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Voi siete qui: Biblioteca » Un anno con Mozart & Co.: altro che musica leggera…

18 Dicembre 2020

Un anno con Mozart & Co.: altro che musica leggera…

Concerti dal vivo a parte – e conseguenti difficoltà per la più parte dei musicisti – la musica per fortuna nessuno può togliercela nemmeno nell’era del Covid-19. Per chi non vorrà negarsi il rito del regalo natalizio e avesse pensato a un libro ecco allora tre titoli interessanti.

Storia sociale del Jazz

Intanto è tornato in stampa un classico, la “Storia sociale del Jazz” di Eric Hobsbawm, riapparso con Mimesis Edizioni. La prima volta era il 1960 e il celebre storico si era nascosto dietro lo pseudonimo di Francis Newton, chiaro riferimento al trombettista di Billie Holiday – Frankie.

Eric Hobsbawm, Storia sociale del Jazz

Hobsbawm in realtà si era firmato così per anni scrivendo per una rivista jazz e dare un po’ di respiro alle magre entrate di un accademico dall’incerto futuro. Ma presto si comprese che il libro non poteva considerarsi una prova d’occasione e anzi sarebbe riuscito nell’impresa di sottrarre il jazz alla riserva in cui era stato confinato fino ad allora; nella lettura del grande storico il jazz diventava un paradigma del secolo: la sua mobilità, la sua irriducibilità a uno schema (se non di partenza), la sua congenita capacità di appropriazione e riscrittura di altri modelli musicali segnavano il ‘900 nella caratteristica che più gli era propria: l’accelerazione verso una continua trasformazione, il movimento mai esausto verso un altrove, il ritmo di un secolo breve – va da sé.

Hobsbawm ne cifra gli stilemi musicali da quella che chiama preistoria lungo i decenni per misurarne l’impatto col mondo reale, non solo con il pubblico degli appassionati. E, seppure in maniera assai diversa, con la ricezione degli ascoltatori hanno pure a che fare gli altri due titoli che vogliamo consigliare.

Un anno con Mozart

“Un anno con Mozart” è il volumone edito da Neri Pozza – assai strenna natalizia in effetti – della violinista Clemency Burton-Hill. Per ogni giorno dell’anno si consiglia un’opera, un brano, un frammento della storia della musica. Il libro comincia il primo gennaio con un Bach liturgico e termina il 31 dicembre stappando lo champagne insieme a una Polka di Johann Strauss II.

Clemency Burton-Hill, Un anno con Mozart

Il progetto, semplice e accattivante – diremmo for dummies ma con belle sorprese –, dell’autrice, anche giornalista radiofonica, risponde a una realtà nota: la scarsa conoscenza generale di ciò che – a dire il vero impropriamente – definiamo musica classica, e la velocità distratta, e stressante insieme, con cui viviamo questi anni – la pandemia non ha certo migliorato le cose.

Lungi però dall’essere un’enciclopedia del canone classico (accenneremo più avanti alla problematicità della nozione) o una guida in senso tecnico e musicologico, il libro (e la sua playlist) vuol essere anche un invito a strappare al quotidiano l’incubo insensato del produrre e competere senza sosta per prendersi del tempo per se stessi – gioco utile e dilettevole (scriviamo queste note il 17 dicembre, giorno per il quale Clemency Burton-Hill consiglia l’Allegro della Sinfonia n.10 di Shostakovich: un portento!).

Per ogni brano, il lettore può trovare un’indicazione orientativa del ruolo che ha trovato nella storia della musica, oppure una nota stilistica, un aneddoto sull’autore, etc. Fra le 366 opere e i 240 compositori, in realtà più di Mozart (o di Beethoven, il festeggiato di questi giorni) è Bach a farla da padrone, a partire dalla Messa in si minore, BWV 232, precisamente dal coro possente del Sanctus e dal suoi forti colpi di tamburo di un mai così atteso primo gennaio, tempesta che anticipa la quiete dello chopiniano Studio in do maggiore op.10 n.1 – quiete sui generis, se non vorticosa, funambolica (classica sfida per i pianisti di tutto il mondo).

