Ho trascorso una memorabile domenica pomeriggio “a luci rosse”. Non si turbino i miei dodici lettori: niente di scandaloso, non mi sono tolto nient’altro che il piumino (ho persino tenuto la sciarpa). Scherzi a parte: il riferimento è alla colorazione dell’illuminazione scelta per il concerto/spettacolo – o spettacolo/concerto che dir si voglia – Sonata a Kreutzer di Milano Classica, a cui ho assistito appunto domenica pomeriggio, 15 febbraio, all’Ambrosianeum di Milano.
Parte della stagione “Pause” dedicata al tema Eros e Thanatos, l’evento ha visto dialogare e mescolarsi il celebre racconto lungo di Lev Tolstoj (pubblicato nel 1889, quando lo scrittore era già entrato nella decade della sessantina) con l’altrettanto famosa composizione di Ludwig van Beethoven che gli dà il titolo, ovvero la Sonata a Kreutzer n. 9 per violino e pianoforte (composta nel 1803, ai tempi della Sinfonia 3 “Eroica” e della Sonata n. 23 “Appassionata” che ho ascoltato alla radio giusto quella mattina).

In effetti non è completamente vero che non c’è stato “niente di scandaloso”. Il racconto di Tolstoj è infatti tutto centrato sullo scandalo dell’amore carnale e sulle pulsioni erotiche di uomini e donne, anche di quelli tra loro che si sono giurati eterna fedeltà stringendosi nel sacro vincolo del matrimonio religioso (l’unico che esisteva nella Russia del tempo). Pulsioni spesso – se non sempre – dirette verso altri rispetto al proprio coniuge…
Dunque, alla conturbante luce rossa dei faretti, l’attore Simone Tangolo ha proposto una lettura teatrale di alcune pagine del racconto tolstojano, mentre Lorenzo Rovati al violino e Antonia Valente al pianoforte hanno interpretato quelle dello spartito beethoveniano.
A ciascun spettatore la libertà di considerare più provocanti, seducenti e sconcertanti le parole del primo o le note del secondo. Così ravvicinate e mescolate, le due opere non hanno perso nulla della rispettiva potenza ma anzi l’hanno vista moltiplicata in un gioco di rimandi e sovrapposizioni.
Dopo poche note ha fatto il suo ingresso Tangolo che ha colto di sorpresa gli spettatori, centrando quell’effetto destabilizzante che accomuna le due opere. Non ha seguito il filo del racconto, ma è partito da circa metà, ovvero dal punto in cui il protagonista Pozdnyšev rievoca il momento in cui la moglie era tornata a fiorire dopo aver smesso di partorire un figlio dopo l’altro. E aveva cominciato a guardarsi intorno, finché i suoi occhi non erano caduti su un violinista…

Poi, dopo il primo movimento della Sonata n. 9, l’interprete è tornato indietro nel racconto (chi voglia approfondire, cerchi un’edizione con un minimo di introduzione che parli delle numerose versioni che Tolstoj scrisse prima di giungere a quella definitiva), a quella domanda provocatoria del protagonista su cosa sia l’amore e su quanto duri la preferenza per la persona amata: un mese, due mesi, mezz’ora? Saremo in grado di svelare i segreti del Sole, ma non a scoprire i misteri della nostra porcheria, a individuare in quali abissi affondi la nostra perversione.
I due musicisti ripercorrevano in modo magistrale la tela di note disegnata da Beethoven mentre l’attore restituiva il rovello di pensieri che aveva scavato la mente di Pozdnyšev in quel gioco di inganni incrociati che si chiama matrimonio (come non pensare alla canzone Ed io tra di voi di Aznavour?).
«E dunque ci fu quel concerto a casa mia…», fino al tragico epilogo. E ai calorosi applausi del pubblico dell’Ambrosianeum per i tre interpreti.
Il prossimo appuntamento del ciclo “Eros e Thanatos” sarà domenica 15 marzo, sempre alle 17:00, con Il desiderio e l’ombra: Cosimo Carovani al violoncello e Stefano Ligoratti al pianoforte suoneranno musiche di Claude Debussy, Mario Castelnuovo-Tedesco e Johannes Brahms.
Saul Stucchi
Milano Classica
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