Fino al 31 gennaio al Teatro Binario 7 di Monza si può vedere in prima nazionale l’Othello di William Shakespeare nell’adattamento di Alessandro Loi che sul palcoscenico interpreta, senza sbavature, il crudele e cinico Jago.
Si tratta di una versione “asciugata” della celebre tragedia: attraverso l’utilizzo di videoproiezioni i personaggi in scena sono ridotti ai quattro protagonisti, la doppia coppia Othello – Desdemona, Jago – Emilia. È il mancato luogotenente, l’alfiere Jago a tirare le fila della storia. Indossa la candida uniforme della marina, ma è un ufficiale tutt’altro che gentiluomo.
Il generale Othello questa volta non ha la pelle scura (una tendenza sempre più diffusa, non solo perché politically correct). Un tatuaggio tribale sul viso e una veste nera sono gli elementi distintivi del Moro, gli unici a rivelarne la natura straniera.
Ma a ben vedere, la sua disposizione sul palcoscenico ne segnala l’alterità, attraverso la sottolineatura della distanza fisica, della separazione rispetto agli altri, biancovestiti.
La scenografia è minimale, ridotta a due semplici panche che di volta in volta si trasformano in nascondiglio, talamo nuziale e letto di morte, mentre il commento musicale di Matteo Palladini fa da sottofondo continuo alla trama.
Annichilito da quello che reputa un tradimento, il padre di Desdemona è il primo a gettare nel cuore di Othello il seme del dubbio sulla fedeltà della moglie (la voce del doge che riporta in primo piano gli interessi di Venezia è quella di Gianrico Tedeschi). In questo momento però il Moro è al colmo della gioia e nel punto più alto della sua parabola, ignaro che da lì in poi affronterà prima un lento declivio e poi un folle tuffo nell’angolo più buio della sua anima. Che dannerà, non per troppo amore, ma per un’insana concezione dell’amore stesso.
Certo, Jago è colpevole di avergli inoculato il veleno della gelosia, ma questo non avrebbe fatto effetto se non avesse trovato nel cuore del Moro terreno favorevole, pur se vergine (ancora alla fine Othello si vanta di non aver avuto un carattere “per natura” geloso…).
La colpa più grave di Jago è invece quella di aver prostituito la propria volontà, al servizio di fini subdoli e distruttivi. “I nostri corpi sono giardini e il giardiniere è la nostra volontà”: così riassume la propria filosofia di vita. Ma anch’egli sarà dannato e maledetto da colei che l’ha veramente amato, non ricambiata.
Proprio le parole di sua moglie Emilia (un’ottima Cinzia Spanò) sono quelle che, ogni volta, mi colpiscono maggiormente. Non solo nell’analisi disincantata dell’inesauribile appetito maschile (“gli uomini sono stomaco e noi siamo solo cibo”), ma soprattutto nella “tirata” sull’identica natura che accomuna uomini e donne, che mi ricorda l’autodifesa dell’ebreo Shylock nel Mercante di Venezia.
Ma un ebreo non ha occhi? Un ebreo non ha mani, organi, misure, sensi, affetti, passioni, non mangia lo stesso cibo, non viene ferito con le stesse armi, non è soggetto agli stessi disastri, non guarisce allo stesso modo, non sente caldo o freddo nelle stesse estati e inverni allo stesso modo di un cristiano? Se ci ferite noi non sanguiniamo? Se ci solleticate, noi non ridiamo? Se ci avvelenate noi non moriamo?
Tutti gli uomini nascono uguali e provano gli stessi sentimenti e soffrono per le stesse passioni.
Una verità così patente e semplice sembra paradossalmente sfuggire anche agli spiriti più elevati.
“Al tempo della cavalleria, o per meglio dire dei romanzi, tutti gli uomini erano valorosi, tutte le donne erano caste”; e sebbene quest’ultima virtù si acquisti e conservi con molta maggior difficoltà della prima, è però attribuita quasi senza eccezione alle mogli degli antichi Germani.
Così l’illuminista Gibbon, duecento anni dopo Shakespeare, con una spessa pennellata di pregiudizio dipingeva l’universo femminile, non soltanto dei Germani, ma tout court.
Un piccolo inconveniente tecnico ha costretto Alessandro Loi a interrompersi brevemente e poi a ripetere alcune battute della scena in cui il suo Jago provoca Cassio e non perfetta mi è sembrata la sutura del taglio della parte riferita a Bianca, l’amante di Cassio, tanto che le parole di derisione che le rivolge il luogotenente sembrano indirizzate a Desdemona non soltanto al geloso Othello, ma anche agli stessi spettatori che, se non conoscevano bene il testo, si sono persi il collegamento narrativo e il gioco di prestigio effettuato da Jago.
Diego Facciotti è bravo a rendere la rabbia animalesca che prima s’impadronisce di Othello e poi si scaglia contro la povera Desdemona, a cui Silvia Giulia Mendola regala due occhioni da cerbiatta che si spalancano per la sorpresa prima ancora che per la paura. E quando proverà la sensazione di pericolo, per lei sarà troppo tardi.
Saul Stucchi
Foto di Chiara Venegoni
OTHELLO
- di William Shakespeare
- regia: Alessandro Loi
- con: Diego Facciotti, Alessandro Loi, Silvia Giulia Mendola e Cinzia Spanò
- la voce del Doge è di Gianrico Tedeschi
- con la partecipazione in video di Pierre Bresolin, Geremia Longobardo, Paolo Perinelli
- costumi: Maria Stefania Trovato
- musiche: Matteo Palladini
Biglietti: intero 18 €; ridotto 12 €
Orari:
- venerdì 29 gennaio, ore 21.00
- sabato 30 gennaio, ore 21.00
- domenica 31 gennaio, ore 16.00 e ore 21.00
Teatro Binario 7
Monza
Informazioni e prenotazioni:
Tel. 039.2027002
www.teatrobinario7.it