A chi scrive piacciono i libri ibridi, inclassificabili, quelli in cui per esempio non sai se è il caso di parlare di fiction o meno, che si muovono fra saggio e romanzesco, oppure fra reportage e immaginazione. Libri come quello di Vasilij Golovanov per dire, Verso le rovine di Čevengur (traduzione di Valentina Parisi per Adelphi): opera di uno scrittore russo (al momento dalla Russia le sole soddisfazioni possibili sono letterarie – ed era lo stesso Golovanov ad affermarlo) scomparso troppo presto, nel 2011.
Il libro di Golovanov va persino oltre le coppie ipotetiche di cui all’inizio – il viaggio è al centro dell’opera, ma quanto si dilata la sua geografia tanto il paesaggio letterario si dirama in più direzioni, biografia, autobiografia, meditazione pensosa e riflessione storico-letteraria. Con un punto di riferimento preciso quanto immaginario: il Čevengur di Andrej Platonov, vero classico della letteratura russa (benché non adeguatamente conosciuto dal pubblico italiano – Brodskij lo considerava il maggior prosatore russo del Novecento).

Čevengur è una città al tutto immaginaria che nel movimento solo apparentemente svagato di Golovanov assume i contorni dell’aleph di un rêve onirico-ermeneutico il cui segreto nasconde forse qualcosa di decisivo. Prima di giungervi, lo scrittore ci lascia due memorabili ritratti di Chlebnikov e Bakunin – (il capitolo dedicato al militante anarchico potrebbe valere come libro a sé stante, e ben si presta ad anticipare la faccia bifronte della tragedia novecentesca: avvicinamento a una fine devastante o all’agognata palingenesi, topos della cultura russa fino alle storture odierne?
Certo rivendicato passatismo venato di seduzioni bucoliche dell’autore cozza contro l’insofferenza dell’anarchico (il cui furore sulfureo Dostoevskij rievoca nello Stavrogin de I demoni), per il quale i mali atavici della Russia consistevano in un’abitudine inveterata alle “mazzette, alle ruberie, alla corruzione dilagante, la paura onnipresente”.
Il romanzo di Platonov vide la luce solo nel 1987 – la solita censura russa che conosciamo. Nella città di Čevengur il comunismo è una realtà bell’e fatta, totale, in cui “vive l’uomo collettivo ed eccellente”. Vi si vagheggia che persino il bestiame verrà sottratto all’oppressione secolare dell’uomo, la natura trionfa e si manifesta una faccia inaudita della rivoluzione: si attende il secondo avvento di dio e soprattutto, il lavoro vi è stato bandito.
Si punta alla felicità anche se chi vi arriva non sempre ne resta convinto: che fare a Čevengur? – Niente – gli si risponde –, qui da noi vivrai solo una vita interiore, nessun’altra preoccupazione. Penserà a tutto il sole, “proletario universale” e si metterà fine a “secoli di oppressione” mangiando i crudi frutti della natura.
Ma nell’immaginazione eroicomica di Platonov che Golovanov rincorre si adombra il risvolto cupo di quanto lo scrittore vedeva, da funzionario perplesso del partito, nelle facce di poveri cristi via via emarginati perché invece di allinearsi alla macchina produttiva di un comunismo compulsivo – ma Marx non prefigurava la liberazione dal lavoro? – preferivano perdersi in private cogitazioni sul senso della vita (aiuterebbe leggere l’altro capolavoro di Platonov, ironico e malinconico insieme, Lo sterro).
In Platonov, lo scrive molto bene Golovanov da saggista divagante ma esatto, è la tossicità del linguaggio a tessere le maglie di ferro che imprigionano il sovietico uomo nuovo, costretto in realtà a una sofferenza assai antica, e assai simile allo sfruttamento che il comunismo avrebbe dovuto combattere: “edificazione”, “costruzione”, “entusiasmo” etc, un intero vocabolario di totem simbolici e ingannevoli riempivano gli opuscoli della propaganda coeva.
Altrettanto grottesca della dispotica mitologia del lavoro, dell’efficienza (non il solo capitalismo ha prodotto mostri) che lasciava per strada chi si permetteva di dubitare del significato di un’esistenza ridotta al funzionamento piuttosto che all’essere. Golovanov nella sua vecchia jeep in compagnia di due amici, fra gli scenari aperti dal Volga, le steppe e i deserti, il Mar Caspio, ossessionato dall’archetipica anima russa di cui in tanti hanno fantasticato ne rintraccia le sembianze piuttosto nelle vecchiette di zone sperdute, nelle memorie di contadini “teneri e benevoli”, come quelli inviati al fronte di una guerra civile incomprensibile, investiti da un ciclone di idee balzane, confusi con figure di visionari o zelanti burocrati di partito.
Govolanov credeva insomma in “un tempo felice dell’esistenza contadina”, in una sorta di “autenticità” che i tempi correnti hanno tradito. Viaggio reale e congetturale insieme, il libro di Golovanov attraversa la Russia, il che vuol dire far rimbalzare e cozzare l’una contro l’altra l’ipoteca dubbiosa di una tradizione europea (evocata nell’ultimo capitolo parigino) e lo sconfinato, inesauribile panorama asiatico, di scorribande tataro-mongole, e sembra privilegiare figure di matti più o meno seducenti e folgoranti, improvvisi squarci di paesaggio in cui una controllata vena lirica insorge a colorare diversamente l’acutezza della disamina storico-critica.
Non dissimile dal desiderio di ascolto e conoscenza che approfitta di ogni incontro per cogliere in uno sguardo, un aneddoto, una possibile cartografia dell’umano – di una specie particolare, uomini e donne che in un secolo hanno conosciuto stravolgimenti tellurici, difficilmente paragonabili ad altri, le cui manifestazioni più apparenti, alcolismo, disfattismo, fatalismo non sai più se prodotti da matrici antiche o dalla successione di catastrofi che si ripetono ancora in questi mesi.
Michele Lupo
Vasilij Golovanov
Verso le rovine di Čevengur
Traduzione di Valentina Parisi
Adelphi
La collana dei casi
2023, 376 pagine
28 €
In copertina
Evgenia Arbugaeva, Senza titolo 48, dalla serie Amani (2015)
© Evgenia Arbugaeva