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Voi siete qui: Teatro & Cinema » Una pellicola al rogo: “Ultimo tango a Parigi” di Bertolucci

10 Novembre 2016

Una pellicola al rogo: “Ultimo tango a Parigi” di Bertolucci

Quando per la prima volta, nel lontano 1972 o nel 1973, ho visto “Ultimo tango a Parigi” diBernardo Bertolucci, sono rimasto profondamente colpito. Sarà stata la “gioventù”, sarà stato probabilmente il clima che si respirava in quegli anni, ma mi ero convinto allora che il sesso – anche separato dall’amore – potesse essere un formidabile modo per attenuare l’angoscia esistenziale e per entrare in comunicazione con gli altri.

Marlon Brando e Maria Schneider in una scena di "Ultimo tango a Parigi"

La pellicola racconta di due sconosciuti che casualmente si trovano ad abitare per qualche tempo in uno stesso appartamento. Non sanno e non vogliono sapere niente l’uno dell’altra. Le regole che si sono imposti sono poche ma lapidarie: nessun nome, nessun riferimento alla propria vita, nessuno strappo alla regola. Il mondo fuori è uno schifo.

L’unico legame che stabiliscono è quello basato sui rapporti sessuali. Oggi, nel tempo dell’hard-core di massa, di filmini pornografici girati tra amici e diffusi poi in rete, forse questo film potrebbe non toccare più nessuno, non scandalizzare più. Che cosa resta, dunque, di “Ultimo tango a Parigi”? Rimane – secondo me – qualcosa capace di scuotere, di turbare ancora. È un elemento che va oltre il sesso: il vero scandalo del film è il dolore, l’agghiacciante solitudine del suo protagonista, il (suo) disgusto verso la vita.

Maria Schneider e Marlon Brando in una scena di "Ultimo tango a Parigi" di Bernardo Bertolucci

A distanza di tanto tempo non si è esaurito il turbamento: il sottile disagio che comunicava negli anni Settanta, ancora colpisce. Non di una storia d’amore si parla, quindi, ma di un tentativo per superare questo mal di vivere. Come diceva Jacques Lacan, il rapporto sessuale non può esistere se si mettono insieme due solitudini: mai due esseri saranno capaci di fondere in un tutto unico i propri rispettivi abissi. Ma Paul e Jeanne ci provano ed insistono, fino all’annientamento finale.

Breve analisi tecnica del film

Da un punto di vista tecnico, oltre la sapiente regia e la robusta sceneggiatura, vanno citati almeno la trascinante musica di Gato Barbieri (eseguita dallo stesso autore) e la fotografia di Vittorio Storaro che aveva già lavorato con Bertolucci e che il regista vuole anche in questa occasione. A proposito della location, la scelta di ambientare la storia a Parigi, è un omaggio alla grande tradizione del cinema francese: il film è infatti disseminato di citazioni cinefile da parte di un autore appassionato frequentatore della “Cinémathèque Française” e innamorato della “Nouvelle Vague”.

Di Bernardo Bertolucci, nato a Parma, a pochi chilometri dalla tenuta ove abitò Giuseppe Verdi, è sufficiente dare poche notizie. Nato in una famiglia di artisti, è entrato nel cinema come aiuto di Pier Paolo Pasolini e con il suo ottavo lungometraggio (“Ultimo tango a Parigi”, appunto), ha ottenuto un successo planetario.

Da allora si sono spalancate per lui tutte le porte e ha potuto girare grandi opere senza quasi problemi di budget. Ricordiamo almeno “L’ultimo imperatore”, kolossal di straordinaria potenza visiva, che si è aggiudicato ben nove premi Oscar, tra cui quelli per il miglior film e la migliore regia. Bertolucci ha ottenuto anche il Leone d’Oro alla carriera nel Festival di Venezia nel 2007 e una Palma d’Oro, sempre alla carriera, a Cannes nel 2011.

Oggi, a settantacinque anni compiuti, è costretto su una sedia a rotelle dalla sclerosi multipla, ma non per questo rinuncia alla sua ironia: ha personalizzato i cerchioni della sedia con dipinti di Mondrian e, quando partecipa a serate o incontri, dice di “trovarsi a parlare con la macchina da presa ad altezza Ozu (famoso per le inquadrature parallele al tatami).

Nota: tutti conoscono le traversie che questa pellicola ha affrontato. Quando uscì nelle sale, scatenò una censura da santa inquisizione: fu ritirata dalle sale cinematografiche e mandata al rogo con una sentenza della Cassazione. Bertolucci fu condannato a due mesi di prigione e, per aver portato sullo schermo una vicenda immorale, venne privato del diritto di voto per cinque anni. Fu riabilitata dalla censura nel 1987.

Curiosità: A quasi un anno di distanza, mi trovo di nuovo a commentare un film di un regista italiano. Stranamente, “I pugni in tasca” e questo “Ultimo tango a Parigi”, hanno parecchi punti in comune (oltre al fatto che entrambi i registi provengano da quello che un tempo era il ducato di Parma e Piacenza). Da tutti e due, al di là delle vicende raccontate, scaturisce un potente “J’accuse” contro la società borghese di quegli anni o – per meglio dire – della società borghese tout court.*
L S D
Le immagini sono tratte da Wikipedia

* A questo proposito è interessante citare quanto i giudici scrissero, quando fu riabilitato:

La stessa scena di massima violenza, quella della sodomizzazione di Jeanne, non è drammatica per il fatto, per il contatto sessuale, ma perché costituisce la cerimonia rituale di una violenza nuda che si contrappone alla violenza civile, alla repressione familiare, ai rapporti di proprietà.

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