Qualche settimana fa, visitando dopo tanto tempo Palazzo Te a Mantova, mi sono soffermato ad ammirarne gli affreschi, non soltanto, ovviamente, quelli della celeberrima Camera dei Giganti di Giulio Romano. Il mito è dappertutto e forte è la presenza di Ovidio con le sue Metamorfosi: un’opera – kolossal che ha generato innumerevoli frutti e che tutt’oggi continua a produrne.
Prendiamo per esempio lo spettacolo “Daphne_You must be my tree” a cui ho assistito lo scorso 2 novembre negli spazi di DiD Studio a Milano. Inserito nel cartellone della XIX edizione di Danae Festival, rappresenta uno dei dodici paragrafi di Radical Change, scrittura performativa ispirata appunto al capolavoro del poeta latino, esiliato da Augusto nella lontanissima Tomis sul Mar Nero, per ragioni che gli storici ancora discutono.
In queste settimane i mezzi di comunicazione rilanciano sempre nuove storie (alcune peraltro assai remote) di molestie sessuali nel mondo dello spettacolo. Ecco, le Metamorfosi di Ovidio sono questo: un interminabile catalogo di molestie.
Quando gli dei erano gli abitanti dell’Olimpo e non le stelle hollywoodiane, i virgulti più belli della razza umana (ambosex) erano preda degli insaziabili voglie degli immortali. E se non venivano conquistati, per loro comunque non finiva bene. Come nel caso della povera Dafne, la cui storia Ovidio rievoca con splendidi versi alla metà del primo libro.
Su quella base poetica Maria Federica Maestri e Francesco Pititto, Direttori Artistici di Lenz, hanno creato una performance a cui dà corpo Valentina Barbarini che arriva in scena con una vistosa parrucca dai lunghi capelli biondo cenere, stivali neri, collant color carne e una canottierina da cui, più che spuntare, i seni fuoriescono.
Copre avanti e indietro lo spazio scenico perché è agitata. E come non esserlo, quando si è inseguiti da un dio che ci ha preso di mira? Sulle tre pareti scorrono i versi di Ovidio, mentre la musica di Andrea Azzali contribuisce all’atmosfera sospesa tra il sogno e l’incubo.
Protagonista è il legno, non il morbido marmo del geniale Bernini. L’attrice infatti gioca con pezzetti di legno ad anticipare quella che diverrà la sua nuova (ed eterna) natura, l’albero di alloro in cui il padre Peneo, pateticamente implorato, la trasformerà per consentirle di sfuggire all’abbraccio amoroso di Apollo.
Dafne è stanca di correre e di fuggire, ma soprattutto è stanca di piacere a chi non le piace. Lei desidera godere di una perpetua verginità, incurante di amore, di nozze e di maternità (uno scandalo intollerabile per la polis greca quanto per l’Urbe bigotta rifondata da Augusto sugli antichi valori del mos maiorum).
Alle sue calcagna il dio di Delfi è come un cane gallico che insegue una lepre: lui è veloce per la speranza, lei per la paura:
sic deus et virgo; est hic spe celer, illa timore.
Dafne si spoglierà di quel poco che indossa per rivestirsi di una sagoma lignea, nuova pelle dopo la metamorfosi. E lo spettatore si troverà a considerare quanto dionisiaco ci sia nell’apollineo (e viceversa).
Saul Stucchi
2 novembre 2017 ore 20.30
Lenz Fondazione
Daphne_You must be my tree
- Ispirato alle Metamorfosi di Ovidio
- Creazione: Francesco Pititto e Maria Federica Maestri
- Traduzione, drammaturgia, imagoturgia: Francesco Pititto
- Regia, installazione, elementi plastici: Maria Federica Maestri
- Musica: Andrea Azzali
- Performer: Valentina Barbarini
- Cura tecnica: Alice Scartapacchio
- Durata: 35′
DiDstudio
Via Procaccini 4
Milano
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