È spiazzante ripensare a Dublino in giorni di crisi anche per la “Tigre Celtica”, come l’Irlanda è stata chiamata dopo il boom economico tra gli anni Ottanta e Novanta.
Per me significa aprirsi a una serie di considerazioni che riguardano il mio ultimo viaggio là, due Natali fa, in una città umida e trafficata, che sembrava aver inscatolato il suo fascino per conservarlo al sicuro.
Dublino, una delle capitali più piccole d’Europa, gonfia di immigrati di ogni dove, grazie agli investimenti stranieri e agli aiuti finanziari dell’Unione Europea, con le conseguenti opportunità di lavoro.
L’ultima volta che c’ero venuto, nel 1999, il fenomeno esisteva già, ma non era così accentuato. Quel Natale 2007, invece, si avvertiva già di essere al culmine di una parabola da cui presto, forse, il paese avrebbe cominciato a scendere.
Giravo per O’Connell Street e per le vie intorno al General Post Office (GPO) – quello della rivolta anti-inglese del 1916, rievocata dal film Michael Collins di Neil Jordan – e vedevo un gran numero di cittadini dell’Est europeo. Polacchi, soprattutto, cui facevo caso perché vivevo con loro – ero ospite della famiglia del fratello di Agnieszka, la mia ragazza.
E così mi accorgevo di empori gestiti da polacchi per polacchi con cibo e altri prodotti sempre polacchi. Erano arrivati in massa dopo l’ingresso della Polonia nell’UE. Sembrava quasi un “quartiere mobile” dentro la città, che pure conservava ancora tratti importanti dell’atmosfera di otto anni prima.

Davanti al GPO adesso svettava la “Spire”, un’altissima guglia metallica, che aveva preso il posto un tempo occupato dalla Colonna di Nelson, fatta saltare dall’IRA negli ani ’60. L’aria era ancora intrisa della vitalità, del brulichio delle due estati di fine secolo che avevo passate qua, nel ’98 e nel ‘99.
E poi c’era O’Connell Bridge, largo come una piccola piazza e affacciato come una terrazza sul Fiume Liffey, con le sue facciate dai colori vivaci scazzottanti, che sapevano di un proletariato evolutosi in borghesia industriale. C’era il sole, quel dicembre, ma sembrava che sulla città aleggiassero ancora i fantasmi grigi della città dei Dubliners di James Joyce.
E, subito al di là del ponte, quasi evocate dallo spettro di Ulisse Bloom, ecco le strade orbitanti attorno al Trinity College, l’antica università che è anche il monumento più noto della città. Westmoreland Street, College Green e l’ingresso del vecchio College, dove la sua facciata grigia da vecchia signora ben tenuta incontrava quella da professionista anziano della Bank of Ireland, quasi dirimpetto.
Autobus a due piani dai colori più diversi, gente ingiacchettata e donne in tuta da ginnastica, la consumistica corsa ai regali e il retrogusto della povertà del passato che ancora traspariva da dietro le finestre dei palazzi, come se la ricchezza degli ultimi anni fosse stata inghiottita troppo in fretta.
Poi l’ingresso nel Trinity College, sobrio e fuori dal tempo, con le sue costruzioni che sanno di templi classici e la sua erba che evoca ampi spazi. La scultura di Arnaldo Pomodoro e il grande prato, con una partita di calcio tra due squadre di studenti.
L’uscita dal recinto accademico, per attraversare Nassau Street e imboccare Dawson Street, con le sue case eleganti, fino a sfociare in St. Stephen’s Green, la più grande piazza d’Europa, con il suo giardino.
Le macchie di colore delle aiole di fiori e i capannelli di gente, a punteggiare l’eterno dialogo di grigio e di verde di questa città e di tutta l’isola d’Irlanda. Due passi tra i vialetti, mentre un’eco di musica e di confusione si propagava dall’angolo della galleria commerciale, nel punto in cui termina Grafton Street: c’era un neozelandese che faceva delle prodezze sui trampoli.

Poi si entrava nell’allegro caos della via del passeggio per eccellenza della capitale, con la sua pavimentazione rossa e la parata di facciate tra lo storico e il commerciale, alternate da buskers più o meno improbabili: gruppi che producono i loro cd, arpiste dall’aria smarrita, un uomo-statua e un ragazzino dall’aria pestifera che cantava col cappello in mano.
In mezzo a questo marasma, non si riesce a capir bene quanta parte della vita dublinese sia il segno di un passato che si proietta sul presente, e quanta di una modernità fuori dagli schemi.
C’è entusiasmo, c’è benessere, ma c’è anche l’ombra di anni grami che torna a materializzarsi, lontana eco che si spera non debba mai più prender forma. Quella che, in fondo, è testimoniata dalla statua di Molly Malone, un altro simbolo della città.
All’altra estremità di Grafton Street, immortala la leggendaria fanciulla venditrice di pesce e prostituta, morta di febbre, alla quale è stata dedicata una famosa canzone che ancor oggi si canta nei pub del centro, nel quartiere di Temple Bar, battuto dai turisti di tutto il mondo in cerca di birra, di sorrisi e di un’energia che in questi luoghi si è come rappresa, e si spera non debba mai scorrere via.
Testo: Giovanni Agnoloni
Foto: Tourism Ireland
Video: Giovanni Agnoloni e Agnieszka Moroz
Informazioni:
Turismo Irlandese
Tel. 02.48296060
www.irlanda-travel.com