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Voi siete qui: Biblioteca » Da Miraggi “Pabitele”: i racconti di Bohumil Hrabal

20 Febbraio 2026

Da Miraggi “Pabitele”: i racconti di Bohumil Hrabal

Deve essere uno spasso poter leggere Hrabal in originale – certo, vale per tutti i grandi scrittori, eppure ve ne sono che nell’eccentricità della lingua già dicono quella del mondo che raccontano.

Nel caso di Pabitele, ultima uscita italiana (editore Miraggi, lodevole marchio che sforna titoli belli che meriterebbero maggiore visibilità) è la stessa traduttrice, Barbara Zane, a ricordarci la complessità del lavoro. Il termine non ha un equivalente netto nella nostra lingua e indica qualcosa come sbruffoni. Gente che chiacchiera, insomma, che con la parola esagitata, concitata, irriflessa spesso copre le disavventure del vivere.

Quella di Hrabal è notoriamente scrittura erratica e iperbolica come i protagonisti dei racconti (l’edizione precedente era di Guanda, Vuol vedere Praga d’oro?), marginali, funambolici a modo loro che si muovono nella città magica ma privilegiando il registro comico alle preziosità barocche e misteriche di certa tradizione – nel celebre libro di culto dedicato alla città e ai suoi scrittori, il coté magico per l’appunto non consentì a Ripellino di soffermarsi più di tanto sul Nostro. Ma lo stesso slavista ne curò alcune edizioni, sottolineando gli aspetti stilistici legati al parlato – lì ne coglieva la cifra peculiare.

Del resto, la narrazione di Hrabal, qui e altrove, è fatta di personaggi che venderebbero le loro madri pur di non smettere di ciarlare, a vanvera se serve, a raccontare fole, testardi, ossessivi, uomini o donne che siano, verbigeranti avrebbe detto il Celati d’antan.

Così che per chiudere il cerchio con l’incipit, ce li godiamo lo stesso in traduzione, storie che sono soprattutto di personaggi, così invischiati nella carne e nel riso da avergli fatto guadagnare d’oltralpe l’appellativo di rablesiani.

Lettura ad avviso di chi scrive complicata dalla malinconia serpeggiante fra le storie. Milan Kundera, infatti, scrittore suo amico ma assai diverso, metteva in guardia: “Hrabal è il nostro Dostoevskij. La sua opera ha un’energia straordinaria, come un fiume che scorre. In ogni sua pagina c’è un’epica del quotidiano”. Come a rimarcare che a) il comico non è inferiore al tragico (anzi) b) che spesso lo sottende c) il nome del russo come garanzia di grandezza.

Questi pábitelé, smargiassi e grotteschi, timidi e beffardi vivono esistenze umoristiche, non prive di disperazione, capaci però di riscattare il quotidiano dalla sua insignificanza. Birra, fisse, sesso (non proprio felice, anzi tanto vaneggiato, immaginato in grande, quanto fallimentare negli esiti), sogni o idee strampalati, segnano queste vite.

Il macellaio divorato dalla gelosia, ad esempio, sembra pensare alla propria donna con la stessa insistenza con cui seziona la carne: il desiderio e la violenza si sfiorano senza mai esplodere davvero, restano lì, compressi, ridicolizzati dalla loro testardaggine.

Si ride, ma è una risata che resta un po’ in gola, perché quell’uomo non è un mostro, è uno che pensa troppo e male. C’è poi la storia claustrofobica del mercante di pelli che decide di dipingere tutto ciò che lo circonda: pareti, mobili, oggetti. Non lo fa per bellezza, né per arte, ma come se il colore fosse una toppa messa sopra una crepa che continua ad allargarsi. La casa diventa un organismo strano, saturo, quasi appiccicoso. Il gesto è assurdo, ma si intuisce anche una stanchezza profonda, il bisogno di coprire il mondo prima che il mondo divori lui.

In fondo l’eccentrico in Hrabal sembra essere il cuore del vero, non uno spostamento dalla norma – la prossimità a esistenze balorde diventa la chiave per avvicinare l’anima delle cose. Quello che i personaggi inseguono, per esempio i vecchi pensionati seduti accanto a un cementificio che urlano fra loro a chi farebbe meglio il lavoro dopo una vita passata lì dentro. Chiacchierano per non smarrire il senso, per afferrarlo, o anche per difendersene, per evitare di turbarsi con pensieri tremebondi come il vecchio notaio la cui dattilografa racconta dei suoi bagni nudi all’aperto.

Ancora, feste e balli sbilenchi, occasioni che deragliano, situazioni che finiscono in chiacchiere, dispute e ubriacature consolatorie – un’umanità che esorcizza la morte con la parola.

Strologare, variante lessicale mutuata dall’astrologia, ovvero del dire lo scarto da ciò che è e ciò che potrebbe, si vorrebbe essere, è il destino dei pábitelé che abitano meno la Praga magica barocca e esoterica e più le zone liminari di fabbriche e fonderie che ne condividono le fumisterie di una città letteraria come poche. E Hrabal ne è stato uno dei cantori per eccellenza.

Michele Lupo

Bohumil Hrabal
Pabitele
Traduzione di Barbara Zane
Miraggi Edizioni
Collana NováVlna
2026, 288 pagine
23 €

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