Di Chopin non potrà mancare un Notturno, esempio massimo di “melodia liquida, libera” rinnovata in questo secolo da Dobrinka Tabakova: un nome indiziario del contenuto più interessante del libro ossia la scelta di affiancare alle grandi star del passato nomi di musicisti sconosciuti anche ai cultori più appassionati (Kapustin, Teresa Carreño, Antonio Valente etc.). E fa piacere vedere accanto ai monumenti figure come quelle del minimalista Steve Reich o di Frank Zappa, ché soprattutto il grande pubblico va educato a una rivisitazione del canone a maggior ragione in una introduzione in un certo senso orizzontale alla storia della musica.

Non è musica leggera

Libro assai diverso e di forte impegno teorico invece quello di Franco Fabbri (figura più unica che rara del panorama musicale dell’ultimo mezzo secolo: cantante e chitarrista degli Stormy Six, poi compositore e musicologo, latore di molti studi sulla popular music, etc.), “Non è musica leggera” (Jaca Book).

Franco Fabbri, Non è musica leggera

Si tratta di contributi eterogenei (da programmi di sala a veri e propri saggi) in cui però torna un motivo che dovrebbe esser ormai pacificamente acquisito: l’intersecarsi di mondi musicali diversi che rendono incerte, problematiche vecchie classificazioni sclerotizzate e ormai inservibili.

E, per legarsi idealmente ai due libri precedenti, se forse nulla più del jazz si presta a scardinare dogmi fra generi, ecco una serie di musicisti colti e coltissimi che però hanno saccheggiato forme, modi e stilemi assai più leggeri, “popolari”, da Mahler a Bartók, a Penderecki.

Ci sarebbe pure l’occasione di tornare sulla vexata quaestio riguardante il valore o la collocazione dei minimalisti, ancora, ma Fabbri la supera en souplesse nell’analisi che dedica a Philip Glass (personalmente, quello che amiamo meno nei prosecutori di La Monte Young, padre non solitario del minimalismo).

Fabbri offre vari esempi di come certa musicologia tradizionale vetusta e sonnolenta possa esser infilzata a colpi di fioretto saltando dal Bernstein sospeso fra pop e classica di West Side Story, al Kurt Weill che oscilla fra Schönberg e il cabaret, allo splendido Das Lied von der Erde mahleriano.

Fabbri, che aveva già seminato in opere quali “Elettronica e musica” (1984), o “Il suono in cui viviamo. Saggi sulla popular music” (1996-2008), torna sul pregiudizio ideologico che spesso informa categorie e nomi con cui pretendiamo di chiudere ogni lavoro musicale in uno scompartimento.

Si tratta di rivisitare lo stesso concetto di genere; Fabbri contesta per esempio la convinzione di molti musicologi sul valore (o l’esistenza addirittura) di una “musica assoluta” (superiore) in cui il testo è tutto e perciò stesso meritevole di attenzione a prescindere dalla sua portata sociale – così come l’astrazione della partitura disincarnata dal corpo dell’esecutore che la esegue: un esempio nobile per tutti il Ligeti che “ha privilegiato il risultato udibile al progetto e all’ideologia”, per non dimenticare la sua polemica con lo strutturalismo, le accuse di “piacevolezza”(!).

Ci sono musiche che “dicono la verità” (Fabbri pensava al Frank Zappa di The Yellow Shark) perché rappresentano il proprio tempo, rispetto ad altre che mascherano ideologie (reazionarie, va da sé) vestendosi di “classicità”.

Non possiamo non dirci d’accordo ma con il dubbio che nemmeno questo sia vero sino in fondo: la trap, essa sì il fondo, non ci rappresenta in nessun modo.

Michele Lupo

  • Eric J. Hobsbawm
    Storia sociale del Jazz
    Prefazione di Massimo Donà
    Mimesis Edizioni
    2020, 484 pagine
    26 €
  • Clemency Burton-Hill
    Un anno con Mozart
    Traduzione di Maddalena Togliani
    Neri Pozza
    2020, 458 pagine
    22 €
  • Franco Fabbri
    Non è musica leggera
    Jaca Book
    2020, 328 pagine
    20 €
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