Volga blues: Viaggio nel cuore della Russia (Gramma-Feltrinelli, 2024) è l’ultimo libro con cui Marzio G. Mian racconta dall’interno un Paese di cui si sa poco, ma di cui tutti parlano: la Russia. Per raccontarla l’autore sceglie un luogo simbolo: il fiume Volga.
Dalla sorgente nella regione del Valdaj, fra San Pietroburgo e Mosca, il Volga giunge sino ad Astrakan, sul Mar Caspio. Vi confluiscono molte storie e molte identità: la Russia rurale e quella industriale, ciò che rimane della Russia zarista e di quella marxista e leninista, infine la Russia di oggi, quella di Putin.
Sulle sponde del fiume ci sono tante izbe e tante fabbriche, ma anche la città di Ul’ianovsk ‒ un tempo Simbirsk, che diede i natali a Lenin e al suo avversario Kerenskij al tempo della Rivoluzione d’Ottobre, allo scrittore Gončarov, l’autore di Oblomov ‒ ma anche la città di Kazan, e la città di Stalingrado, oggi Volgograd, dove si decisero le sorti della Seconda guerra mondiale.

Marzio G. Milan osserva, annota sensazioni, mentalmente registra, incontra, approfondisce, fa paragoni, ricorda eventi/nodi/snodi storici importanti. Ma soprattutto ascolta e annota le vite e le parole di gente semplice e normale. Il risultato è un ritratto che ha poco a che vedere con gli stereotipi dell’occidente. I russi percepiscono il loro Paese come una nazione importante e hanno una forte idea di nazione.
Mian usa la parola passionarnost ‒ coniata dallo storico Lev Gumilëv, il figlio della poetessa Anna Achmatova ‒ per indicare «la capacità, propria solo di alcuni uomini, di dare se stessi per una causa che superasse l’interesse individuale», una sorta di «destino-manifesto, ma scritto in cirillico». Come scrive Mian, «un così importante contributo linguistico» serve non solo alla glorificazione della storia e della mentalità russa, ma anche a ricordare anche l’ombra che seguì lo splendore. Lev Gumilëv «sperimentò duramente e a lungo ‒ in compagnia di molti altri intellettuali ‒ i gulag siberiani e la tortura».
Se da una parte la parola passionarnost sottolinea la complessità e le ambiguità del passato, dall’altra rimanda al mondo ortodosso. La religione, infatti, oltre alla storia politica, ha fatto della Russia tutto ciò che è prima e dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Del resto anche lo stesso Stalin per fare in modo che il popolo russo si spendesse contro Hitler fece più volte riferimento ai «preti ortodossi e agli eroi zaristi», ai pope, alle icone e alla tradizione.
Per Gumilëv dietro l’Urss c’è sempre stata la Russia imperiale; idea, questa, che ha nutrito anche la Russia comunista. La grandezza dell’Impero russo non è stata cancellata, secondo l’autore, neanche dalla Rivoluzione. Dalle parole che Mian raccoglie c’è anche lo spirito di sacrificio, di cui i russi hanno sempre saputo dar prova prima e dopo Stalingrado.
Smute è l’altra parola che Mian trova per raccontare il Paese di oggi. La parola racconta il disfacimento, il disordine nato dall’implosione dell’Urss all’indomani del 1989, quando Eltsin soppiantò Gorbaciov. Insomma «il decennio stramaledetto degli anni Novanta, [in cui] la Grande Madre Russia fu scaraventata sulla piazza del libero mercato. E una classe di rampanti, spregiudicati e spesso pregiudicati ex funzionari di partito, ex banchieri sovietici, economisti e scienziati si avventava sul bottino, impiantando banche private utili a finanziare le rapine e ad accumulare capitali all’estero con l’aiuto dei nuovi amici banchieri occidentali».
Non si capisce nulla di Putin, della Russia di Putin, del suo consenso, della diffidenza verso il sistema liberale, se non si torna a quegli anni, allo sconquasso che questi provocarono.
Per Mian (come per altri politologi) «gli Stati Uniti hanno una responsabilità nei confronti della Russia». Perché hanno voluto vedere la Russia come un nemico sconfitto. E non un alleato. Liquidarne il valore e pensare alla Russia, come uno Stato da tenere nell’ombra, è stato un errore che ha portato alla catastrofe di oggi.
Lungo il Volga, Mian incontra mercenari e pacifisti, sciamanni e pope, ex cantanti rock e guide turistiche, professori e funzionari, presidenti di cooperative agricole e vedove di guerra. Un microcosmo variegato, insomma. Che racconta con orgoglio un Paese sconfinato. E che vuole vedere nell’isolazionismo “l’essere un continente a sé”.
Volga blues è un libro che non fa sconti a nessuno tanto meno a Putin e al puntinismo. La voce dei russi è il centro del suo racconto. Da queste voci emerge uno spaccato chiaro. E si capisce il senso di questo libro: comprendere un Paese lontano dai lettori italiani.
Claudio Cherin
Marzio G. Mian
Volga Blues
Viaggio nel cuore della Russia
Gramma Feltrinelli
2024, 320 pagine
20 €