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Voi siete qui: Biblioteca » Riassunto del quarto libro dell’Anabasi di Senofonte

27 Aprile 2020

Riassunto del quarto libro dell’Anabasi di Senofonte

1. Gli attacchi dei Carduchi

Prima che faccia giorno i mercenari greci intraprendono la marcia verso il paese dei Carduchi che abbandonano le case al loro approssimarsi, per poi attaccare la retroguardia sfruttando l’effetto sorpresa. I capi decidono di snellire il contingente, liberando i prigionieri e facendo meno delle bestie da soma non indispensabili.

La marcia prosegue a singhiozzo, sotto gli attacchi dei Carduchi che sfruttano i passaggi nei punti più stretti per assalire i mercenari. Chirisofo è costretto varie volte ad attendere la retroguardia di Senofonte, finché non prosegue senza aspettare, provocando perdite tra gli uomini guidati dall’ateniese.

Thalatta Thalatta

Senofonte rinfaccia a Chirisofo il comportamento per sentirsi rispondere che l’obiettivo era occupare prima dei nemici la sommità dell’altura, unico passaggio possibile. Senofonte ribatte di aver catturato due uomini del posto proprio per utilizzarli come guide.

Uno dei due non collabora e viene sgozzato. L’altro dice di conoscere una via percorribile anche dagli animali da soma. Bisogna però occupare la vetta prima dei nemici. Si cercano volontari per questa impresa ardita. Si offrono Aristonimo di Metridio, Agasia di Stinfalo, Callimaco di Parrasia e Aristea di Chio.

2. La tregua

I volontari partono per la missione. I Carduchi scagliano massi contro la retroguardia di Senofonte. I volontari occupano la sommità in due tempi, mettendo in fuga le sentinelle nemiche poste di guardia. Senofonte è guardingo nel far procedere la truppa con i carriaggi da un’altura all’altra, ma nonostante la su attenzione il contingente rimasto sulla prima altura viene massacrato dai barbari.

Attraverso un interprete Senofonte comunica con i barbari: propone una tregua e chiede la restituzione dei cadaveri. I barbari accettano in cambio dell’impegno a non incendiare le case dei villaggi. Negli spostamenti durante la trattativa, Senofonte rischia di essere colpito da un masso fatto rotolare dai nemici, ma viene protetto da un oplita argivo, Euriloco di Lusi.

Nei villaggi i mercenari trovano una grande quantità di viveri e possono rendere onore ai caduti. Il giorno successivo riprendono la marcia, ma senza la guida che hanno liberato in cambio dei morti. Proseguono gli attacchi dei barbari e l’esercito si muove a singhiozzo, con Chirisofo e Senofonte che accorrono di volta in volta a difendere la retroguardia o l’avanguardia.

3. Il secondo sogno di Senofonte

I mercenari sostano nei villaggi che dominano la piana attraversata dal fiume Centrite, confine tra il paese dei Carduchi e l’Armenia. Si addormentano finalmente tranquilli dopo una lauta cena, sicuri dopo una settimana di tormenti patiti nell’attraversamento del paese dei Carduchi. Ma il giorno successivo si apre con una doccia fredda: dall’altra parte del fiume ci sono cavalieri e fanti di Oronta e Artuca, decisi a impedir loro l’accesso in Armenia.

I mercenari sono presi da sgomento, considerata la brutta situazione in cui si trovano, in mezzo tra i Carduchi e le truppe di Oronta, con il fiume da passare. Rimangono un giorno e una notte bloccati. Poi Senofonte ha un sogno, il secondo dopo quello raccontato nel terzo libro dell’Anabasi. Era incatenato e non poteva muoversi, ma a un tratto le catene si scioglievano da sole e tornava libero. Lo riferisce a Chirisofo che lo prende per un buon auspicio.

Due ragazzi si presentano da Senofonte e gli raccontano di aver trovato un posto per guadare il fiume mentre cercavano legna per il fuoco. Senofonte scarifica agli dei e si reca da Chirisofo portando i ragazzi perché raccontino anche a lui la loro scoperta. Si decide di dividere l’esercito in due contingenti: il primo guidato dallo stesso Chirisofo e il secondo da Senofonte, con le salmerie e la massa degli uomini tra i due.

