La vita è una matassa “impicciata”, nella quale ciascuno di noi cerca – spesso invano – di trovare il filo. Lo cercano anche i personaggi del romanzo breve (o racconto lungo) “Le deboli”, opera prima di Flora Fusarelli, pubblicato da 4 Punte Edizioni nella collana Le matite (lascio al lettore la curiosità di scoprire l’origine del nome dell’editore).
Protagonista ne è Anna o Annuccia, una ragazzina che ci viene subito presentata dall’autrice nelle sue caratteristiche distintive. Anna osserva il paesaggio che le sta intorno, riflette e sogna. Manifesta amore per la natura e per la vita che pulsa. Pochi anni dopo guarderà quegli stessi paesaggi con occhi diversi, nuovi, lavati da lacrime amare.

Vive in un paesino dell’entroterra abruzzese la cui povertà atavica è aggravata dalle ristrettezze del tempo di guerra. Siamo infatti nei primi anni Quaranta.
Tutto sembra uguale a se stesso: le stesse facce, le stesse voci, le stesse storie. Tutti conoscono tutti e sanno tutto di chiunque. Ci si sopporta, ma nei momenti peggiori ci si supporta come si fa tra fratelli, tra compagni, tra familiari. Tutto però si modifica con quei minuscoli e costanti cambiamenti che a poco a poco finiscono per mutare le epoche”.
Il paesino è “una casa gigante piena di stanze”, un microcosmo con i suoi vantaggi e svantaggi (personalmente concordo con il proverbio spagnolo “Pueblo chico, infierno grande”). Annuccia ci si muove libera, mentre il suo corpo cresce e si trasforma, così come la mente.
I personaggi
Ogni breve capitoletto è intitolato a un personaggio. Veniamo così a conoscere Domenico o Minicuccio, un ragazzo che sceglie lo studio per non sporcarsi con la terra e la camicia nera per non partire per il fronte. E poi Giovanni, il padre “invisibile” di Anna. Ma soprattutto la madre e la nonna della protagonista, rispettivamente Vincenza e Maria. Rappresentano in qualche modo la storia (se non la Storia) delle donne. Trasmettono la vita, tengono insieme la famiglia, reggono il peso del lavoro e della miseria molto meglio degli uomini. “Le femmene sò quele ch’ riggen je munn”. Sono loro a imprimere, con le scelte e i sacrifici, i cambiamenti di cui sopra.
Le due figure maschili appena menzionate sono in qualche modo bilanciate da personaggi più positivi: il sor Luigi, da sempre innamorato – ricambiato – di Vincenza, ma costretto a sposare Carilde, e Lino, il figlio del macellaio, innamorato di Annuccia.
È infatti l’amore il filo della matassa “impicciata” de “Le deboli”. “Alla base di tutto c’era l’amore: cercato, rifiutato, usato, sospirato, inespresso”. Ma anche sognato, negato, vissuto di nascosto, oltraggiato.
Nei pochi anni del passaggio da ragazzina a donna Annuccia avrà modo di vedere sulle persone che le vivono intorno gli effetti della presenza e dell’assenza dell’amore. Il padre, assillato dal dubbio sulla sua paternità, passa la giornate all’osteria. La madre è arrabbiata con la vita, tanto da portare il lutto per quella che le è toccata: dalle botte del padre a quelle del marito. “Sempre a testa bassa a lavorare, a testa bassa a pulire casa, a testa bassa a prendere l’acqua alla fontana, a testa bassa a lavare i panni”.
La nonna schiuma di fatica al forno ma almeno lì si sente libera e soddisfatta del suo lavoro. Ma fuori è come le altre. “Stava zitta perché sapeva che doveva stare zitta. Stava zitta perché le donne più stavano zitte e meno schiaffi si pigliavano”.
A ciascuno il suo
Alle frasi in dialetto che punteggiano i dialoghi, coloriti e sapidi, si intrecciano massime e proverbi: a ciascuno il suo. “Chi mi battezza m’è compare”, ripete Minicuccio. “Quel che t’ magni resputi” riconosce Vincenza. “N’om senza sordi e senza terre ch’ om è?” si domandava – da sempre – i padri di famiglia.
La parola chiave della società ritratta dall’autrice ne “Le deboli” è “dovere”. Ci si sposa perché si deve e il matrimonio è una questione di decoro. Per Luigi “fare il marito era come andare a lavorare. Lo faceva perché lo doveva fare”. Così come in seguito avrebbe dovuto “stare zitto e buono, senza fiatare”. La sicurezza è anteposta alla felicità.
Tutto sembra già deciso, come sempre. Eppure le cose cambiano, poco per volta, magari senza produrre segni visibili, altre volte invece con piccole rivoluzioni di grande impatto che tracciano un nuovo futuro.
Naturalmente qui non svelerò come si sbroglierà il groviglio di fili “impicciati” attorno ad Annuccia. Mi interessa invece menzionare un altro paio di temi che le vicende dei personaggi fanno emergere nelle pagine de “Le deboli”: l’ingiustizia e il dolore. Sperimentati da tutti, sono però soggetti essi stessi al lavoro del tempo (“Il tempo, grande scultore”, per dirlo con Marguerite Yourcenar). Qualcuno riesce a ritrovarsi dopo una fase di disorientamento in cui ha perso o ha visto crollare i punti di riferimento di una vita, qualcun altro, invece, si perde definitivamente e tragicamente.
Annuccia avrà modo di imparare tante lezioni (e come, se non attraverso il dolore?), compresa questa: che il tempo decide da solo quanto durare, senza preoccuparsi di gioie e patimenti degli esseri umani. Constaterà anche – e noi con lei, se già non ce ne fossimo accorti nella vita reale – che le donne sono tutt’altro che deboli.
PS: ho letto “Le deboli” insieme ai “Promessi sposi”, di cui ho intrapreso la terza lettura all’inizio dell’estate, al ritmo di dieci pagine al giorno. L’ho portata a conclusione proprio oggi, con la pagina 864 della “Storia della Colonna Infame”. Non mi azzarderò a proporre alcun accostamento tra le due opere. Tuttavia non riesco a non pensare che Annuccia è una Lucia che sperimenta anche nel corpo la violenza dell’oltraggio. A vegliare qui non c’è la Provvidenza, tanto cara al Manzoni. Qui sono le donne che fanno la storia.
Saul Stucchi
Flora Fusarelli
Le deboli
4Punte Edizioni
2021, 128 pagine
12,90 €