Quattordicesima puntata del reportage di Marco Grassano sulla città di Porto.
Passiamo sotto l’arco del Ponte da Arrábida, che anche visto da qui conferma la sua eleganza e la sua apparente leggerezza. Tutto questo tratto è completamente privo di edifici. A ridosso delle rotaie, le transenne di una lunga area di cantiere, a sua volta fiancheggiata e dominata da una parete rocciosa fasciata di vegetazione. Totalmente isolato, pensile sull’acqua, sorge a sinistra il piccolo parallelepipedo di un ristorante. Chissà come ha ottenuto il permesso a costruire. Gli hanno addirittura realizzato, davanti, una lunga isola spartitraffico – sufficientemente larga da potervi parcheggiare una fila di macchine – e installato un semaforo, con tanto di minuziosa segnaletica orizzontale, affinché i clienti attraversino senza rischio.
Poco più avanti, un incredibilmente prolungato condominio “avveniristico” di metallo-cemento-vetro che mi ricorda, con raccapriccio, lo sviluppo insostenibile della Riviera ligure peggio cementificata.
Ancora un gruppo di case a dimensione umana. Alcune sono abbandonate o malconce: ma preferisco, senz’ombra di dubbio, le abitazioni fatiscenti o murate o prive di tetto – per le quali sussiste almeno la speranza di un dignitoso recupero – all’ecomostro che ci siamo lasciati alle spalle.

Un vecchio capannone bianco, ben ristrutturato. Il basso muro esterno, pure bianco, di una caserma: l’esercito, nelle sue varie diramazioni, è qui una presenza palpabile ma per nulla inquietante.
Il lungofiume assume la foggia di un lungomare da Riviera, con tanto di rasserenanti giardini verdi solcati da passaggi per i pedoni: d’altronde, siamo praticamente alla foce. La pista pedonale scavalca, su un ponticello di legno blandamente arcuato, una specie di piccolo fiordo artificiale. Nel vicino spiazzo, una scultura in bronzo potrebbe raffigurare una vela stilizzata e marinai che scrutano l’orizzonte, mentre un grosso cippo reca un’iscrizione dalle parole maiuscole parzialmente cancellate.
Riprendono le palazzine commerciali incollate a schiera, a schema ripetitivo, ma il complesso architettonico mostra per fortuna linee morbide e pareti bianche che non offendono troppo la vista. Un muraglione di calcestruzzo rivestito in pietra sostiene il dislivello di villette nuove e squadrate, probabilmente costose ma comunque di cattivo gusto, con presumibile accesso da una via parallela.
Un ultimo edificio mercantile bianco in stile inizio novecento, poi si torna definitivamente all’anima popolare di minuscole casette da pescatori, variopinte, a uno o massimo due piani, appiccicate l’una all’altra come per risparmiare una parete o difendersi dal freddo, quasi commoventi nella loro affettuosa semplicità.
Pochi decine di metri dopo, il tram si arresta in mezzo a un drappello carnevalesco, sgargiante di costumi da caretos de Podence (1). La conducente ci informa, in inglese, di non poter proseguire, per la festa di S. Bartolomeo: comunque, manca una sola fermata al capolinea.
Scendiamo dalla vettura. Siamo in prossimità di una cappelletta bianca, simile a un’edicola funeraria. Il cielo è ancora di una nuvolosità autunnale. Di fronte a noi si srotola una vera folla, migliaia e migliaia di persone assiepate in duplice filare, ai lati della via, per assistere al corteo.
Passiamo attraverso i circa 150 figuranti, dai bambini piccoli ai quasi anziani, dell’Orfeão da Foz, gruppo folcloristico dell’Unione dei Quartieri della Foce, abbigliati a rievocare momenti e mestieri che hanno fatto storia. Gli abiti appaiono confezionati con estrema cura e abilità, anche se, a giudicare dai colori un po’ “fumettistici” e dalla rigidità innaturale delle gualciture, si direbbero di carta. Sicuramente di cartapesta sono i finti cibi e attrezzi che completano la caratterizzazione.
Proseguiamo. Un villino dagli appuntiti tetti gotici inglesi. Un grigio condominio con linee da bunker rovesciato e, alla base, vetrine di un’imbottitrice-restauratrice di mobili. Patetiche casupole a un solo piano. Davanti al civico 130, che pare di bambola, pochi tavolini con avventori impegnati a mangiare e a bere. Un’insegna esagonale dice: “Mercearia do Miguel – Vendita e degustazione dal 1958″. Entriamo alla ricerca di un bagno. Più che bar si direbbe in effetti botteguccia di alimentari, che profitta dei festeggiamenti per qualche somministrazione aggiuntiva.
L’esiguo spazio, assai più profondo che largo, è pieno di persone gioiosamente vivaci e pervaso da una particolare, inspiegabile luminosità forse dovuta al candore delle pareti e delle capriate, alla brillantezza dei colori, al tono chiaro dei legni, in rasserenante contrasto col grigiore del cielo.
Andiamo ancora avanti, passando alle spalle dell’assembramento in attesa. Non se ne vede la fine: l’intero quartiere, o insieme di quartieri, deve essersi riversato in strada. Un chafariz a tre vasche. Uno spazio chiuso da pannelli: macerie terrose, erbacce, arbusti. Un altro condominio moderno. Qui, fra una farmacia e un salone di bellezza, la terrazza esterna dell’animata Confeitaria Paparoca da Foz. Vogliamo comprare delle bottigliette d’acqua, ma inizialmente, ignorando le abitudini del locale, ci mettiamo in coda in fondo, al banco del pane.
Una banda inizia a suonare: è la Filarmónica Marcial da Foz do Douro, che vanta 135 anni di attività e un curriculum concertistico di tutto rispetto. Mentre camminiamo, sempre seguendo i binari, comincia a mitragliarci, da una lunga serie di diffusori appesi ai lampioni, la voce tonante di una donna che illustra la manifestazione, il “Corteo del vestito di carta”.
Ecco i vari gruppi mascherati – o forse, non avendo maschera, è più corretto “travestiti” – avanzare per blocchi tematici: quello religioso, col Papa, i pastorelli di Fatima, frati e preti; quello culturale, con Fernando Pessoa e i suoi eteronimi, il pittore José de Almada Negreiros, il regista Manuel de Oliveira, l’architetto Álvaro Siza Vieira; quello sportivo, con la Nazionale campione d’Europa; quello finanziario, con le graziose eurinhas in costume da Euro; quello politico, coi ragazzi e le ragazze della Mocidade Portuguesa (2) in camicia verde su cui spicca il distintivo degli scudi nazionali disposti a quinconce, coi militari del 25 aprile e con la gente che li festeggia: Soldado, amigo, o povo está contigo (3)…
Note:
- Enigmatiche figure mascherate della regione di Tras-os-montes, nel nord del Portogallo, di probabile origine celtica.
- Corrispondente salazariana della mussoliniana Gioventù Italiana del Littorio.
- Soldato, amico, il popolo è con te.
Quattordicesima parte – Segue.
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- La Porto ligure
- La festa che ha interrotto il percorso del tram; a destra, i Caretos de Podence