Cile, dove nasce, Brasile, dove trascorre l’infanzia, l’Argentina, l’approdo decisivo, quello che gli cambia la vita. Vita fino a quel momento movimentata in virtù del lavoro del padre milanese, dirigente Fiat, che si sposta ovunque il suo lavoro lo richieda, e segnata tragicamente dalla prematura scomparsa di un bambino, il fratello Robertino. Ma l’evento determinante arriva quando ha poco più di vent’anni – Marco Bechis viene sequestrato dagli scherani di una delle dittature più atroci del secondo ‘900.
Negli anni ’70, l’Argentina del militare Videla fu terra (e, come qualcuno ricorderà, cielo e mare) di massacri quotidiani (cose analoghe avvennero in verità un po’ in tutto il Sud America). Il regista di “Garage Olimpo” ricostruisce la sua biografia alternando i toni del thriller (all’inizio specialmente), del racconto storico e del romanzo di formazione in “La solitudine del sovversivo” (edito da Guanda).

Bechis torna dunque alla matrice delle sue ossessioni, a un giorno dell’aprile 1977, a Buenos Aires, quando, fuori della scuola in cui studiava per diventare maestro elementare i sequestratori al servizio del regime lo sequestrarono, lo cacciarono in un Ford Falcon e lo condussero, bendato, in una di quelle camere della tortura che il più delle volte segnavano solo una tappa terribile prima del volo della morte: destino di migliaia di desaparecidos che vennero buttati nel Mar de la Plata.
Vicino idealmente alle ragioni degli oppositori, amico di alcuni di loro, Montoneros per lo più (appartenenti al Movimento Peronista Montonero, ndr), ma altrettanto lontano perché per nulla convinto dell’opportunità di una guerra armata che non avrebbero mai potuto vincere, il futuro regista per quattro mesi vivrà l’inferno dei garage sotterranei, legato nudo su un letto di ferro con la minaccia incombente della tortura, circondato dalle urla degli altri prigionieri, dalla radio, e dal rumore della pallina di ping-pong che rimbalza sul tavolo dove si rilassano i carcerieri.
Il centro nevralgico che calamita l’attenzione del lettore delle prime pagine è la picana, l’ordigno elettrico preferito per torturare i prigionieri, in balia dell’aguzzino che crede di dover fare “il suo dovere” – come già visto in “Garage Olimpo”: “legato qui, nudo su un tavolo di ferro, con le gambe spalancate e i genitali a disposizione di chiunque”.
Alternando tempi e ritmi, quelli del sequestro e il contrappunto delle vicende famigliari, la tensione inevitabile della famiglia con la decisione del padre di tornare in Italia e il conflitto che presto s’indurisce perché Marco è in Argentina che vorrebbe partecipare alla vita adulta, il libro si apre un movimento spazio-temporale continuo. Bechis dapprima prova – inutilmente – a ripercorrere i passi del padre iscrivendosi alla facoltà di Ingegneria di Milano, ma presto la pressione, il bisogno di conoscere “le vene aperte dell’America Latina” (cfr. Eduardo Galeano), lo spinge a farvi ritorno, a compiere un viaggio “sulle orme del Che”.
L’urgenza storica del momento è forte, ma Bechis è assai perplesso sull’opzione della lotta armata; così il suo modo di partecipare al desiderio del cambiamento, del bisogno di giustizia, trova sfogo nella decisione di fare il maestro elementare in Sud America. Erano quegli anni lì, in cui chi non partecipava poteva sentirsi in colpa – e il senso di colpa aleggia anche qui.
Anche qui emerge la sindrome del sopravvissuto (e l’immedicabile solitudine che ne deriva), perché Bechis si salva, ovviamente, grazie alle conoscenze di un padre importante che potrà farlo uscire dal sotterraneo in cui è rinchiuso. In questo movimento fra le ragioni private e la dimensione pubblica della Storia, difficile da risolvere, sembra agire la biografia di Bechis.
Lo testimonia l’incontro fallimentare con Borges nel 1985: il grande scrittore rifiutò l’idea di fargli fare un film dai suoi racconti ed eluse le domande sulla dittatura. Del resto, Borges era molto anziano, sarebbe morto l’anno dopo, e molto gli era costato aver capito e condannato troppo tardi il regime di Videla. Peraltro, decenni prima, non aveva sopportato nemmeno Peron, l’originale, figuriamoci la sua versione marxista (quella dei Montoneros, ndr), ma questa è un’altra storia.
Michele Lupo
Marco Bechis
La solitudine del sovversivo
Guanda
Collana Narratori della Fenice
2021, 348 pagine
18 €