Quarta parte del reportage di Marco Grassano sul castello Petit Sonnailler e dintorni.
Lunedì 6 luglio, di ritorno dalla Camargue, voglio ritrovare i sapori della Crêperie Le Repaire, a ridosso della parte vecchia, abbandonata dopo il terremoto del 1909, di Vernègues. Il villaggio mi fa adesso sorridere, per l’assonanza col cognome di un collega di lavoro che ogni tanto ci divertiamo a francesizzare trasformandolo in un professore emerito dell’Università di Besançon.
Al bivio che precede la cappelletta prendo a destra. Poco più di un chilometro di strada, fiancheggiata da querce e poi da campi. Lungo le curve, sul lato esterno, la protezione di legno al creosoto. Un altro bivio (Vernègues 0,6), dissuasori “a vibrazione” in cubetti di porfido, un Centro comunale con di fronte la breve gradinata di accesso a una piazzetta, l’indicazione per il Vieux Vernègues. Tra qualche villetta recente la strada esce dal paese e sale, a curve, verso il costone che incombe. Un gruppo di persone, arrivate in macchina, osserva qualcuno di loro planare col parapendio.
Salgo ancora fino alla carrareccia – sbarrata – che conduce ai ruderi; appena prima, si svolta in salita per entrare nel parcheggio del locale, circondato di alberi. La casa smozzicata sul lato destro ha ancora il vecchio cartello DANGER Accès aux ruines interdit, ma non vedo più, ai suoi piedi, l’imponente rosmarino i cui pallidi fiori azzurri mi si inteneriscono nella memoria.
I tavoli sono gestiti da personale tutto femminile. Mi siedo all’esterno, sotto un ombrellone quadrangolare bianco. In mezzo alla terrazza, una statua neoclassica regge un lume. La tovaglietta di carta nera su cui appoggiano stoviglie e posate è istoriata da una serie di citazioni gastronomiche:
“L’appetito viene mangiando, la sete se ne va bevendo” (Rabelais)
“Il creatore, costringendo l’uomo a mangiare per vivere,
lo invita con l’appetito e lo compensa col piacere” (Brillat Savarin)
“La ghiottoneria inizia quando non si ha più fame” (Daudet)
“Se non siete capaci di un po’ di stregoneria,
non vale la pena che vi immischiate di cucina” (Colette)
“Mangiare bene è raggiungere il cielo” (proverbio cinese).
Anche qui le ordinazioni sono informatizzate. Decido di prendere un’insalata provenzale, la tanto rimpianta (e non più uguagliata altrove) crêpe à la ratatouille, un’altra crêpe dolce, al cioccolato nero e bianco; da bere, una bottiglia di sidro bretone.
Allungo le gambe, mi appoggio allo schienale della sedia e leggo l’inizio dell’Inferno dantesco, in italiano e nella traduzione di Vegliante, acquistata stamattina ad Arles: i versi mi cantano in mente la loro sublime sonorità. Un po’ euforico per il pur leggero sidro, sbaglio percorso due volte e finisco dapprima, scendendo, su una redola diretta ad un prato, poi, in paese, sulla strada per La Barben, ma recupero subito l’orientamento e rientro rapidamente al Castello.
Martedì 7 luglio vado a cena a piedi, al Domaine de la Reynaude, in fondo ai lunghi filari che circondano il Petit Sonnailler. All’andata seguo il ridotto nastro di asfalto perimetrale alle vigne. Una mietitrebbia rossa sta finendo il lavoro nel campo a destra.
L’ingresso del ristorante ha l’aria rustica e ruvida; i tavoli dell’interno sono vuoti; si cena sotto una veranda affacciata sul cortile, ornato, in mezzo, da una tonda fontana asciutta. Ordino il menu du terroir, costituito di piatti dalla denominazione elaborata e difficilmente traducibile (Roulé de jambon serrano à la brousse; Touche fraicheur concombre; Coulis de tomates aux aromates; Espuma aux olives…), come di solito avviene (e anche questo è il caso) per le proposte della nouvelle cuisine: che, a dirla tutta, non mi alletta particolarmente.
Ritorno a piedi, al buio, dalla intrerpoderale che taglia dritta fra i vigneti e arriva dietro al Castello.
(Quarta parte – continua)
Marco Grassano
Didascalia:
– La Crêperie Le Repaire di Vernègues