Terza parte del reportage di Marco Grassano sul castello Petit Sonnailler e dintorni.
Torno al Petit Sonnailler. Mentre, seduto in cortile, sorseggio un vinello fresco di cantina, come in un episodio della bella serie televisiva francese Benjamin Lebel, delitti DOC (in originale, Le sang de la vigne), la padrona mi consiglia di cenare in un locale di Alleins che offre anche piatti italiani. Vi si arriva svoltando a sinistra una volta che si è di fianco alla chiesa.
Seguo la strada per Alleins. L’incrocio di Vernègues. Subito dopo, la cappella di San Giovanni, con le pareti di sassi, senza tetto né pavimentazione. Sulla sinistra, proseguendo, qualche decina di metri di basso riparo dal vuoto, in cemento a piccoli cubi chiazzato di scuro, poi un guard-rail di legno trattato, come i pali del telefono. Alberi. Lungo le curve che scendono in paese, cippi con piccole croci di ferro o di pietra; un grande crocifisso a metà percorso; pinetti appena piantumati, sorretti da un tutore: un paio di essi sono secchi.
Trovo il ristorante: Le Donjon de Louis (ci avevo già cenato dodici anni fa, quando si chiamava solo Le Donjon), che prende, appunto, il nome dal torrione (o “dongione”) che ha di fianco. Restaurant italien – Pizza au feu de bois – Vallocco dice la grande insegna rossa sopra l’ingresso. Una giovane cameriera, minuta e assai graziosa, mi fa accomodare a un tavolino della terrazza esterna.
La casa di fronte a me ha, in alto, strane persiane in legno verde, traforate con le sagome di un cuore, un uccello in volo, un pesce, un’ascia bipenne. Ordino un pastis Bardouin (“È il migliore”, dico; “Sono d’accordo”, commenta la ragazza), una ricca insalata dai molteplici componenti alimentari, gustose polpette al sugo di pomodoro, una mezza bottiglia di corposo vino rosso del Petit Sonnailler.
L’ordinazione viene rapidamente annotata su un palmare collegato alla cassa e alla cucina. Arriva un gruppo di tre persone: una coppia più giovane e un quasi anziano. Mentre entrano nel locale, l’uomo risponde ad una domanda degli altri: “Ah, oui, moi je le le connais très bien”, con un accento quasi forte quanto il mio. Penso che potrebbe essere il cuoco.
Inganno l’attesa, di nuovo, leggendo. Mi sono portato in viaggio Le long été, di Lorenzo Pestelli, fiorentino cosmopolita che, negli anni Sessanta, a Ginevra, scriveva in francese, esibendo bei giri di frase franco-italiani come “sans veiller à la dépense”, “senza badare a spese”. Credevo di trovarvi descrizioni emotivamente coinvolgenti di luoghi e immagini, tratte dalla vita itinerante che l’autore ha condotto.
Ma le cosiddette piecettes sono prose liriche alla maniera dei Canti orfici di Dino Campana (che però scriveva cinquant’anni prima), mentre versi come quelli dell’Ode au Vietnam ricordano troppo da vicino il Canto d’amore a Stalingrado di Neruda – il Neruda più caduco, quello che celebrava l’eroica lotta del popolo sovietico contro l’invasore e l’uomo insonne che vegliava tra le mura del Cremlino. Altri tempi, per carità, nei quali un simile entusiasmo era magari necessario: oggi quelle parole mi risultano illeggibili, se non come mero esercizio linguistico.
Concludo il pasto con una “crème brûlée” e un goccio di aromatico Génépy (il limoncello, in Francia, non mi attira proprio). Vado all’interno per pagare. Canzoni di Laura Pausini in sottofondo. Dallo scontrino vedo che il titolare si chiama Luigi Vallocco. “Qui c’est l’italien, ici?” domando. “Moi” risponde l’uomo alla cassa, con pronuncia impeccabile. “Ah, voilà….” commento io, e gli parlo del libro che ho in mano (“d’un autre compatriote”) e dei tanti italiani che hanno contribuito a fare grande la Francia, soprattutto nel campo della canzone e del cinema (Livi-Montand, Ventura, Reggiani…), ma anche nella poesia (Guillaume Apollinaire era nato a Roma, Paul Valéry era di padre corso e madre italiana…).
(Terza parte – continua)
Marco Grassano
Didascalia:
– Il ristorante di Luigi Vallocco ad Alleins