Non essendo mai riuscito a imparare a memoria una sola poesia (nemmeno A Silvia, per dire), invidio da sempre l’abilità degli attori di memorizzare centinaia e centinaia di parole e battute. Spesso di più di uno spettacolo alla volta, pronti a esibirsi a rotazione in questo o in quel lavoro, a seconda del cartellone.
La settimana scorsa a Treviglio, nel chiostro della Biblioteca Civica, ho però ammirato un’altra dote, indispensabile per gli interpreti, soprattutto durante la stagione estiva: la resistenza. Luigi D’Elia, infatti, ha recitato per settanta minuti il suo monologo La luna e i falò – liberamente ispirato al romanzo di Cesare Pavese, pubblicato nella primavera del 1950, appena qualche mese prima della tragica morte, di cui ieri ricorreva l’anniversario – in un clima torrido.

Quella di martedì 22 agosto è stata probabilmente la serata più calda dell’anno, almeno nella bergamasca, e la camicia bianca madida di sudore di D’Elia a fine spettacolo era la testimonianza più vivida di quanto fosse stata dura la prova per lui.
Gli altrettanto caldi applausi del pubblico – il chiostro era gremito per la XXI edizione del Festival DeSidera – l’hanno certamente ripagato della fatica per la tappa che andava a chiudere la tournée dello spettacolo. Io ero seduto poco più indietro rispetto alla metà delle file di sedie e quindi non ho potuto apprezzare la mimica facciale dell’interprete, come invece avevo avuto modo di fare l’anno scorso assistendo a Tarzan ragazzo selvaggio, in occasione del Festival della Biodiversità di Milano.
Anche a Treviglio, comunque, ho potuto apprezzare almeno la gestualità, soprattutto delle mani quando D’Elia le avvicina alle orecchie. Alcuni di quei gesti mi hanno riportato alla mente i movimenti di Tarzan. L’accostamento sembrerà meno peregrino di quanto non appaia a prima vista quando il lettore consideri il ruolo della natura nell’opera di Pavese, ne La luna e i falò in particolare.
Accompagnati per mano – è il caso di dire – da D’Elia noi spettatori abbiamo fatto un viaggio nel tempo e nello spazio, proprio come il protagonista Anguilla. E come lui, abbiamo ritrovato Nuto, uguale e diverso rispetto a come l’aveva lasciato, e conosciuto Cinto. E naturalmente abbiamo sentito parlare della luna e dei falò, della guerra e dei suoi morti che tornano ancora a farci visita.
Colpiscono come frustate le parole di ieri che sembrano parole di oggi. Sia detto di passaggio, alla fine della recita una spettatrice davanti a me si è soffermata su un post di un social in cui campeggiava l’aquila nazista. La distanza mi ha impedito di leggere il testo e di comprenderne il contesto, ma il fatto che la signora non abbia applaudito all’invito di D’Elia a mandare a quel paese i confini mi ha fatto pensare… Le ceneri bruciano ancora, anzi, diventano sempre più calde e pericolose da maneggiare.
Se la letteratura e il teatro servissero a qualcosa, non saremmo perennemente sul baratro dell’abisso. Ma è di un qualche conforto che anche in una sera d’estate torrida centinaia di persone si ritrovino a partecipare a un rito civile.
Prossimamente tornerò a parlare di Luigi D’Elia a proposito del libro La scuola più bella che c’è. Don Milani, Barbiana e i suoi ragazzi che ha scritto con Francesco Niccolini e Sandra Gesualdi per Mondadori.
Saul Stucchi
Foto di Michela Cerini
La luna e i falò
Time never dies
Liberamente ispirato a La luna e i falò di Cesare Pavese
Di e con Luigi D’Elia
Regia Roberto Aldorasi
Produzione Compagnia INTI di Luigi D’Elia e Archètipo
Martedì 22 agosto 2023 ore 21.00
Chiostro della Biblioteca Civica
Via dei Facchetti 14
Treviglio (BG)