Di Giorgio Bona avevo già recensito (e presentato) La lacrima della giovane comunista. Con Volevo soltanto salvare le mie parole, sempre pubblicato da Arkadia, rimaniamo in Russia e nel campo della letteratura russa, ma tornando indietro di alcuni decenni.
Il protagonista è il poeta Osip Mandel’štam, portato in scena durante gli ultimi, terribili mesi della sua esistenza, fino alla deportazione finale nel gulag siberiano dove morì nel dicembre 1938 (sull’ultimo giorno di vita si incentra invece il racconto Cherry-Brandy, di Varlam Šalamov, autore del quale la scrittura di Bona possiede qui tutta la potenza tragica).
Il titolo è una citazione del poeta. Ma anche il prologo e i sedici capitoli in cui è divisa la narrazione sono contrassegnati ognuno da uno specifico verso autoriale, che poi trova giustificazione in quel che accade nelle pagine successive. Brani delle poesie si trovano, peraltro, sparsi in tutto il libro, spesso tradotti direttamente (e bene) da Giorgio.

La struttura narrativa è impostata come nel film che Stalney Kubrick trasse da Lolita di Vladimir Nabokov: all’inizio viene riferito quello che sarebbe il tratto finale del “segmento di vita” oggetto del racconto (l’uccisione di Quilty da parte di Humbert nel film di Kubrick; il “prelievo” di Mandel’štam da parte della polizia politica – sappiamo, purtroppo, per andar dove – nel romanzo di Bona), cui fa seguito, come un lungo flashback, il resto (o meglio, la parte in termini cronologici precedente) della vicenda, fino a quando viene ripreso (andando magari un po’ oltre) l’esordio dell’opera.
Man mano che avanziamo nella lettura, vediamo il poeta – rientrato a Mosca dal confino di Voronež – aggirarsi per le vie della città, ridotto fisicamente all’ombra di sé stesso dalle privazioni. Ci era stato da subito mostrato lo “spazio angusto” (“sedici metri quadri scarsi” in un “labirinto di piccole stanze in coabitazione, dal soffitto molto basso, con una turca in comune”) in cui è obbligato a vivere con la moglie Nadežda.
Apprendiamo ora del freddo, della fame e della conseguente debolezza fisica: infatti, i due coniugi sono ormai dei proscritti, per i quali non c’è possibilità di lavorare (e quindi di percepire uno stipendio con cui mantenersi). Perché un poeta tanto importante è finito così? Per una sua composizione satirica in cui si parla del “montanaro del Cremlino” circondato da “una masnada di gerarchi”, certo, ma ancor di più per la sua indipendenza mentale e artistica, per la sua incapacità di piegarsi ai dettami della “letteratura di Stato”, del cosiddetto Realismo Socialista.
D’altronde, “Baffone” era spietato con chiunque non rientrasse nei suoi schemi, ritenendo – paradossalmente! – peggiori i trotskisti che non i nostalgici dello zar (il già menzionato Šalamov, trotskista appunto, fu, a partire dal 1929, ripetutamente arrestato e internato nei gulag, liberato nel 1951 – quando ormai la famiglia lo aveva abbandonato al suo destino – e riabilitato ufficialmente solo nel 1956, con Chruščëv).
Si reca all’Unione degli Scrittori, dove, dopo una lunga, mortificante anticamera, viene ricevuto da Boris Pasternak, all’epoca importante poeta (una ventina di anni più tardi subirà una sorte blandamente simile a quella di Osip, dopo l’osteggiata pubblicazione – per i tipi del nostro editore Feltrinelli, che inutilmente Togliatti cercò di dissuadere – di Il dottor Živago). Non ne ricava nulla, se non l’elemosina di qualche rublo: nessuno degli autori graditi al Regime, con tutti i vantaggi che ciò comporta, vuole compromettersi per aiutarlo.
Gli restano – dal punto di vista umano – gli amici veri, le poetesse Marina Cvetaeva (all’epoca, ancora in esilio a Parigi) e Anna Achmátova (anche lei coi suoi guai “politici”), che lo raggiunge da Leningrado (oggi San Pietroburgo) per una breve visita.
Soltanto Nikolaj Bucharin, politico e scrittore dall’alterna fortuna, cerca di dargli davvero una mano, offrendogli un po’ di denaro e indicandogli la possibilità di una pubblicazione clandestina dei suoi lavori – prima di cadere definitivamente in disgrazia e di venire giustiziato (lo riabiliterà Gorbačëv nel 1988).
Chi non lo abbandonerà né lo rinnegherà mai (fino alla propria morte, avvenuta alla fine del 1980) è Nadežda, che ne condivide tutti i disagi, ma si occupa anche di impararne a memoria – salvandole così dalla sparizione – le poesie. Dopo il 1938 campa, con espedienti e mezzi di fortuna, qua e là per la Russia, fino al 1964, quando finalmente le viene permesso di tornare a Mosca, da dove può iniziare il recupero delle opere e della memoria del marito, evocata in diversi, fondamentali volumi autobiografici.
Eppure, malgrado tutte le sofferenze, malgrado le umiliazioni, Mandel’štam non demorde, non rinuncia alla poesia: “La poesia era la forza vivificante di cui lui viveva. Precisamente così. Lui non viveva per la poesia, viveva della poesia” ci dice Šalamov nel suo racconto.
E, qui, Bona: “Ogni riga che avrebbe potuto scrivere, ogni verso che poteva riempire il foglio, sarebbe stata come sottrarre una sofferenza a quell’agonia sempre più forte (…) Non credeva nell’immortalità. Credeva soltanto nell’immortalità dei suoi versi. In quei momenti in cui ritornava la vita, la poesia fluiva nella sua testa come lo scalpitare di un branco di cavalli al galoppo (…) Alla fine del suo percorso era certo soltanto di una cosa: aveva vissuto per scrivere, soltanto la scrittura lo aveva spinto ad attraversare quella vita di stenti”. E, in proposito, mi viene in mente questo verso, di un altro poeta russo, Velimir Chlebnikov: “Quando stanno morendo, gli uomini cantano canzoni”.
Dobbiamo dunque essere grati al poeta Osip Ėmil’evič Mandel’štam per essere tenacemente stato quel che è stato e per la qualità delle opere che ha scritto (i rimatori leccapiedi di regime non valgono nulla), alla moglie Nadežda Jakovlevna Khazina per aver “salvato le sue parole”, anche a beneficio nostro, e a Giorgio (non so il patronimico) Bona per averci regalato questo libro, che ritengo il più bello tra quanti ne ha pubblicati finora.
Un libro indispensabile, anche come testimonianza, visto che da un po’ di tempo si vede sorgere, in Russia e fuori, una perniciosa tendenza a rivalutare “Baffone”, come Grande Guida e Grande Patriota. Ma anche no, grazie!
Marco Grassano
Giorgio Bona
Volevo soltanto salvare le mie parole
Arkadia
Collana Sidekar
2025, 204 pagine
16 €
Consonanze. “Morte di un poeta” (Brano musicale dei Modena City Ramblers):
https://www.youtube.com/watch?v=CnZxhQtYR6M&list=RDCnZxhQtYR6M&start_radio=1
Il poeta quando fu arrestato nel 1938.