Il Piccolo Teatro Strehler di Milano propone in cartellone da martedì 16 a domenica 21 aprile Zio Vanja di Anton Čechov, seconda tappa del Progetto Čechov di Leonardo Lidi che ne firma la regia sul testo tradotto da Fausto Malcovati. Segue Il gabbiano andato in scena nella passata stagione, nell’aprile dell’anno scorso.
La dacia, la tenuta di campagna da una ventina di camere, è riassunta in un’unica parete di legno a cui è poggiata una panca su cui siedono e davanti alla quale si muovono i personaggi (la scena, come il disegno delle luci, è curata da Nicolas Bovey).

Non sono vestiti come russi di inizio Novecento né tantomeno “alla russa” secondo l’immaginario che ci siamo fatti proprio grazie ad allestimenti di classici come appunto Zio Vanja e Il giardino dei ciliegi. I costumi di Aurora Damanti rimandano invece al cinema italiano degli anni Ottanta, o almeno così sono parsi a me. Il dottor Astrov, interpretato dal bravissimo Mario Pirrello (recentemente apprezzato nel ruolo del dittatore Pinochet in Ho paura torero di Pedro Lemebel, rappresentato al Piccolo Teatro Grassi), sembra indossare i panni di Mario Brega in un film di Verdone, con tanto di occhiali cerchiati in oro.
Il senso di straniamento che ne viene è come un invito a considerare eternamente valide le pulsioni che muovono (ma soprattutto non muovono) i personaggi della pièce, bloccati nei loro stati di ansia, angoscia, amore, disillusione e frustrazione. L’ingenua e sognatrice Sonja (Giuliana Vigogna) veste un abito azzurro che ne simboleggia le aspirazioni a elevarsi dalla condizione che la imprigiona. E infatti zio Vanja la deve tenere per mano per impedirle di prendere il volo come un palloncino.

Molto serrato è il ritmo della prima parte, soprattutto nelle tirate di zio Vanja, a cui Massimiliano Speziani imprime i gesti e le posture di un buffone depresso pronto a dare in escandescenze. Poi un poco rallenta per seguire lo sprofondamento nelle sabbie mobili della vita in provincia. Parlano tra loro i personaggi, ma sembra che non riescano a comunicare e continuano a spostarsi lungo la panca come a inscenare l’impossibilità di trovare ciascuno il proprio posto, tanto nella dacia quanto nella vita.
«Il dottor Cechov è buono. Conosce tutte le nostre debolezze. Le nostre velleità, le nostre vanità. E ce le perdona, tutte», scriveva Beniamino Placido nel testo intitolato La televisione attraverso Cechov, raccolto nel libro La televisione col cagnolino pubblicato trent’anni fa da il Mulino.
Le conosce e le perdona, sì. Ma intanto ce le mostra, senza tralasciare qualche stoccata al populista Tolstoj: “Solo nei romanzi ideologici insegnano ai contadini e li curano”, dice nel terzo atto la bella Elena (qui Ilaria Falini) a Sonja che la rimprovera perché confessa di annoiarsi a morte.
Insieme a Čechov ce le mostra Leonardo Lidi che in più di un’occasione spinge sul pedale del comico (su tutte la scenetta delle slide con la cartografia della regione). Perché tanto vale ridere un po’, nel frattempo, visto che – sono le parole finali di Sonia – “Dobbiamo continuare a vivere. Vivremo una lunga, lunga serie di giorni, di interminabili sere, sopporteremo pazientemente le prove che ci toccheranno”.
Saul Stucchi
Foto di Gianluca Pantaleo
Zio Vanja
Progetto Čechov, seconda tappa
di Anton Čechovregia Leonardo Lidi
traduzione Fausto Malcovati
con Giordano Agrusta, Maurizio Cardillo, Ilaria Falini, Angela Malfitano, Francesca Mazza, Mario Pirrello, Tino Rossi, Massimiliano Speziani, Giuliana Vigogna
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
suono Franco Visioli
assistente alla regia Alba Porto
produzione Teatro Stabile dell’Umbria
in coproduzione con Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e con Spoleto Festival dei Due Mondi
Informazioni sullo spettacolo
Dove
Piccolo Teatro StrehlerLargo Greppi 1, Milano
Quando
Dal 16 al 21 aprile 2024Orari e prezzi
Orari: martedì, giovedì e sabato 19.30mercoledì e venerdì 20.30
domenica 16.00
Durata: 1 ora e 45 minuti senza intervallo
Biglietti: intero platea 33 €; intero balconata 26 €