Nella recensione di “Abito” di e con Agnese Bocchi e Tobia Scarrocchia parlavo del senso di sterile fissità, un poco claustrofobica, che caratterizza la “cabina armadio”, fulcro della loro pièce. A me ricordava una tomba etrusca.
Il secondo spettacolo che ho visto in questa XVIII edizione de Il Giardino delle Esperidi Festival, andato in scena nella Corte Tentorio di Valgreghentino (Lecco) giovedì 30 giugno, non emanava invece alcun odore di morte. Eppure la triste mietitrice ha un gran bel daffare, tanto da essere la protagonista della parte conclusiva, in “Lear e il suo matto”.

Il lavoro che Luca Radaelli e Walter Broggini – su traduzione e drammaturgia di Radaelli – hanno tratto dalla tragedia più cupa di Shakespeare non la rende certo una commedia, tuttavia ne alleggerisce l’atmosfera, oltre a renderla più veloce e movimentata.
Buona parte del merito va ai burattini di Broggini, attori sempre puntuali alle prove e soprattutto disposti a lavorare gratis, come spiega Radaelli al principio dello spettacolo che prende avvio con il più classico degli incipit: “C’era una volta un re”.
Giochi di ombre
Quello che succede dopo è un “Lear” come non l’avete mai visto: un mix sapientemente misurato di “robe da Pro Loco, mica tragedie” a cui sono abituati i burattini Brighella e Pirù e puro Shakespeare (ovvero puro teatro).

Mentre neri pipistrelli volteggiavano sulla corte, il gioco di ombre prodotto dai fari dell’illuminazione moltiplicava le silhouette dei burattini sulla quinta dell’edificio alle loro spalle. Brighella faceva lo sbruffone in veneziano (con tanto di gioco di parole su “ombra” come area scura ma anche bicchiere di vino), mentre il Matto di Lear filosofeggiava in milanese. “L’è dre a diventà socialista” è solo uno dei lazzi con cui il folle fulmina il suo padrone, ormai ex sovrano, mentre a Tom dà niente meno che del “balabiot”.
Finezze e trovate
Si ride tanto e di gusto in “Lear e il suo matto”, ma le parole di Shakespeare colpiscono il cuore come frecce infallibili. Ilarità e commozione, alto e basso, dialetto e lingua aulica. Il re orfano di regno e di figlie riconosce nel povero e nudo Tom una figura del Cristo. “Ecce Homo: è tutto qui l’essere umano”.
La presentazione di Tom con la sola testa del burattino sulla nuda mano del burattinaio è una delle invenzioni più efficaci dello spettacolo, ricco di finezze e di trovate teatrali. La scena dell’accecamento di Gloucester legato alla catena è da applausi a scena aperta. Bello anche il passaggio – la metamorfosi – del personaggio da burattino ad attore in carne ed ossa.
Broggini gioca con le regole del teatro di burattini e le infrange all’occasione per superarne i limiti e i codici, per esempio quando il Matto esce allo scoperto dalla baracca per posarsi sulle spalle di Lear.
Tragedia di matti (uno di professione, uno per trovare rifugio dalla realtà, uno che lo sta diventando), di padri miopi e ciechi, di figli incapaci di comunicare con i padri, “Re Lear” è una parete di sesto grado per ogni teatrante che ardisca affrontarla. Radaelli e Broggini sono arrivati in cima inventandosi un percorso originale. Da lì possono mostrare al pubblico quel palcoscenico di matti che è la vita, soprattutto nei “tempi tristi in cui i matti guidano i ciechi”.
Saul Stucchi