Il postmodernismo non è solo uno stile artistico, ma il modo in cui la cultura riflette il sistema economico contemporaneo: globale, consumistico e dominato dai media. Lo abbiamo imparato soprattutto da uno dei grandi classici della teoria culturale degli ultimi decenni, Postmodernismo appunto, di Frederic Jameson, da poco rimandato in libreria da Einaudi.
Lavoro capitale scritto per così dire in diretta – erano i primi anni Ottanta quando Jameson abbozzò la sua teoria, per poi tornarci in maniera che i saggi successivi si organizzassero intorno a quell’idea primigenia. Il cui centro, La logica culturale del tardo capitalismo, giusta l’aggiunta del titolo, richiamava marxisticamente l’assunto che la cultura non fosse concepibile che all’interno di un potere economico chiaramente contrassegnato.

Ne sarebbe scaturita un’opera complessa, di profonda ricchezza argomentativa, distesa su spazi critici diffusi – Jameson insegnava letteratura comparate, l’approccio multidisciplinare gli era congeniale: letteratura, architettura, cinema, filosofia, e non ultimo, proliferante universo delle immagini, design, videoart etc.
Già nel saggio originario la cultura successiva al Moderno, appare dominata dai media e dal consumo, dal trionfo del pop sui cui cascami Jameson si esercita magistralmente (si veda l’analisi “comparata” appunto, delle scarpe pregne di senso, e drammatico, di Van Gogh e quelle, puri feticci mercificati, di Warhol).
Ciò che nel postmoderno visto da Jameson non funzione più è il desiderio di rivolta che era stato invece insistente nell’epoca contrassegnata ancora come moderna. Di pervasivo viceversa nella fase tarda del capitalismo a lui coevo resta la pubblicità, l’uso ludico, citazionistico della storia, la mescolanza di cultura alta e bassa concepita come gioco, intrattenimento, e non come gesto critico, conseguente estensione e riassemblamento orizzontale che preferisce il pastiche invece della profondità, pastiche che a differenza del quasi come della parodia dismette l’abito critico per rifagocitare il possibile al più nella chiave di un’ironia innocua.
Nell’orizzonte di fine secolo, ma la tendenza è visibile molto prima, la storia perde di significato e lascia il posto a una galleria di segni da riutilizzare a piacimento: la citazione diventa la cifra peculiare del postmodernismo.
L’io che il modernismo aveva lanciato contro ogni confine finisce per sgretolarsi e nel postmodernismo se ne raccolgono i cocci dispersi senza nessuna ambizione di ricomporli ma con l’allegria incosciente di una fine della storia che appare come un teatro mobile di simulacri – segni privi di realtà. Ma qui siamo già in Braudillard, laddove Jameson non rinuncia, pur con le ammaccature delle sue stesse onnivore elaborazioni, a uno straccio di utopia.
La crisi della coscienza storica esemplata nell’arte postmoderna non è un buon segno per il marxista Jameson – “Non si può permettere che il teorema ‘il mercato è nella natura dell’uomo’ resti incontestato”, scrive. Consapevole della difficoltà di una mappatura globale del mondo, della frammentazione esasperante delle sue forme, del soggetto sperso nella macina della globalizzazione e nella pervasività del Capitale, Jameson non si stanca di indagarne i tratti totalizzanti attraverso uno stile complesso, ambizioso, mai dimentico del valore politico: tale appunto da renderlo imprescindibile in qualsiasi discorso successivo sull’argomento.
Al punto che non gli sono state risparmiate critiche per certo supposto determinismo per il quale l’umanità postmoderna sarebbe semplicemente conformata ai dettami della realtà socioeconomica dominante.
La peculiare lettura diremmo sovrastrutturale che di una precisa fase storica compie Jameson, consapevole di agire dentro un sistema da cui è difficile liberarsi, risulterà decisiva per le riflessioni di intellettuali quali Mark Fisher, Slavoj Žižek, Terry Eagleton.
Gli esempi sono molteplici e per lo più sembrano smentire la accuse di determinismo prima citate. Verso il cinema di David Lynch (che non è Star Wars, ossia mero riciclo, frivolo bric-à-brac privo di storicità) Jameson mostra meno severità di quella che non risparmia a Warhol.
Il cinema di Lynch è descritto come “evento psichico”, in cui la decostruzione di una narrazione classica disegna la frammentazione della soggettività e dell’esperienza postmoderna, un’opera in cui si collassa allo stesso modo in cui l’uomo di questa fase storica precipita in un mondo fluido, illusorio, privo di profondità temporale, alienato.
Celebre anche l’analisi dell’opera architettonica di Frank Gehry, dalla casa di Santa Monica, visitata personalmente e giudicata al di sopra della media della produzione postmoderna per la sua capacità di inglobare una vecchia casa in una struttura nuova e mostrando un dialogo col passato non meramente esornativo o spettacolare ma rigenerante, al contrario di quanto accade col Museo Guggenheim visto dal critico come privo di densità storica.
Quanto alla letteratura, interessante direi per un lettore italiano che Jameson si affidi piuttosto che ai nomi canonici d’America (pur grandi, Pynchon o John Barth) a un maestro superficialmente confinato al “genere” criminale, E.L. Doctorow, scrittore – e superbo dialoghista – in realtà capace di rivitalizzare il presente attraverso una narrativa storica (da Ragtime a Il libro di Daniel) non immune da un’estetica postmoderna ma in grado di rivitalizzare quel confronto con la storia cui il postmodernismo aveva gran parte rinunciato.
Il libro è preceduto da una prefazione (con addenda) di Daniele Giglioli.
Michele Lupo
Fredric Jameson
Postmodernismo
ovvero La logica culturale del tardo capitalismo
Traduzione di Massimiliano Manganelli
Contributi di Daniele Giglioli
Einaudi
Collana Piccola Biblioteca Einaudi Ns
2026, pagine XLIV – 564
30 €