metterci la faccia senza averne colpa… – che è proprio per uscire da questa situazione che dobbiamo spostarci all’altro sportello, perché questo deve chiudere, non si può fare diversamente. Tiro fuori il mio vecchio spagnolo per replicare, senza stizza, che potevano anche avvertirci due ora fa, vedendo la lunghezza della coda, che non sarebbero riusciti ad accudirci tutti (atendernos a todos) e che avremmo dovuto rivolgerci altrove.

Corriamo, letteralmente, allo sportello dell’Iberia, ma anche qui la coda è impressionante. Evidentemente non è stato soltanto il nostro volo ad avere problemi. Santa, spazientita, si inserisce a meno di metà della fila, conclamando che abbiamo già aspettato più di due ore per poi essere mandati qui. Noi le rimaniamo appiccicati. Gli addetti sono due, la procedura è un po’ più spedita. I passeggeri sono esasperati.

Un giovane spagnolo, alla scusante del maltempo addotta dallo sportellista più anziano, risponde sarcastico che il maltempo c’era per tutti, ma che un simile disagio lo sta creando solo questa Compagnia. Un argentino di mezza età lamenta anche lui la totale disorganizzazione. Una signora franco-spagnola, diretta a Parigi, battibecca con un vicino chiedendo di poter far passare la figlia, che è stata coinvolta da poco in un grave incidente automobilistico e ne è ancora malconcia.

Decine di persone esigono il modulo reclami, da compilare. Un’altra spagnola afferma che questa Compagnia è pessima, ma che purtroppo non può scegliere diversamente perché è l’unica a mantenere un collegamento regolare tra qui e Malta, dove lavora. Una coppia di francesi bruni perde la calma; il marito dà un pugno contro il vetro, gridando: On a des enfants, quoi! – forse si tratta dei bambini che prima giocavano appena dietro di noi, nell’altra fila.

Arriva il nostro turno. L’addetto più maturo esamina i fogli che gli porgiamo e dice, in inglese: “Ah, avete perso l’aereo per Milano… Dovete andare alla biglietteria per fare il cambio…”. Gli rispondo, in spagnolo e con fermezza, che noi non abbiamo perso proprio niente: siamo passeggeri dell’aereo di Porto, partito e quindi arrivato con quattro ore e mezza di ritardo, per cui se abbiamo mancato la coincidenza (empalme) non è stato certo per colpa nostra. Ci predispone allora nuovi biglietti, per il volo di domani mattina alle dieci, e ci consegna un buono di pernottamento all’albergo Novotel di Cornellá de Llobregat. “Per andarci, c’è una navetta che parte proprio davanti all’ingresso”, conclude.

In hotel

Sono le undici e mezza. Santa suggerisce, per far prima, di prendere un taxi, perché tanto può scaricarlo come spesa di viaggio. L’automobile fila nella notte fra luci, strade a molteplici corsie, cavalcavia, rotonde. Ci deposita di fronte a un grande edificio lungo e squadrato, quasi sovietico.

Coda per la registrazione nell'hotel Novotel di Cornellá de LlobregatDentro ci aspetta l’ennesima brutta sorpresa: anche qui c’è una coda lunga, che attraversa l’intera hall. Ci collochiamo in fondo. Un solo portiere: un maturo mulatto, somigliante al mitico calciatore brasiliano Pelé, che per ogni persona compila la scheda di accettazione, andando ogni volta nel ripostiglio a fotocopiare il documento di identità. Temiamo che, con tutta questa gente, le stanze si esauriscano. E, in ogni caso, chissà quanto tempo ci vorrà prima che tocchi a noi. “Anche quelli dell’albergo sono dei bei fenomeni: c’è un’emergenza, almeno mettano qualcuno di supporto… uno sguattero, non dico tanto, solo per fare le fotocopie…” commento sfinito.

Come un inatteso colpo di fortuna, arriva sul suo pulmino un uomo, ed entra a dire, in inglese, che c’è stato un errore e che i passeggeri del volo per Bristol devono andare in un altro hotel. La coda si dimezza. Qualche bimbo dorme sul passeggino. Altri, non so con quali energie, giocano nell’angolo appositamente attrezzato.