Arrivati al punto del guado indicato dai ragazzi, Chirisofo fa un sacrificio e poi inizia ad attraversare il fiume insieme alla sua truppa, mentre Senofonte fa una manovra diversiva e poi si impegna a fronteggiare i Carduchi che avevano intenzione di attaccare la retroguardia impegnata nell’attraversamento. Alla fine tutti i mercenari riescono a guadare il fiume.

4. L’accordo con Tiribazo

I mercenari si spingono nella pianura armena, nell’area dell’Armenia Orientale, governata dal satrapo Tiribazo, amico personale del Gran Re. Questi chiede un colloquio ai capi greci: è disposto a non creare loro problemi, purché si impegnino a non saccheggiare i villaggi. Accordo raggiunto a queste condizioni.

I mercenari proseguono fino a un palazzo reale circondato da villaggi ben riforniti. Scende un’abbondante nevicata. Durante una perlustrazione notturna Democrate di Temno cattura un persiano uscito dal campo di Tiribazo. Costui rivela che Tiribazo si prepara ad attaccare i Greci al passaggio di una strettoia.

I generali fanno radunare l’esercito, mentre un distaccamento di armati alla leggera si avventa sul campo dei nemici mettendoli in fuga e facendo saccheggio. Viene presa anche la tenda di Tiribazo.

5. I disagi causati dalla neve

Il giorno seguente i mercenari partono senza perdere tempo, in mezzo alla neve. Procedono in un territorio disabitato. Oltrepassano il fiume Eufrate a poca distanza dalla sorgente, ma è il forte vento di tramontana il problema. Un sacrificio al dio del vento ottiene il calo d’intensità delle raffiche. Alcuni però muoiono congelati e molti altri patiscono la fame. Generosità di Senofonte che fa rifocillare gli uomini indeboliti dagli stenti. Chirisofo con il suo contingente riesce ad accamparsi in un villaggio, fingendo di guidare un contingente di truppe del Gran Re.

Intensa descrizione delle sofferenze causate dalla neve. I soldati procedono con bende sugli occhi per evitare di rimanere abbacinati dal biancore. I calzari vengono adattati alla bisogna, per quanto possibile.

Alcuni soldati, ormai stremati, si fermano rifiutandosi di proseguire oltre, nonostante le insistenze di Senofonte. La retroguardia si sfilaccia. Chirisofo manda qualcuno per vedere che fine abbia fatto. I due tronconi dell’esercito finalmente si ricompongono per poi sparpagliarsi nei villaggi circostanti quello in cui si è accampato Chirisofo.

Senofonte trova riparo in un villaggio dalle abitazioni sotterranee, colme di viveri e bevande, compresa una gradevolissima birra. Il giorno successivo si porta il capo del villaggio da Chirisofo. Di villaggio in villaggio Senofonte constata che tutti i mercenari se la stanno spassando a banchetto. Il capo del suo villaggio mostra a Senofonte come coprire gli zoccoli dei cavalli con dei sacchi per impedire che sprofondino nella neve.

6. Un ateniese dice a uno spartano

Riprende la marcia, con il capo del villaggio di Senofonte a fare da guida. Costui viene però battuto da Chirisofo perché accusato di condurre l’esercito in zone prive di villaggi. La guida fugge, lasciando il figlio che era stato preso in ostaggio. Di lui si innamora Epistene di Anfipoli a cui era stato affidato. La gestione della guida crea l’unico momento di attrito tra Senofonte e Chirisofo di tutto il viaggio, racconta lo stesso Senofonte.

La marcia procede costeggiando il fiume Fasi. Arrivati a un valico che dà accesso a una vallata incontrano uno sbarramento di Calibi, Taochi e Fasiani. I capi discutono sul piano migliore per passare.

Senofonte tiene una lezione di educazione spartiata al lacedemone Chirisofo: dovranno muoversi come ladri per occupare le alture senza farsi sorprendere dai nemici. Chirisofo risponde per le rime: dovranno fare come gli Ateniesi, impareggiabili nel rubare il denaro pubblico nonostante il rischio di essere puniti.

