Cosa genera la violenza cieca che porta alla morte di un ventenne in una notte di fine estate? È la notte tra il 5 e il 6 settembre 2020, in piena fase 2 della pandemia, Willy ‒ un ragazzo che faceva il sous chef ‒ viene ucciso da Marco e Gabriele Bianchi.
Su questa domanda riflettono Christian Raimo e Alessandro Coltré nel libro Willy. Una storia di ragazzi (Rizzoli). Non ricostruiscono solo la dinamica, ma raccontano la violenza invisibile e come questa nasca e si sviluppi. La strada seguita dai due autori è sociologica, quando analizzano il contesto ‒ la pandemia 2020 ‒ e le attese e le delusioni di Artena e di Colleferro, nel Lazio, luoghi in cui vivono e crescono i giovani coinvolti.

Artena e Colleferro hanno una storia più o meno simile. Un passato fatto di industrie chiuse, di sogni di sviluppo svaniti e di una crisi ecologica. Entrambe, dopo cinquant’anni (la produzione industriale termina negli anni Settanta), fanno i conti della contaminazione della Valle del Sacco.
Ultima illusione è stata l’arrivo del polo logistico Amazon con il «più grande magazzino del Centro Italia» e i «giganteschi magazzini di Leroy Merlin» che hanno aperto i battenti il 5 ottobre 2020, a un mese dall’omicidio. Le istituzioni, in un modo o nell’altro, hanno una loro responsabilità. L’assenza istituzionale e politica ha lasciato sole intere comunità e i singoli cittadini.
«È chiaro che se non eserciti tu una forma di egemonia, di cambiamento e di esempio per fasce della popolazione, probabilmente la esercita qualcun altro. Magari più che sul riscatto, anche se vieni da condizioni sociali ed economiche basse, vince invece un altro modello, fondato sull’individualità, sulla prevaricazione e a volte sul disprezzo. Vince un modello familiare che ti può schiacciare, dove tutti i giorni senti che per vivere devi mangiarti gli altri a colazione. […] Alcuni degli imputati si erano avvicinati alle attività del circolo, partecipavano a un torneo di calcio balilla, poi non li ho visti più. Non è che con una singola azione o con i tanti progetti culturali del nostro mondo risolvi qualcosa di collettivo», sostiene Mino Massimei, del Circolo Arci di Artena “Montefortino 93”. Questo non significa, scrivono i due autori, deresponsabilizzare i colpevoli ma piuttosto provare a guardare con una prospettiva più ampia, andare oltre la narrazione.
Fino a qui si potrebbe pensare che Willy. Una storia di ragazzi non sia altro che un libro inchiesta. Uno dei tanti che si scrivono dopo un fatto di cronaca agghiacciante. In questo caso, però, i due autori cercano, trovano e riportano le voci dei ragazzi, quelli che sono coetanei della vittima e degli assassini. Così oltre a seguire le voci degli inquirenti, della polizia, delle autorità, Raimo e Coltré hanno seguito quella dei ragazzi. Che, fin da subito, hanno raccontato una storia ben diversa, che differisce di volta in volta dal delitto razzista, dalla guerra tra bande o dal regolamento di conti, raccontati dai mass media. Allora, si capisce che il libro diventa qualcos’altro: uno spaccato su una generazione ferita e abbandonata a se stessa.
Ne vengono fuori le riflessioni di una ragazza come Carla Bartolomei, ad esempio, che sostiene che: «si è alzato un muro tra la generazione mia, la generazione sua e quella degli adulti; un muro che si è consolidato subito dopo la morte di Willy, perché è un muro sempre presente, e penso sia quello il problema principale. Io come adolescente mi sono vista il dito puntato da parte delle generazioni adulte». O quella di Irene Margiotti, attivista ventenne di Artena, che sostiene che i giovani non hanno nulla in cui credere («siamo abituati che niente è niente, che sembra tutto impossibile»).
In questo disincanto disperato, in cui i giovani sono costretti a vivere, è purtroppo normale che una mascolinità tossica, di «guerra tra maschi» sia una delle cose per cui valga la pena vivere. «Quello che è successo è anche legato a modi di fare che stanno anche a Roma o in altre città. Si cerca di sovrastare gli altri perché risulta essere la strada più facile. C’è una voglia di imporsi, prima con un atteggiamento di superbia per farsi notare, e poi parte la violenza. Anche quella sera c’è stata questa cosa, ma anche prima della violenza fisica. C’è stata la cosa di sentirsi maschi che stanno al centro della serata, che si gonfiano fuori i locali», sostiene, in un altro passo del libro, sempre Carla Bartolomei.
L’intera vicenda dell’omicidio di Willy è nata da un episodio di catcalling: Mario Pincarelli, un amico dei fratelli Bianchi, indirizza apprezzamenti ad Azzurra Biasotti, amica di Willy, in piazza quella sera con il suo fidanzato. Biasotti sceglie di disinnescare la dinamica e ignorare Pincarelli; un suo amico assiste alla scena e la riporta al fidanzato di lei, che decide di chiarire con il ragazzo. Tutto poteva essere evitato ma la legittima decisione di Azzurra Biasotti di ignorare il fatto non viene rispettata dai quattro ragazzi che invece hanno fatto propria una vicenda che non li riguardava.
Raimo e Coltré, consapevoli del ruolo delle realtà sociali e culturali in determinati contesti, ma anche dei limiti che esse incontrano, si chiedono «se a una violenza che interpretiamo come sistemica opponiamo un sistema di pena come quello del carcere, che invece di essere rieducativo è persino criminogeno, cosa abbiamo ottenuto? Come si fa a onorare davvero la memoria di Willy a partire da quell’istinto al bene che proprio lui ha mostrato anche negli istanti prima di morire?».
NOTA: questo libro fa parte dei primi dieci titoli presentati dagli Amici della domenica per l’edizione 2024 del Premio Strega. Il romanzo è stato proposto da Martina Testa.
Claudio Cherin
Christian Raimo
con Alessandro Coltré
Willy. Una storia di ragazzi
Rizzoli
2023, 276 pagine
19 €