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Voi siete qui: Teatro & Cinema » Recensione di “Malagrazia” di Giuseppe Isgrò

1 Maggio 2018

Recensione di “Malagrazia” di Giuseppe Isgrò

Edoardo Barbone e Daniele Fedeli in "Malagrazia"

Lo spettacolo “Malagrazia” di Giuseppe Isgrò, andato in scena dal 27 al 29 aprile, ha aperto l’edizione 2018 del ciclo “Nuove Storie” del Teatro Elfo Puccini di Milano. La rassegna, curata da Francesco Frongia, quest’anno è dedicata al tema della famiglia, raccontata attraverso sette spettacoli allestiti da altrettante compagnie ospiti.

La famiglia di Malagrazia è composta da due fratelli gemelli, Carmelo (Melo) e Sebastiano (Bastiano) che si presentano al pubblico che prende posto nella sala Bausch intenti a un atto di onanismo, per nulla distratti dal suono di una sirena. Dal soffitto di quella che scopriamo essere la loro camera (senza finestra) pendono e incombono le ossa di un bacino.
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I due non stanno fermi un attimo, proprio come due fratellini che non riescono a prendere sonno in una notte d’estate e si sfiniscono di scherzi, punzecchiature e provocazioni, dubbi e domande, si raccontano sogni e incubi. Malagrazia è uno spettacolo molto fisico, fatto di movimenti inconsulti, di salti, di danze sfrenate, di piedi che battono per terra e alla fine Edoardo Barbone e Daniele Fedeli ricevono gli applausi del pubblico in un bagno di sudore.

Daniele Fedeli ed Edoardo Barbone in "Malagrazia" di Giuseppe IsgròAlle parole e ai movimenti si aggiungono gli impulsi sonori che i due fanno emettere a piccoli altoparlanti piazzati sul palcoscenico, a esprimere le tensioni emotive che battono nel loro cuore (l’architettura del suono è di Stefano De Ponti).

La morte dei genitori – trauma che ha segnato la loro infanzia – non è stata elaborata; appartiene a un passato confuso quanto il presente, fatto di continui scatti, come fossero scariche elettriche. I dialoghi esplorano la dialettica e la dinamica dei rapporti tra i due fratelli, a cominciare dal problema dell’identità, esemplificato dall’agognata comparsa della peluria della prima barba.

La cameretta è rifugio e insieme prigione claustrofobica, mentre “fuori muoiono a ciclo continuo”, isola da cui scappare o in cui rintanarsi, in attesa che nasca una nuova razza di esseri che popoleranno il mondo.

Via via il linguaggio si intorpidisce e il filo della trama si contorce, tra citazioni scespiriane (la celeberrima orazione di Marco Antonio al funerale di Cesare) e riferimenti a Carlo Giuliani, tra mosche, farfalle e uomini-pesce.
Saul Stucchi
Foto di Giovanni Filippi

Malagrazia

  • ideazione e regia Giuseppe Isgrò
  • drammaturgia Michelangelo Zeno
  • cura del progetto Francesca Marianna Consonni
  • con Edoardo Barbone, Daniele Fedeli
  • architettura del suono Stefano De Ponti
  • produzione Phoebe Zeitgeist

Teatro Elfo Puccini
Corso Buenos Aires 33
Milano

Informazioni:

www.elfo.org

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