Sesta e ultima parte del reportage di Marco Grassano sul castello Petit Sonnailler e dintorni.
Venerdì 10 luglio. Oggi devo tornare a casa, ma prima ho ancora un po’ di cose da fare. Prendo la colazione subito alle otto, servito, come sempre, da una ragazza poco più che adolescente, dai lunghi capelli lisci e biondi e dagli occhi azzurri (i tipi somatici gallici sono abbastanza diffusi), mentre la cagna Iris mi appoggia la testa sulle gambe.
Vado poi a Salon. Per poter venire via in fretta, svolto, prima di raggiungere gli spalti, in Boulevard Lamartine ed infilo la macchina nel parcheggio seminterrato Portail Coucou. Al negozio dei giornali, dopo parecchio frugare e sfogliare, trovo una cartina delle Bouches du Rhone stampata a cura dell’Istituto Geografico Nazionale. La scala è di 1:150.000, e le strade sono dettagliatissime e aggiornate, ma la toponomastica è un po’ carente, per cui non potrò comunque prescindere dall’ausilio della vecchia Michelin.
Seguo poi Cours Hugo e Cours Gimon, fino a trovare, sullo stesso marciapiede, un minimarket, il Petit Casino, nel quale compro dell’acqua per il viaggio e due bottiglie di pastis: un Bardouin e un Le Camarguais, che mi ricordo improvvisamente di aver assaggiato con piacere alle Saintes Maries.
Torno rapidamente alla macchina (la sbarra di uscita del parcheggio è priva del pezzo catarifrangente) e al Castello. Prendo i miei bastoni da passeggio (uno di castagno, trovato sotto il Monte Barrilaro, e uno di tamerice, raccolto al Pont du Rousty) ed inizio a camminare lungo la sterrata che va ad ovest, fra gli alberi, mantenendo il ritmo della canzone dei Sette Nani.

Il tracciato curva, rasenta vigneti, gruppi di piccoli ulivi, prosegue serpentino (ecco le tele di ragno, così cotonose, ai bordi e sui cespugli), attraversa spazi più gerbidi, si insinua tra pini sparsi e bassi, con però a tratti un florido sottobosco (intenso profumo di bianchi fiori di vitalba, insolito da noi), passa accanto a ripetuti speroni di roccia grigia, crestati di rada vegetazione xerofila (sopra, tralicci e linee dell’alta tensione), fino a un cippo con una piccola Madonna chiusa in una nicchia graticolata, dove mi fermo a bere.
Qui si separa in varie diramazioni, che non so dove conducano. D’altronde si fa tardi, e devo ancora preparare la valigia. Mi fermo a fotografare una casetta dalle imposte grigie in fondo a un piatto terreno costellato da qualche sparsa pianta da frutto, più o meno grande; dietro, una rupe verticale; sui fianchi, un sipario di alberi piantumati per ombreggiare l’abitazione.
Al Castello raccolgo le mie cose, do le ultime coccole alla cagna e vado nell’ufficio con Madame Dominique per pagare il soggiorno. Mi offre una bottiglia del loro poderoso vino rosso. Rimaniamo d’accordo di scriverci per posta elettronica: organizzano ancora mostre di pittura come quella che ricordavo; probabilmente ce ne sarà una a novembre.
Vado fino al Vieux Vernègues e lascio la macchina nel parcheggio della crêperie, sul lato che sovrasta la strada di accesso: una compatta fila di ailanti già sviluppati rende ombra sufficiente a riparare tutta la carrozzeria. Aggiro la sbarra, di fianco alla quale una bacheca illustra la storia del villaggio fino al terremoto del 1909, e salgo.
Diciassette anni fa la carrareccia era chiusa da una catena. Una rete metallica, intrecciata di rampicanti spinosi, circonda la maggior parte dei ruderi, totalmente inghiottiti da una vegetazione soffocante. Qualche relitto di edificio è rimasto fuori ed è osservabile nel suo solido spessore di pietra. Oltre le rovine inselvate, un pianoro raso di erba arida, punteggiato di bassi cespugli. Due antenne per la telecomunicazione. Un ex mulino a vento trasformato in torretta di osservazione sull’intero paesaggio, a 360 gradi. Tutt’attorno al parapetto, una tavola di orientamento circolare, in ceramica smaltata a colori.

Mi siedo ancora a un tavolino esterno. Gli ombrelloni e gli alberi fanno il loro dovere contro il sole. Mi prendo un’insalata italiana e la solita crêpe à la ratatouille, con una bella caraffa di acqua fresca. Entro a pagare (pareti in pietra con appesi quadri e foto, pavimento a scacchiera, volta a tonde travi di legno scuro) e parto.
Saluto, più sotto, il cartello col nome del paese (Vernègues, Verneaux…). Sotto la gran fersa del sole scendo la strada fino a Pelissanne, faccio il pieno nel grande distributore, imbocco un po’ a fatica (le indicazioni mi paiono contraddittorie) l’autostrada, alla rotonda di Salon.
Mentre mi lancio in corsa fra gli autoarticolati, comincio a canticchiare una vecchia, dolce e un po’ malinconica canzone del Québec, La complainte du Canadien errant, “Il lamento del canadese errante”:
“Un canadese errante, / esule dai suoi focolari, / percorreva, piangendo, / Paesi stranieri. / Un giorno, triste e pensoso, / seduto al bordo dei flutti, / alla corrente fuggitiva / rivolse queste parole: / Se vedi il mio Paese, / il mio Paese infelice, / va’ a dire ai miei amici / che mi ricordo di loro. / O giorni così pieni di incanti, / siete scomparsi, / e il mio Paese, ahimè, / non lo vedrò più. / Immerso nelle mie disgrazie, / lontano dai miei cari genitori, / passo in pianto / momenti sventurati. / Per sempre separato / dagli amici del mio cuore, / ahimè, sì, morirò, / morirò di dolore. / No, ma spirando, / o mio caro Canadà, / il mio sguardo languente / a te si volgerà”.
Marco Grassano
Didascalie:
- tele di ragno cotonose ai lati del sentieri.
- La casetta alla diramazione dei sentieri.
- Ruderi al Vieux Vernègues.
- La torretta di osservazione.
- “Au revoir, Vernègues”.