Con questa puntata si chiude il reportage di Marco Grassano su Creta.
Il viaggio dura circa un’ora. Il solito cartello verde segnala l’uscita, fra 200 metri. A sinistra, una scoscesa collinetta – cintata sulla cima, e forse artificiale – solleva nel cielo quella che sembra un’enorme pallina da golf: ma già sappiamo trattarsi di un radar, per averlo imparato a Malta.
Imbocchiamo lo svincolo, in curva tra schiere di giovani pinastri, e confluiamo in un ampio stradone a quattro corsie, con aiuola centrale di minuscole palme e di carrubi, poi di sole palme più grandi.

Una rotonda ci fa prendere a sinistra. Quindi sterziamo a destra, per transitare tra il corpo dell’aerostazione e lo spiazzo degli autonoleggi esterni, nel quale entriamo dal fondo, rasentando altre palme e carrubi. Individuiamo il nostro Caldera. Parcheggiamo di fronte al gabbiotto. Uno dei due soci controlla il livello della benzina, poi ci congeda con una stretta di mano e un sorriso.
Entriamo nell’atrio. È ancora presto. In un chiosco, mangiamo tranci di pizza cretese, cosparsi di feta, pomodorini, fettine di peperone e olive nere: non male, date le circostanze decisamente riduttive.
Passiamo dal deposito bagagli e superiamo i controlli di sicurezza. Ci portiamo fino alla sala d’aspetto, vicino al gate in cui ci imbarcheremo. La vetrata di fondo, a tutta parete, dà sulla pista, oltre la quale si scorgono, vicinissime, la costa e la marina. Diverse le persone già sedute, per lo più smanettando sui cellulari.

Una madre giovane e bruna continua a infastidire, con petulante nervosismo alimentato da qualsiasi pretesto, marito e bambino: per andare in giro così, meglio stare a casa. Fissati ai sedili da robuste cordicelle, alcuni libri, in greco. Bell’idea, direi, che da noi nessuno ha mai avuto.
Riconosco, seppure a fatica, L’insostenibile leggerezza dell’essere (Η Αβάσταχτη Ελαφρότητα του Είναι, I Avástachti Elafrótita tou Eínai) di Milan Kundera e Il grande Gatsby (Ο Μεγάλος Γκάτσμπυ, O Megálos Nkátsmpy) di Francis Scott Fitzgerald. Ester li sfoglia ed esclama: “Mi sembrano i brani che ci davano da tradurre a scuola!”.
La procedura di imbarco ha inizio alle quattro e mezza. L’aereo decolla un’ora dopo. Mentre voliamo, scorro l’ultima annotazione del vecchio taccuino, compilata in circostanze analoghe: “I greci si segnano tre volte anche quando parte l’aereo. Sull’Egeo, le nubi tendono a raccogliersi sopra le isole. L’assessore Claudio Basso, del Comune di Genova, sostiene che il fenomeno può essere dovuto a una questione termica. Nuvole bianche e bioccose, ma basse, anche sul continente (Peloponneso?)”.
Mi metto a leggere Elitis. Questi versi, nel 2000 li avevo commentati con gli amici di Castenaso:
“E molti gli alberi d’olivo
che nelle mani vaglino la luce
e leggera si distenda nel tuo sonno
e molte le cicale
che non sentirai più
come non senti più il battito del polso
ma poca l’acqua
perché sia per te come un Dio,
perché tu capisca dalla sua voce il senso
e l’albero tutto solo
senza gregge
per fartelo amico
e conoscere il suo nome prezioso…”.
Trentanovesima parte – Fine
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- La macchina restituita all’autonoleggio
- La sala d’aspetto