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Voi siete qui: Europa » Reportage sull’isola di Creta: arrivo ad Agios Nikolaos

28 Marzo 2020

Reportage sull’isola di Creta: arrivo ad Agios Nikolaos

In questa puntata del suo reportage su Creta Marco Grassano racconta l’arrivo ad Agios Nikolaos.

Riprendiamo il viaggio. A sinistra, dietro una cortina di canne, di oleandri e, più avanti, di tamerici, si scorge, a tratti, il mare azzurro cupo. Pali della luce balzano di qua e di là della strada. Ritroviamo nella memoria alcune delle immagini viste all’andata.

Dopo il lungo rettifilo, la carreggiata torna a essere mollemente sinuosa. L’incrocio per Γεράνι. L’uscita occidentale di Rethimno, dove ci eravamo immessi. Proseguiamo. Da qui in poi, quel che vediamo è nuovo.

A momenti, la strada si incide nella roccia. Un canyon punta al mare, che campeggia a sinistra. La riva e le case, da qui, non si vedono. L’uscita per Spili-Rethimno. All’altezza di un nuovo canalone, invece, scabro e poco vegetato, il borgo centrale lo si scorge tutto, stagliato contro il blu della marina, dalla Fortezza alla lunga diga frangiflutti del porto nuovo. Si alternano tratti incassati, anche in profondità, ad altri – sempre più frequenti – in cui il pelago dilaga, fino ad essere una presenza assidua.

Uliveti ricompaiono a destra. Dopo aver diviso a lungo le due corsie, il guard rail sfuma nella doppia linea continua. Abitati sfilano sui fianchi. Tamerici vaporose. Canneti. In alcuni punti, la strada si allarga parecchio. Andiamo avanti fra tamerici e conifere di varie specie, mentre il sole sfavilla ovunque. La mia malinconia si è dissipata. Ecco ancora la marina. Il paesaggio non è particolarmente suggestivo, in questo perdurante rettilineo.

Il paese di Σφακάκι. Scorci di mare. La strada si fa mossa, per superare un promontorio; poi torna all’ampio respiro, spazioso e piatto; quindi corre di nuovo fra rocce, curve, saliscendi. Il bivio per Πέραμα – Πάνορμο, poi quello per Ρουμελί e una sfilza di altri paesi. A bordo carreggiata, edicolette commemorative, minuscole come case di bambola, e capanni incannicciati in cui vendono frutta e verdura di produzione locale. Isolata a destra, una piccola cappella bianca dall’arcuato tetto rosso.

Serpeggiamo blandi tra le emergenze rocciose del primo entroterra, più prodighe di impressioni visive. Dominiamo ora, verso destra, una vallata con chiazze sparse di villaggi. Torniamo in vista del mare. La strada, a curve, in discesa fra dossi semibrulli, è comunque ampia, parecchio per una riviera erta di rocce.

Ιερά Μονή Αττάλης Μπαλή

Facciamo sosta “igienica” dopo una curva, lasciando la macchina sulla destra della strada, nello spazio a mezzaluna delimitato da una bassa rete metallica e dal rudimentale cancelletto d’accesso a un piccolo uliveto – scabro di massi e irsuto di cespugli – dietro il quale si gonfia un mammellone coperto dalla macchia mediterranea.

C’è già un’altra auto, vuota. Proprio di fronte, un insieme di costruzioni circoscritte da un muricciolo di sassi: cappella imbiancata a calce; portico e presumibile canonica (sul tetto, pannelli fotovoltaici) in pietra a vista. Grandi lettere auree, applicate al portone di ferro nero, dicono: Παναγία Χαρακιανή – Ιερά Μονή Αττάλης Μπαλή. Panagìa è la Madonna; Ierà Monì vuol dire Sacro Monastero. Il resto sono nomi che non individuiamo.