Subito dietro di noi, un ragazzo svizzero francese, snello e barbuto, si rivolge in ottimo italiano a noi tre e in ottimo tedesco – per quel che posso giudicare – a un’attempata turista alle sue spalle. Santa si meraviglia di questa scioltezza comunicativa. Le rispondo che, teoricamente, gli elvetici dovrebbero essere trilingui. Dico al ragazzo che ho letto diversi testi dello scrittore-viaggiatore ginevrino Nicolas Bouvier. Lo conosce, lo studiano anche a scuola. Ci racconta di arrivare da una vacanza a Ibiza e di avere il volo domani mattina alle 7.30: una levataccia, tenendo conto che è quasi l’una. Non mi sembra mostri l’assertiva virilità del nottambulo donnaiolo; forse l’isola ha sviluppato, nel frattempo, offerte di divertimento alternative.

Un corridoio del Novotel di Cornellá de LlobregatSaliamo in ascensore fino al piano indicato. Il corridoio, fatto di lunghi tratti angolari, immoquettato a disegni geometrici e fiancheggiato da decine di porte tutte uguali, pare quello in cui corre col triciclo il bambino del film Shining.

In camera con García Lorca

La camera assegnataci è abbastanza grande; ampio e lustro anche il bagno; i materassi hanno l’elasticità densa del lattice. Sulla parete di fronte al mio letto, una tela dipinta con la sola trascrizione in corsivo di questi enigmatici versi, invero vagamente morbosi:

“Si no son los pájaros / cubiertos de ceniza, / si no son los gemidos que golpean las ventanas de la boda, / serán las delicadas criaturas del aire / que manan la sangre nueva por la oscuridad inextinguible” [2]. Potrebbe essere il García Lorca più surrealista, o magari Rafael Alberti, o il Neruda giovanile. In pochi secondi, mia figlia mi conferma trattarsi dell’ode di “Poeta en Nueva York” intitolata Panorama ciego. Soddisfatta la mia curiosità, facciamo una rapida doccia, malgrado l’ora, e ci corichiamo.

Ci alziamo verso le sette. Alla luce del giorno, lo scorcio che si coglie dalla finestra ci appare simile – per le palazzine seriali, gli alberelli, l’aiuola spartitraffico – al quartiere Borsalino di Alessandria.

Questa zona della Catalogna sembra il quartiere Borsalino di AlessandriaFacciamo colazione nella vasta sala del pianoterra: pavimento a colori vivaci, sedie imbottite e tavolini in apparente pino svedese, self service al banco vivande – dolci e salate – e alle macchinette per il caffè, il tè e la cioccolata.

Per andare in aeroporto, distante una decina di minuti, prendiamo nuovamente il taxi. Costeggiamo una zona di verde non spiacevole: quasi rasserenante, anzi, nella tenera luminosità del mattino. Chiacchiero un po’ col conducente. Gli racconto le nostre peripezie di ieri, la colpa delle quali, secondo quanto ci hanno detto, sarebbe da attribuire al maltempo. L’uomo mi informa che questo piovasco è venuto a interrompere un lungo periodo di siccità, e aggiunge che, secondo lui, la Compagnia aerea ha il grave difetto di accettare tutte le prenotazioni, senza poi essere in grado di gestirle.

Le apparecchiature di controllo, qui, non sono della Siemens. Stavolta la partenza avviene senza intoppi. Un’addetta ci passa accanto, mentre siamo ancora in fila, verificando tutti i documenti e fornendo le carte di imbarco. Alle nostre spalle, un gruppo di rudi lettori di quotidiani sportivi nazionali. Senza storia il volo. Di nuovo, un atterraggio da manuale.

Salutiamo Santa, scambiandoci i biglietti da visita. Andiamo poi in cerca della navetta per la stazione centrale.

Decido, strada facendo, che scriverò il racconto di questo viaggio, comprese le vicissitudini finali, per serbarne integro il ricordo. Anni fa, lessi il romanzo di Ivan Bunin “La giovinezza di Arsen’ev”, che inizia così: “Le cose e le opere non scritte si coprono di tenebra e vengono abbandonate al sepolcro dell’oblio; quelle scritte invece è come fossero animate…”.

[1] Ho poi visto, al telegiornale portoghese, che in questo atrio le associazioni di volontariato hanno disposto delle brande per accogliere, nelle notti invernali più fredde, i sem abrigo. I volontari girano per la città cercandoli e portano in macchina al rifugio quanti di loro accettano di andarci.

[2] Se non sono gli uccelli / coperti di cenere, / se non sono i gemiti che battono alle finestre delle nozze, / saranno le delicate creature dell’aria / che stillano il sangue nuovo nell’oscurità inestinguibile.
Trentesima parte – Fine.
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalie:

  • La chiesa di S. Ildefonso
  • In coda per la registrazione in hotel
  • Un corridoio dell’hotel
  • Una zona della Catalogna che ricorda un quartiere di Alessandria
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