Il 26 novembre del 2010 Yara Gambirasio, una ragazzina di soli tredici anni, esce di casa, per andare al campo sportivo e da lì non tornerà più. Il corpo verrà ritrovato il 26 febbraio del 2011, in un campo.
Da qui parte il romanzo di Giuseppe Genna, dal titolo Yara. Il true crime (Bompiani).
A ripercorrere il caso un io che si confonde tra la folla dei giornalisti, quelli che assalgono, affollano, raccontano facezie sotto i riflettori. La storia che si delinea, con grande abilità e con una scrittura levigatissima e senza mai alcuna pecca, non ha a che fare né con Yara, né con la sua famiglia o con il colpevole.
A Genna interessa qualcos’altro: non riaprire il caso, né lo approfondisce, né dà adito a nuove o presunte manipolazioni. Non c’è spazio alle manipolazioni o ai negazionisti. Né al voyeurismo: Genna si interroga sulla sete di verità, sul bisogno di trovare per forza un assassino da incolpare. E in questo non c’è spazio per un caso irrisolto, quando c’è di mezzo una ragazzina di tredici anni e una morte accidentale non possa essere accettata e per questo si deve trovare fisicamente un colpevole. Un mostro ovviamente. Perché la morte di una tredicenne non può non essere implicata con la violenza sessuale.

C’è qualcosa, nella coscienza collettiva degli italiani che è stata toccata. E che non deve essere toccata in alcun modo. Per questo la giustizia ha il dovere di non permettere a quel brutale delitto di scalfire la narrazione che gli italiani fanno di sé.
Sembra inammissibile che l’assassino sia scomparso nel nulla. O che ci sia un movente più banale, a cui non si riesce e non si vuole pensare, come accade nel romanzo di Friedrich Dürrenmatt La promessa.
Giuseppe Genna non dà certezza, come del resto non dovrebbe mai darne la letteratura. Suggerisce strade diverse, ma soprattutto mette in evidenza una questione ontologica precisa: questo è il tempo della cronaca. Il tempo delle notizie che non si ha modo di approfondire. O di comprendere veramente, perché qualcos’altro, nel frattempo, è successo da qualche altra parte. E quello che ha dato scalpore finisce per essere dimenticato.
Andando avanti, nella lettura del romanzo, si comprende come il tempo, che si sta vivendo, non è solo quello della cronaca, ma anche della scienza e della criminologia e dei profiler. Un tempo in cui si chiedono delle soluzioni, come accadeva durante il Positivismo.
La verità è che non esiste una verità ontologicamente assoluta. E non la si raggiunge, neanche con la scienza. È un mondo di crisi, quello che racconta lo scrittore. Questo lo snodo e la peculiarità di Yara. Il true crime.
Genna osserva un mondo, ne osserva le reazioni, ne osserva il bisogno di verità. Ma anche la necessità di consumare rapidamente un fatto grave.
Genna, va detto, costruisce questo io che sembra un “io collettivo”. Un luogo in cui lo scrittore commenta i fatti presi dai testi redatti dalla polizia, dai carabinieri, dai giudici. Insomma, dall’autorità. Da fonti attendibili. Di questo io sappiamo poco, non sembra avere un’identità, non ha sesso né sapore.
Forse è solo una voce. O il portatore di una voce. Una voce che cerca, nei limiti umani, di non deformare quanto riportato e appreso dalle fonti ufficiali e dalle parole degli avvocati o dei genetisti, degli show di approfondimento di seconda serata.
Genna è discreto nei confronti dei veri protagonisti: Yara, prima di tutto, la sua famiglia, il colpevole e la famiglia o le persone che ruotano intorno a lui. Non indaga. Non racconta ciò che non deve essere raccontato. Parte dal fatto. Ma nelle ultime pagine Yara appare libera, vitale come è la libellula che è stata quando si cimentava in uno dei suoi pezzi da ginnasta.
Giuseppe Genna vede un legname con il delitto di Avetrana, di pochi mesi prima (il 26 agosto) dove aveva perso la vita la quindicenne Sarah Scazzi. E ancora prima con Alfredino Rampi, il bambino caduto nel pozzo artesiano e nelle sue drammatiche ultime ore, esibite a reti unificate, trova tra Yara e Alfredino il punto di contatto: «convertiamo sessanta ore in tre mesi. Mutiamo il nome Alfredino nel nome di Yara… Diciamoci la verità. Facciamo ammenda. Confessiamo l’inconfessabile. Lo aspettavamo da anni, tutto questo. L’attesa mistica, tutta italiana, vantava un’oscenità a priori, tutta italiana», scrive.
Questo non è solo il caso in cui ventimila campioni di DNA vengono raccolti tra gli abitanti dei paeselli vicino al luogo del delitto. Questo è il caso in cui prima sembra condannare la vita di provincia, la vita di una terra cattolicissima, erede del Boom economico. Poi, ci si sposta sui lati oscuri, perché il sospetto cade su Mohammed Fikri («Marocchini fuori da Bergamo»), per perversa catena di false traduzioni, fonemi che diventano capi d’accusa, lingue che non si capiscono, traduttori approssimativi («Fikri tradotto in qualsiasi modo»). Infine, l’indagine vera e propria lascerà al DNA, ai nuclei e ai mitocondri la parola definitiva.
Il commento di Genna è amaro: «la genetica ci porta al Medioevo». Dove per “Medioevo” si intende un tempo e non ha nulla a che vedere con l’idea di un Medioevo barbarico e ignorante. Ma dovuto al fatto che «la tecnologia più all’avanguardia ci sposta in una materia oscura e arcaica». Nonostante «la storia di Ignoto 1, il figlio illegittimo. L’assassino [rimane] inafferrabile sotto il naso di tutti».
Ci sono, poi, le vittime che ruotano intorno a Yara destinate a cadere nell’oblio della Storia e della Giustizia: l’indiana Sarbjit e il domenicano Eddy Castillo. Perché «l’Italia non elabora il lutto, lo innesca». Ma cerca anche le sue vittime.
Genna per fortuna, con il suo libro dà un esempio di empatia, partecipazione a questo dramma, a questa rappresentazione di figlie, padri e madri sofferenti.
NOTA: questo libro fa parte dei primi dieci titoli presentati dagli Amici della domenica per l’edizione 2024 del Premio Strega. Il romanzo è stato proposto da Ferruccio Parazzoli
Caludio Cherin
Giuseppe Genna
Yara. Il true crime
Bompiani
2023, 416 pagine