Qualche tempo fa, parlando del Festival di Cannes del 1997 [vedi la mia recensione de Il sapore della ciliegia di Kiarostami], mi avventuravo in una personalissima dichiarazione: “La giuria che dovrà assegnare i premi è presieduta da Isabelle Adjani (a modesto parere di chi scrive queste note, la donna più bella del mondo, almeno fino a qualche anno fa)”. Bene, gran parte del mio innamoramento per questa attrice, nasce proprio dal film di Andrzej Żuławski di cui scriverò oggi: Possession (1981).
Non posso però chiudere l’argomento Adjani, senza ricordare che per questa pellicola ha conseguito il premio come migliore interprete femminile a Cannes e un César (una sorta di Oscar del cinema francese, come in Italia il David di Donatello).

Ben strano, questo Possession. Se si vanno a spulciare le critiche di recensori ben più illustri di me, si trova che i giudizi variano sensibilmente: da una pietra miliare nella storia della Settima Arte a un raffazzonato complesso di immagini senza capo né coda.
La trama
Parto, per una volta, dalla trama e, per comodità, la divido in tre parti. Una prima abbastanza normale, quasi banale (un marito che torna a casa dopo diverso tempo e trova la moglie un po’ distante rispetto a prima); nella seconda cominciano ad affiorare, negli spettatori e in Mark (il protagonista maschile) dei dubbi riguardo l’infedeltà di Anna (ovviamente la moglie).
Ma è l’ultima sezione che rimanda a una spiegazione (che – oltretutto – rimane in fondo da chiarire) sul comportamento della donna. Non voglio spoilerare più di tanto, ma – dalla banalità dell’inizio – si arriva a un’evoluzione sorprendente: Anna ha avuto sì un amante (che è preoccupato quanto il marito), ma intrattiene una relazione con un mostro (opera del nostro Carlo Rambaldi), un mostro che probabilmente vuole simboleggiare qualcosa di più di un semplice artificio orrorifico.
Ed è questo il punto cruciale, perché Żuławski, autore anche del soggetto e della sceneggiatura (insieme con Frederic Tuten) grazie a questo ingresso del parapsicologico induce lo spettatore a vedere nella creatura una critica nei confronti di un mondo in disfacimento o, più semplicemente, la disgregazione del rapporto uomo donna. Il regista polacco parte infatti da una crisi di coppia per arrivare alla grande domanda sulla fede e sul caos, sul bene e il male, entrando nel campo dell’onirico e dell’inconscio.
Conoscevo uno che amava tutto e tutti, ed è morto in un mare di merda.”
Frase rivolta da Mark a uno degli agenti
La creatura
Żuławski utilizza in questa pellicola tutto il suo bagaglio cinematografico, fatto di dialoghi spesso incomprensibili, di personaggi molto particolari, di atmosfere spettrali. Senza dimenticare – cosa fondamentale – che tutta la storia è ambientata a Berlino quando ancora la città era divisa dal famigerato muro, che grava sull’intera vicenda.
Comunque lo si voglia interpretare, Possession conserva un estremo fascino visivo, esaltato dalla fotografia gelida di Bruno Nuytten e dai movimenti geniali della macchina da presa.
Anche per quanto riguarda l’aspetto orrorifico del film, fermo restando il merito indubbio di Rambaldi, il mostro viene intravisto poche volte e ha principalmente una funzione simbolica: la fine del nostro mondo.
Un’ultima considerazione mi porta a trattare della vita di Żuławski. Egli gira questo film in un periodo difficile (la fine del suo matrimonio) e – se non si vuole vedere negli ultimi fotogrammi una sorta di apocalisse – almeno è facile pensare che lo sforzo per rientrare in una vita normale del protagonista, sia uguale a quello incontrato dallo stesso regista.
La differenza tra la vita e il cinema è che io ho cercato di non chiudere il film sull’aneddoto maschio-femmina e ho aggiunto un piccolo strato che chiamerei lo stadio cinema. E il mostro è la conclusione logica non nella vita ma nel cinema.”
Andrzej Żuławski
Il regista
Żuławski, allora. Nasce nel 1940 a Leopoli, città della Polonia orientale, oggi in Ucraina, in una famiglia di grandi tradizioni letterarie. Muore di cancro nel 2016 a Varsavia.
Dopo la Seconda guerra mondiale il padre intraprende la carriera diplomatica e Andrzej passa due anni a Parigi, due a Praga, due a Varsavia e poi di nuovo a Parigi. Dopo il diploma in “montaggio cinematografico”, diventa assistente di Andrzej Wajda. Debutta con due opere per la televisione polacca, ma, quando la censura proibisce l’uscita del suo Diabel (Il diavolo, 1972), si trasferisce stabilmente a Parigi.
Dopo Possession, incontra ancora il successo con La femme publique (1984) e con un curioso Amour braque (1985). Curioso, perché è una frenetica trasposizione in chiave moderna e quasi gangster del romanzo L’idiota di Dostoevskij. La pellicola inoltre vede come attrice Sophie Marceau che da allora, per sedici anni rimarrà al fianco del nostro, spesso anche come protagonista dei suoi lavori successivi.
Come ho già evidenziato parlando di Possession, quello di Żuławski è un cinema deliberatamente provocatorio, caratterizzato da un nevrotico vitalismo e da un’accentuata sensualità.
Note e curiosità
Malgrado i premi vinti e la discreta accoglienza della critica, Possession non andrà molto bene al botteghino in Francia. A Parigi il film sarà visto da poco più di 135mila spettatori.
Alla consegna del Leone d’oro alla carriera a Venezia nel 2006, David Lynch [vedi Mulholland Drive] definì Possession la pellicola più completa degli ultimi trent’anni: horror metafisico, boutade onirico-visiva, opera provocante e malata.
Andrzej Żuławski viene definito un regista maledetto, per via dei film bloccati dalla censura del suo paese e della sua figura di esiliato. Quando inizia a scrivere la sceneggiatura di Possession si trova a New York, ospite di un amico produttore e per scrivere si rinchiude in una camera d’albergo.
Nella versione italiana la pellicola fu amputata di circa 46 minuti e il resto delle scene erano state rimontate in una successione che non rispettava il senso e la trama del film originale. Nel doppiaggio italiano era stato cambiato il significato della maggior parte dei dialoghi. Erano state sostituite le musiche originali e alterati i cromatismi del film in stampa.
La curiosità è che Żuławski, oltre che regista, è stato anche scrittore e che anche nei suoi romanzi è andato incontro a censure o ha fatto gridare allo scandalo.
Chiudo con una notazione psicanalitica. Il figlio di Anna e Mark, Bob, ha uno strano rapporto con la vasca da bagno: spesso, nel film, lo si vede in questo luogo e al termine della pellicola corre nella vasca e vi galleggia come morto (per davvero?). Non è necessario scomodare Freud per pensare al rifugio nel ventre materno.
L S D
Possession
- Regia e soggetto: Andrzej Żuławski
- Sceneggiatura: Andrzej Żuławski, Frederic Tuten
- Interpreti: Isabelle Adjani, Sam Neill, Margit Carstensen, Heinz Bennent, Johanna Hofer