Recensione a “Sulle tracce di Van Gogh” di Gloria Fossi (Giunti editore).
Fotografie di Danilo De Marco e Mario Dondero.
Il mio primo vero incontro con Van Gogh avvenne alle Medie, quando, per le lezioni di Educazione Artistica, dovevamo copiare, a olio, un quadro famoso, e io scelsi il suo “La mietitura” o “La Piana della Crau” (visibile, in questo volume, a pag. 156).
Non disponevamo di un supporto che ci permettesse di mantenere il formato originale – e d’altronde, partivamo dalla riproduzione, ovviamente in scala assai ridotta, del libro di testo. Ci accontentammo – ma fu più che sufficiente – di una tavoletta di compensato dalle dimensioni corrispondenti a un attuale foglio A3.
Da qualche parte, forse fra la polvere e le cianfrusaglie della soffitta, quel mio antico lavoro credo sopravviva. Ricordo comunque benissimo l’emozione intensa – la gioia, perché no – che provai nell’imitare i gialli (che andavano dall’oro fulgente a quello antico) dei campi di grano, la profondità di una pianura che somigliava alla mia, disseminata di casolari lontananti verso l’orizzonte di pallide colline e schiacciata sotto un cielo di immobile smalto…

La stessa potente sensazione la avvertii molti anni dopo, esplorando una Provenza folgorata dal sole torrenziale di luglio, e rivedendo, stavolta direttamente, i paesaggi che il titanico olandese aveva tradotto, grazie al suo personalissimo linguaggio figurativo, in tele strepitose: per nulla fotografiche, come si sa, ma ugualmente straordinarie nel trasmettere all’osservatore la struggente bellezza degli scorci che le hanno ispirate.
Nel Midi ci sono tornato in diverse altre occasioni, e ogni volta Van Gogh era lì a guidare il mio sguardo, con le pennellate inimitabili ma anche con le parole incredibilmente efficaci dell’epistolario, che nel frattempo avevo imparato a conoscere:
“Infine Le Pont de Trinquetaille, con tutti quegli scalini, è una tela dipinta un mattino grigio; le pietre, l’asfalto, il lastricato sono grigi, il cielo azzurro pallido, figurine colorate, un albero stento dal fogliame giallo”.
“Voglio cominciare col dirti che la regione mi appare bella quanto il Giappone per la limpidezza dell’atmosfera e gli effetti di allegro colore. Le acque creano nei paesaggi macchie di un bellissimo smeraldo e di un ricco azzurro carico, così come le vediamo nei crépons”.
“Ti scrivo finalmente da Saintes-Maries, sul Mediterraneo. Il Mediterraneo ha un colore come quello degli sgombri, vale a dire è cangiante, non si sa bene se è verde o viola, non si sa sempre se c’è del blu, perché, a seconda del riflesso cangiante, prende una tinta rosa o grigia”.
“Ieri ho disegnato un’enorme farfalla notturna che si chiama testa di morto, con una colorazione di una raffinatezza strabiliante: nero, grigio, bianco – sfumato, e con riflessi carminio che virano vagamente al verde oliva”.
“Ho una stanzetta con carta da parati grigioverde e due tendine verde acqua a disegni di rose pallidissime, ravvivate da sottili tratti rosso sangue. Queste tende, probabilmente resti di un ricco caduto in rovina e defunto, sono di un disegno molto bello. Della stessa provenienza è, probabilmente, una poltrona assai logora, ricoperta da un tessuto macchiettato alla Diaz o alla Monticelli, bruno, rosso, bianco, panna, nero, azzurro miosotide e verde bottiglia; attraverso la finestra con le inferriate scorgo un campetto di frumento in un podere recintato, una prospettiva alla Van Goyen sulla quale, al mattino, vedo il sole sorgere nella sua gloria”…
Nel corso del tempo, ho potuto esaminare dal vivo numerosi dipinti suoi, incomparabili con qualsiasi riproduzione, per quanto accurata: in esposizioni miscellanee, ma soprattutto nella grandiosa mostra allestita a Vicenza dall’ottimo Marco Goldin, oltre che nel Van Gogh Museum di Amsterdam.
Aprendo questo libro, nutrivo dunque parecchie aspettative: che, devo dire, sono state interamente soddisfatte. Le frasi soppesate e precise di Gloria Fossi, le ricche citazioni dalle lettere, i disegni, i cromatismi sfarzosi – opportunamente commentati – di molti dipinti significativi, offerti nell’insieme o nel singolo dettaglio, gli scatti in un efficacissimo bianco e nero (così da non interferire visivamente con la corretta “lettura” delle opere) dei grandi “fotografi viaggiatori” Danilo De Marco e Mario Dondero mi hanno trasportato in lungo e in largo attraverso i luoghi del pittore, tra Olanda, Belgio, Inghilterra e Francia: itinerario ancor più apprezzabile in momenti come l’attuale, in cui ogni altra possibilità di spostamento è purtroppo inibita.
Ma, oltre all’artista, viene raccontato – e accompagnato nel suo complesso evolversi – anche l’uomo: oggettivamente, partendo da dati storici e da risultati di ricerca documentale, senza indulgere né ad arbitrari “maledettismi” di matrice romantica, né a una altrettanto ingiustificata “normalizzazione mercantile” del personaggio.
A conclusione del volume, tre preziosi cammei verbali: di Franco Cardini su Gloria Fossi, di Danilo De Marco su Mario Dondero e di Erri De Luca su Danilo De Marco.
Che dire? Non si tratta qui di un romanzo, del quale si possa sunteggiare la trama, né ci troviamo di fronte a un testo poetico, di cui esemplificare, con appropriate citazioni, il lirismo espressivo. Ma il piacere estetico è assicurato a ogni pagina, e alla fine viene davvero voglia di preparare la valigia per seguirne – appena la cosa sarà fattibile – le suggestioni, in un devoto pellegrinaggio altalenante tra le luci concentrate dei musei e l’ampio respiro degli spazi aperti. Peregrinatio ad loca vangoghiana…
Marco Grassano
Gloria Fossi
Sulle tracce di Van Gogh
Fotografie di Danilo De Marco e Mario Dondero
Collana Atlanti illustrati Arte
Giunti
2020, 240 pagine
28 €