Non fatevi prendere dalle vertigini. Rimaniamo sull’Olimpo (o sul Fuji). Dopo “A qualcuno piace caldo” di Billy Wilder, “Rashomon” di Akira Kurosawa.
Nel Giappone occupato
Rashomon (in italiano la parola potrebbe essere tradotta con “La porta nelle mura difensive”) era l’accesso principale da sud, alla città di Kyoto ed è uno dei tre luoghi in cui è ambientata la pellicola. Queste rovine rivestono anche una valenza simbolica, dal momento che sono metafora della situazione storica che attraversa il Giappone.
La seconda guerra mondiale è terminata da poco e gli USA hanno imposto al paese una vera e propria occupazione militare. Questa occupazione ha risvolti anche in campo cinematografico. È infatti in vigore una rigida censura che non permette che si girino film “in costume” (ambientati cioè in periodi della storia nipponica da cui qualcuno potrebbe trarre spunto per ribellioni, ispirandosi a situazioni simili del passato), né – ovviamente – film in chiaro spirito nazionalista.
Il film di Kurosawa arriva in questo particolare momento storico. La vicenda raccontata è collocata durante il periodo Heian (794-1185 d.C.), periodo di grande caos sociale e spirituale, ma dal quale poi sarebbe sortito una specie di rinascimento del Giappone.
La pellicola riesce a passare indenne dalla censura e diventa il grimaldello con cui far conoscere anche in occidente l’arte e la cultura del Sol Levante. È merito del Festival di Venezia che insiste perché il film partecipi alla rassegna italiana. Non ne sono convinti in patria i produttori (la DAIEI), ma alla fine cedono.
“Rashomon” vince il Leone d’oro a Venezia (1951) e, qualche mese dopo l’Oscar come miglior film straniero (all’epoca era assegnato ad honorem). Dopo questi successi, Kurosawa per primo, ma anche altri autori nipponici cominciano a essere conosciuti e apprezzati anche alle nostre latitudini (Ozu e Mizoguchi su tutti).
Il tema della verità
L’altro aspetto rilevante del film, è il tema della “verità”. La verità cambia da persona a persona, è soggettiva e non oggettiva. In “Rashomon” – secondo le parole dello stesso Kurosawa- si assiste alla desolata constatazione della capacità dell’uomo di mentire, a sé stesso prima che agli altri. C’è stato un delitto e ognuno si autoaccusa, perché vuole salvare la propria immagine, il proprio onore.
Il regista abolisce quasi del tutto la ripresa soggettiva in favore di quella oggettiva, ma non bisogna farsi “sedurre” dalle immagini: per quanto esse appaiano reali, sono “ingannatrici”. Abbiamo così un racconto, in gran parte non vero, anche se potrebbe sembrarlo, nel quale lo stesso spettatore è chiamato direttamente in causa, interpellato dagli sguardi in macchina dei personaggi che gli si rivolgono, direttamente, al posto di polizia.
Ovviamente sono stati tirati in ballo i rapporti tra questo cinema e il teatro di Luigi Pirandello (che pure Kurosawa ben conosceva). Tuttavia, bisogna forse spingersi ancora più lontano, al tempo di Nietzsche, quando il filosofo tedesco sosteneva che non ci sono fatti, ma solo interpretazioni.
Lo stile di Kurosawa
Da un punto di vista tecnico, “Rashomon” è un film sin troppo semplice. Essendo stato girato con un budget al risparmio, le location sono solamente tre (la porta decadente e spettrale di Rasho, il bosco in cui avviene il delitto e una sorta di tribunale esterno ove si succedono i tre (quattro*) testimoni.
Particolare è la fotografia di Kazuo Miyagawa: i tagli di luce sono irreali, ma adeguatissimi per descrivere lo stato dei personaggi o la situazione che stanno vivendo; l’uso del bianco e nero appare naturalissimo e, spesso, folgorante.
Lo stile registico di Kurosawa (autore anche del montaggio), pur nella sua semplicità, brilla per originalità e arditezza, presentando un’estrema varietà di invenzioni visive, inquadrature e movimenti di macchina ricercati.
Riguardo infine alla sceneggiatura, Kurosawa, con la collaborazione di Shinobu Hashimoto, trae la storia da due racconti di Ryūnosuke Akutagawa (“Il bosco” e “Rashomon”, rispettivamente del 1916 e del 1922), ma aggiunge loro un finale non presente nei racconti (finale molto criticato in patria ed all’estero), per smorzare il forte nichilismo della storia.
Nato nel 1910 e morto nel 1998, Akira Kurosawa è stato uno dei più prolifici e dei più premiati autori giapponesi. Tra i vari riconoscimenti, vale la pena di ricordare almeno il Leone d’oro a Venezia (due volte), l’Oscar (tre volte), la Palma d’oro (Cannes).
Curiosità: è accaduto diverse volte che i progetti cinematografici di Kurasawa non riuscissero a trovare una realizzazione, perché il regista mostrava una spaventosa manialicalità nel voler riprodurre determinati ambienti e facesse in questo modo lievitare notevolmente il budget previsto.
Nota: innumerevoli le citazioni o i rifacimenti diretti o indiretti a Rashomon nel cinema e non. Ci piace ricordare un omaggio “curioso”: il brano “Le tre verità”, composto da Mogol nel 1971, insieme con Lucio Battisti.
* Ho scritto quattro perché, oltre ai tre che hanno raccontato la loro “verità”, partecipa al processo anche una medium che parla e racconta a nome della vittima.
L S D