Senofonte si fa avanti per occupare le alture, ma Chirisofo sostiene che è meglio che mantenga il comando della retroguardia, lasciando l’operazione a dei volontari. Si propongono Aristonimo di Metridio, Aristea di Chio e Nicomaco dell’Eta. Di notte questi occupano il monte, mentre all’alba Chirisofo fa riprendere la marcia. Ne segue una scaramuccia con i barbari che hanno la peggio.

7. Θάλαττα! θάλαττα!

La marcia prosegue verso il paese dei Taochi che si asserragliano nelle loro fortezze. Chirisofo decide l’assedio di una di esse: se non si impossesseranno di vettovaglie, i mercenari non avranno di che sfamarsi. Il problema è che i Taochi rispondono all’assedio scagliando pietre contro gli assalitori.

Senofonte e Chirisofo fanno il punto della situazione, poi nasce una competizione per chi riesca a penetrare per primo nella fortezza. Quando i Taochi hanno finito le pietre, scagliano i bambini e le donne e poi si buttano giù, piuttosto che arrendersi (spettacolo spaventoso!). Quando riescono a prendere la fortezza, i mercenari ci trovano pochi superstiti ma molti animali.

La marcia riprende con il passaggio nel territorio dei Calibi, i più bellicosi di tutti, contro cui devono scontrarsi continuamente. Anche i Calibi vivono in fortezze e i mercenari sono costretti a cibarsi degli animali sottratti ai Taochi.

Poi i mercenari passano nel paese degli Sciteni, fino ad arrivare a una grande e ricca città: Gimnia. Il governatore della regione manda ai mercenari una guida che promette loro di accompagnarli in cinque giorni a un forte da cui si può vedere il mare. Non sarebbe male se nel frattempo devastassero il territorio dei nemici del governatore…

Effettivamente al quinto giorno i Greci sono condotti al monte Teche, da dove i primi arrivati rivedono finalmente il mare. Ne escono con urla altissime che spaventano il resto dei soldati, convinti di essere sotto attacco. Ma poi il grido “Θάλαττα! θάλαττα!” (“Il mare! Il mare!”) attraversa tutta la colonna dell’esercito (è la pagina più celebre dell’Anabasi: un brano studiato in tutti i licei classici).

I soldati si abbracciano e sciolgono in lacrime la tensione e la paura accumulata nella prima parte del viaggio. Elevano un tumulo di pietre e congedano la guida dopo averla ricoperta di doni.

8. L’arrivo a Trapezunte

La marcia riprende nel territorio dei Macroni. La prima tappa li porta a un fiume sulla cui riva opposta stanno i Macroni in armi.

Si presenta a Senofonte un peltasta che dice di essere stato schiavo ad Atene e che forse riconosce il paese in cui si trovano come il suo d’origine. Avutone il permesso, dialoga con gli armati dall’altra parte del fiume. Sono in armi e minacciosi perché i mercenari hanno invaso il loro territorio, ma sono disposti a stringere un patto se questi si impegnano ad attraversarlo pacificamente. Stretto l’accordo, li scortano per tre giorni fino al territorio dei Colchi.

Questi li aspettano in cima a un’altura. Senofonte propone di affrontarli con le truppe in colonne allineate e incoraggia i soldati dicendo che quello è l’ultimo ostacolo sulla loro strada. Quando i due schieramenti vengono in contatto, i Greci hanno la meglio, mettendo in fuga i Colchi.

Senofonte racconta un episodio curioso: l’intossicazione da miele che colpisce i soldati che ne hanno fatto scorpacciata, colpiti da vomito e “follia”. Dopo un giorno, però, ritrovano il senno.

In due tappe arrivano al mare, alla città di Trepezunte, colonia di Sinope nella Colchide. Qui i mercenari si fermano per un mese. Fanno sacrifici agli dei, scorrerie nel territorio circostante e acquisti nel mercato aperto dai Trapezunti. Ma trovano anche il tempo di organizzare degli agoni, da veri Elleni.

Saul Stucchi
La vista del mare, opera di Bernard Granville Baker (da Wikipedia)

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