Un ricordo improvviso mi fa sfogliare gli appunti di viaggio del 2000: “Al ritorno ero seduto accanto a un uomo che ricordava vagamente Salvatore Quasimodo. Passando di fronte a una chiesetta cintata come un cimitero, si è segnato tre volte, alla maniera ortodossa, accennando un inchino” (NOTA). Credo fosse avvenuto proprio qui.

Le alture sono cresciute in imponenza. La strada continua ad avanzare lungo tratti di rupi più o meno ispide e scoscese, in un’alternanza fra rettilinei e tornanti di diverso raggio, a volte avvicinandosi al mare, a volte tagliando verso l’interno. Le superfici intorno, oblique, sono prevalentemente brulle, con cespugli e qualche sparso uliveto di piante rade.

Arriviamo a bordeggiare un versante impervio, abbastanza alto. Ai piedi, il segnale stradale di pericolo che suggerisce “Attenzione animali”. Rievoco, ad alta voce, l’annotazione sul mio taccuino che precedeva l’altra: “09/10/2000. Andando a Rethimno. In viaggio. A un certo punto, scorgo, lungo una parete rocciosa a picco sulla strada, delle sagome di animali che paiono appese, e mi domando: perché mai avranno attaccato quelle pelli di bestia alla roccia? Qualche secondo dopo, avvicinandoci, mi accorgo che si tratta di capre vive, appollaiate, abbarbicate su esili, strette sporgenze. Come diavolo avranno fatto ad arrivarci?”.

L’alternanza di aspetti paesaggistici rimane costante per parecchio tempo. Dalla litoranea si scorge, sullo sfondo, la baia di Iràklio, coperta da un funghire di edifici bianchicci. Poi proseguiamo senza vedere il mare, ma avvicinandoci sempre più alla città.

Tra le corsie, il solito divisorio di cemento prefabbricato, che diventa quindi stretta aiuola. L’ennesima chiesupola immacolata all’ombra degli alberi. L’uscita per l’ospedale (Νοσοκομείο). Cipressetti, oleastri pallidi, mirti e ginestre, in fascia continua sul bordo strada, si avvicendano a conifere più alte. Abbozzi di sobborghi sgranati, che man mano si addensano in una remota e brutta periferia artigianale. La mitologia, qui, c’entra ben poco. L’uscita verso Τιμπάκι e Μοίρες, strada da noi seguita per andare a Gòrtina e Festo. È poi la volta del raccordo per Iràklio e Cnosso.

Lo stradone punta su un ammasso di case bianche, sormontate dal mare livido, che dev’essere la zona dell’aeroporto; poi curva a destra e lo evita. Ecco, infatti, l’indicazione Αερδρόμιο. Agios Nikòlaos rimane invece a 61 chilometri. Ancora capannoni in un paesaggio piatto, di nessun interesse, tranne che, come meta, per le modeste emergenze geologiche verso le quali ci dirigiamo. Le raggiungiamo abbastanza in fretta e le scaviamo di lato. Fa caldo. Una schiera di folte tamerici ci risparmia laidezze di capannoni, che poco oltre si pongono però in piena evidenza.

Lo spartitraffico si ricompatta. Spaziose superfici di rocce nude, incise dalla carreggiata di asfalto nuovo, e marina scura: null’altro sotto il cielo. Mancano 54 chilometri. Curve dolci, per assecondare sporgenze e rientranze del litorale.

Luce fortissima, di mare. Ricompaiono piccoli agglomerati di case bianche, recenti, che potrebbero anche trovarsi sulla costiera andalusa, ferita dalla speculazione edilizia. Ci allarghiamo in una conca rivierasca pianeggiante. La freccia per Ανόπολη. Mi viene in mente la Antinòpoli voluta dall’imperatore Adriano.

I rilievi, rossicci e semidesertici come in Arizona, si mantengono arretrati verso destra. La fascia litoranea è tutta un caseggiato. Procedendo, ci allontaniamo dal mare. Si distendono attorno a noi ulivi ancor giovani.

