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Voi siete qui: Biblioteca » Da il Saggiatore “The White Album” di Joan Didion

24 Ottobre 2023

Da il Saggiatore “The White Album” di Joan Didion

Joan Didion, in particolare da noi, ha sempre suscitato reazioni estreme – amori incondizionati (corrente maggioritaria) o rifiuti altrettanto decisi (una minoranza ma agguerrita). Chi la considera fra i più grandi nomi della letteratura americana, chi l’ha bollata come una scrittrice sopravvalutata, persino non estranea al kitsch.

Molto ha contribuito a una certa polarizzazione una posa intellettuale – la messa in scena di sé che Didion non ha mai mancato di curare, cool e disincantata – responsabile di quella sorta di aura magica (giusto per evocare il suo titolo più noto, L’anno del pensiero magico) – che ha investito l’autrice stessa e ne ha probabilmente condizionato la ricezione, alimentandone il mito e insospettendo i detrattori.

Joan Didion, The White Album, il Saggiatore

Invece, se si restasse ai testi – la sola cosa che dovrebbe contare in letteratura – magari si scoprirebbe che, per quanto banalmente, nei libri di Didion l’impronta più evidente è proprio quella di una resa diseguale. Non vale l’obiezione che Didion fosse anche una giornalista, perché nei suoi libri decisivi – non i romanzi -, è chiaro il proposito di far slittare il giornalismo verso la letteratura. Un genere (oggi assai diffuso e inflazionato da troppe prove modeste, aggravato da goffe esibizioni di autoegolatria), al crocevia fra new journalism, personal essay, nonfiction.

In quell’orizzonte Didion si muoveva con grande disinvoltura, talvolta eccessiva al punto da produrre risultati compiaciuti ma spesso abbaglianti, come in The White Album, appena tornato in libreria per i tipi de il Saggiatore con la traduzione di Delfina Vezzoli.

Contiene scritti, articoli e saggi apparsi negli anni Settanta su Esquire, il New York Times  e altri giornali, che restituiscono le inquietudini, le ossessioni, ma soprattutto il sapore (e non è poco) di certa cultura americana del tempo. Dalle macchinazioni del potere alla controcultura, dal rock al femminismo, dalle contraddizioni della California ai Reagan, tutto è filtrato da uno sguardo personalissimo, vitreo e fragile insieme, mobile nel cogliere le sfumature delle situazioni, alla ricerca spesso felice, altre volte meno, di dettagli rivelatori che smontassero un’epica o se ne facessero sigillo.

Il cuore del lavoro di Didion sembra stare in una visione satura delle fibrillazioni del soma: una maniacale attenzione verso i propri malesseri cui la lettura della realtà esterna veniva piegata rendendo impraticabili le pretese di oggettività del racconto – pretesa da cui erano immuni gli scrittori che come lei si richiamavano al new journalism.

Le ricorrenti crisi nervose (il libro si apre con la riproduzione di un referto psichiatrico dal quale emergono tratti psicotici tenuti a bada dalla tendenza all’intellettualizzazione, spia di “una visione fondamentalmente pessimistica e fatalistica”) peraltro non le impedivano di infilare analisi lucidissime, spietate, attraverso uno stile di una limpidezza affilata, raveliana.

A partire, giusta la metafora musicale (giustificata peraltro dall’evidente citazione beatlesiana del titolo) dalla title track nella quale un accenno di poetica si manifesta nelle prime righe: “Se siamo scrittori lo dobbiamo all’imposizione di una linea narrativa sulle immagini più disparate, alle idee con cui abbiamo imparato a congelare la mutevole fantasmagoria che costituisce la nostra esperienza effettiva”.

Didion era dentro – scrive alla fine degli anni Sessanta – la paranoia del tempo, quello coevo al processo Manson, per dire, quando nei quartieri come il suo s’incontrava gente bizzarra, gente che viveva o credeva di vivere in uno stato di trance, che mescolava lo zen e il business. Ricco era il regesto onirico di voghe del tempo.

Assai efficaci appaiono le pagine su Huey Newton, fondatore delle Black Panther, movimento verso il quale Didion, accusata di essere troppo conservatrice, non nutriva particolari ostilità. O quelle sulla mitologia californiana, lacerata (anche nella partecipata e insieme ironica visione della scrittrice) fra vagabondaggio hippy, vaghezze studentesche ridotte a riti farseschi e ben più cogenti soggezioni economiche.

Il sogno della West Coast in queste pagine si disperde in un universo di atomi irrelati in cui l’autrice consapevolmente sembra perdersi come un’altrettale monade solitaria. Vero è che tutto appare in una luce fantastica, surreale, proiettata dalla specola di mali più o meno immaginari – i propri.

Negli esiti meno felici il rischio di farsi prendere la mano c’è, per un eccesso di simbolizzazione che si stipa vacuo fra la correlazione dei due poli, privato e pubblico. Incuriosita dal modo di raccontare l’amore dei Doors (una faccenda ridotta brutalmente a sesso e morte) e dalla figura di Morrison, va a vederli in uno studio di registrazione ma le promesse per un racconto interessante si spengono abbastanza tiepidamente. Lo stesso accade in un articolo sui primi centri commerciali, documentatissimo ma destinato a girare nel vuoto di conclusioni incerte.

Peraltro è la stessa Didion nel pezzo in cui descrive e mappa il sistema idrico americano per mostrarne le falle, a ribellarsi alle letture psicoanalitiche delle sue ossessioni, come a prendere le distanze dal tentativo di alcuni detrattori di rinchiuderla in una sigla trascurabile, quella della stilista vezzosa ma innocua.

E sferzanti risultano le pagine dedicate a certe frange del femminismo americano, che consideravano stupro qualsiasi rapporto con il maschio, speravano nella tecnologia per affrancarsi dalla stessa “organizzazione della natura” e rifiutarsi così di procreare, e già allora ritenevano di dover modificare i testi letterari “sbagliati”. Era il 1972. È abbastanza per rileggerla, direi.

Michele Lupo

Joan Didion
The White Album
Traduzione di Delfina Vezzoli
il Saggiatore
2023, 240 pagine
19 €

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