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Voi siete qui: Biblioteca » “Sexual Personae” di Camille Paglia: una recensione

22 Maggio 2023

“Sexual Personae” di Camille Paglia: una recensione

Sexual Personae. Arte e decadenza da Nefertiti a Emily Dickinson, ora di nuovo in libreria per la Luiss University Press con la traduzione di Daniele Morante (la vecchia edizione Einaudi è fuori catalogo) è un libro capitale della scorsa fine secolo. Uscì negli Stati Uniti nel 1990, lo firmava Camille Paglia, figura tanto celebre quanto controversa della cultura americana (figlia di emigrati campani).

Saggista dal sapere sterminato, discepola ideale del grande Harold Bloom e dell’idea (contestata anch’essa) del canone, femminista invisa a molte femministe, in questa opera-monstre di ottocento fittissime pagine (che nessuno voleva pubblicare perché già si soffocava sotto le vampate di political correctness e femminismo puritano quando Paglia elogiava Madonna e il porno) ripercorre la storia della cultura occidentale dai suoi primitivi vagiti ctonii (il termine ha una funzione chiave nel suo discorso) fino al Novecento, intersecando mito, arte, letteratura fino alle manifestazioni pop del secolo scorso.

Camille Paglia, Sexual Personae, Luiss University Press

Fatta forse la tara allo stile fin troppo assertivo dell’autrice, è una lettura che dovrebbe essere obbligatoria per chiunque cerchi di orientarsi in questioni capitali che dall’arte chiamano in causa oggi i temi del maschile, il femminile, l’androgino, le rispettive rappresentazioni e il potere. Perché da subito, dall’apparizione della Venere di Willendorf a Nefertiti sessualità e logos vengono in vario modo sussunti nell’espressione simbolica a indiziare uno sguardo sulla realtà a suo modo peculiare: sempre configurando una qualche rapporto fra natura e cultura.

Essa natura, ctonia appunto, inaddomesticabile, precedente a ogni freudiano principium individuationis, com’è ancora “detta” dalla Venere citata, pura riproduzione monca e solipsista del femmineo, manufatto che riproduce la natura informe, cambia di segno nell’Egitto di Nefertiti che a parere di Paglia è il vero momento fondativo dello scarto apollineo che inaugura il tipo occidentale, ben prima dei Greci (“L’ordinata matematica del tempio dorico è un’orchestrazione di idee egizie”).

Apollo dunque giunge a incidere la linea di demarcazione che separa l’arte dalla spuma primordiale della natura, nella cui vischiosità si dimena Dioniso, mal compreso dalla cultura progressista che nel sesso liberato vede solo i segni del progresso, dell’emancipazione e ne disconosce – rimuove – il cuore tragico.

Che si tratti di arte antica o rinascimentale, di poesia decadente (interessante la lettura della Dickinson in una chiave assai nera e inopinatamente sadica) o di rock, carsicamente il sesso e la natura riemergono come forze telluriche che scuotono la definitezza apollinea nella cornice della quale l’uomo tenta riparo e intellettualizza la sua esperienza per tenere a bada la morte – accade per esempio in William Blake, altro scrittore che Paglia sottrae a un’ermeneutica consolidata.

Le sexual personae (come maschere della commedia dell’arte) in questo senso segnano alcune tappe archetipali della storia umana (dalla femme fatale, amorale e anaffettiva, liquidata dal femminismo ortodosso come “calunniosa caricatura”) all’epiceno (particolarmente caro a David Bowie, che amava questo libro), alla virago etc – rappresentate in oggetti artistici emblemi volta per volta esatti o ancipiti del maschile-femminile variamente declinato.

Se la donna è il vischiume originario, il miasma femmineo e vampiresco, il femminile risulta agli occhi di Paglia un’operazione di maquillage pensata per addomesticare la forza primitiva che insieme crea e distrugge – intimamente polimorfa. A essa l’uomo reagisce per fuggire dalla legge del corpo (naturalmente violenta). Il modo più seducente e simbolicamente incisivo per farlo è l’arte, la quale tentando una forma invoca un ordine, “non necessariamente giusto o benevolo”, precisa Paglia.

Ché “l’arte non ha nulla a che fare con la moralità”, principio che l’ossessione perbenista odierna dimentica (e il mercato editoriale, per stare all’attualità, testimonia con l’asfittica tipologia romanzesca che orienta, da noi, il Premio Strega). È l’occhio egizio (e la magia cerebrale di Nefertiti) a sbrecciare l’informe della natura inventando simmetrie, proporzioni, gerarchie: bellezza che tende verso l’apollineo ma adombra l’insostenibilità dell’insopprimibile dionisiaco (non per caso il gatto, animale dall’inscalfibile mistero, è figura totemica e sfingea dell’Egitto antico, ma cattura anche l’interesse di un Poe o di un Baudelaire).

Tutto il ragionamento di Paglia, che poi scorre fra la Grecia e Shakespeare, Goethe e i romantici, Wilde e Elvis Presley, oggi (fra woke, cancel culture e vittimismo diffuso) appare ancora più deflagrante di trent’anni fa. Negli ultimi decenni il suo femminismo libertario ha lasciato il passo a deviazioni insieme progressiste e bigotte – da una Kate Millett che avrebbe dato fuoco (come i nazisti) ai libri di scrittori colpevoli di essere maschi, bianchi e occidentali, a un’Andrea Dworkin con la sua convinzione di una sessualità “innocente” ottenuta una volta ucciso il patriarcato, o al gender di una Judith Butler che nega qualsiasi matrice biologica nella definizione della nostra sessualità.

Invece, per Paglia, transgender ma molto critica sul #MeToo, “l’erotismo è un regno infestato da fantasmi, luogo di dannazione e d’incanto”, non demoniaco (quello è il frutto dello sguardo repressivo e paranoide delle religioni), ma demonico, come l’inconscio di Freud (per la sua natura ctonia non ha da fare con il bene o con il male, semmai, come insegna Baudelaire, con la crudeltà).

Contro il “relativismo molle” e il paradigma vittimario (e paradossalmente intollerante, triste – passivo-aggressivo si direbbe oggi) cresciuto come ultima propaggine dell’ingenuità rousseauiana convinta che bandendo l’ineguaglianza e le ingiustizie sociali si potesse tornare a una immaginifica età dell’oro ricca di armonia e felicità, l’opera smisuratamente erudita e potente di Paglia, condivisibile o meno in alcuni suoi assunti, riesuma Sade o la volontà di potenza del buon Nietzsche, per sottolineare “il conflitto ineludibile dell’uomo con la natura e con il fato”.

Solo un appunto mi sentirei di fare a quest’edizione: per un libro del genere, un indice dei nomi sarebbe stata una risorsa preziosa.

Michele Lupo 

Camille Paglia
Sexual Personae
Arte e decadenza da Nefertiti a Emily Dickinson

Luiss University Press
Collana Pensiero libero
2022, 848 pagine
35 €

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