Le carreggiate si divaricano, infossandosi, poi corrono del tutto separate, su piani diversi, come lungo la Genova-Serravalle. Sopra le nostre teste incrociano, man mano, cavalcavia di strade secondarie. Curviamo attorno a un massiccio roccioso, tornando ripetutamente a intaccare la pietra.

I due tronchi della statale riconvergono, in una seconda area pianeggiante. Agios Nikòlaos, 37 km. Lo svincolo di Χερσόνισος. Sfiliamo ancora a lungo tra pelago – in basso, sempre sconcio di costruzioni – e alture incise. Spaziati cipressi provenzali a destra, tamerici a sinistra. Una galleria. Percorrendo un ponte, superiamo una valletta che dichina alla costa urbanizzata.

Macchia mediterranea e mare. Sul bordo destro, una processione di cipressetti lanceolati, con impianto di irrigazione a goccia. La rotonda per scendere a Μάλια o addentrarsi in salita a Μοχός. Roccia, radi cespugli, alberelli. Μάλια biancheggia in basso a sinistra.

Nella piana, appena mossa, uliveti e serre disperse. Conifere, tamerici e cespugli intonsi presidiano lo snodarsi lento della carreggiata. Ulivi si dispiegano sulla dritta, scaglionati in bassi e profondi terrazzamenti a secco.

Riagguantiamo le alture e sfiliamo fra rupi arcigne che incombono su chi passa, come alle Strette di Pertuso. Poi, a destra, l’oppressione spaziale si allenta in un arioso, verdeggiante paesaggio di chiarità preappenninica. Ancora una galleria. Un nuovo susseguirsi di dossi, variamente vegetati.

Verso dritta, il compatto agglomerato urbano di Νεάπολη. Mi viene in mente quell’altra canzone dei Pink Martini, in italiano stavolta: “Una notte a Neàpoli, tra la luna e il mare, ho incontrato un angelo che non poteva più volare…”. A ulteriore conferma della grecità della nostra Partenope – Παρϑενόπη, “sembianze di vergine”. Ci restano da percorrere 13 chilometri.

Una specie di piccolo, rudimentale mulino a vento, in pietra a vista. Versanti più allargati e più brulli. Sul fondo della conca intermedia, il candido borgo di Λίμνες, parola che significa, chissà perché, “laghi”.

Solchiamo ancora, ripetutamente, tratti di pietra bianca-rossiccia-grigiastra, crestata di verde. Sul lato mancino, le tamerici lasciano subentrare i primi, snelli eucalipti. Cipressi, dall’altra parte.

Due vaste stazioni di servizio. Le alture rimangono definitivamente indietro. Le prime case, assai distanziate fra loro. L’incrocio, semaforizzato, per Ιεράπετρα. Su un piano campagna più alto, dietro le cortine degli alberi, capannoni. Ed ecco schiudersi, all’improvviso, la parte nuova della cittadina, con a sinistra, oltre la linea irregolare, caotica degli edifici, la baia.

Eleni Studios ad Agios Nikolaos, Creta

I due sensi di marcia della via d’arrivo (intitolata ad Andreas Papandreu, politico socialista: si trova proprio qui, al numero 18, il nostro piccolo albergo, Eleni Studios) sono separati da una stretta fascia salvagente, piastrellata. Individuiamo la pensioncina, sul lato opposto della strada: tre squadrati piani fuori terra e, davanti, un ridotto cortile, fitto di piante. Proseguiamo fino alla prima rotonda, facciamo inversione e ci fermiamo di fronte allo stabile, in coda ad altre vetture parcheggiate.

NOTA: Avevo poi scritto anche questo: “Viaggiando in corriera ho notato persone che si fanno almeno due volte il segno ortodosso quando il mezzo oltrepassa una chiesa o una cappelletta”.

Ventottesima parte – Segue

Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalie:

  • La chiesetta cintata della sosta
  • La pensione di Agios Nikolaos
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