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Voi siete qui: Biblioteca » Il calamaro gigante è un libro da leggere ad alta voce

24 Giugno 2021

Il calamaro gigante è un libro da leggere ad alta voce

“Il calamaro gigante è un libro da leggere ad alta voce”. Così Fabio Genovesi definisce il suo nuovo libro, pubblicato da Feltrinelli lo scorso 6 maggio.

“Il calamaro gigante” è un testo pensato, elaborato, costruito negli anni. L’autore, durante la sua presentazione presso la “Libreria Il Gabbiano” di Vimercate (MB), ha confessato che, nonostante si tratti della sua ultima opera in termini di stesura e pubblicazione, l’idea di scrivere questo libro risale a molto tempo fa. Nasce quando Fabio frequenta la prima elementare e ancora non sa né leggere né scrivere.

La maestra assegna agli alunni il compito di disegnare il loro animale preferito. C’è chi disegna un cane, chi un gatto, chi una tartaruga. Fabio disegna il calamaro gigante. Un disegno che scatena le risate dei compagni e della stessa maestra. Come può questo animale inesistente essere il preferito di un bambino di sei anni? Domanda sbagliata. Quella corretta è: chi ha detto che il calamaro gigante non esiste?

Fabio Genovesi, Il calamaro gigante, Feltrinelli

Io ve lo devo dire: il calamaro gigante esiste. E fidatevi, non si tratta di spoiler. La vera scoperta, infatti, non sta nell’esistenza del calamaro gigante. Ciò che conta è comprendere perché non crediamo che questa creatura possa davvero esistere. Perché la consideriamo solo una storia. Fabio ce lo racconta. Lo fa unendo ricordi, aneddoti di quotidianità, leggende e curiosità. Creando una storia fatta di tante storie.

La profondità del mare

L’acqua occupa tre quarti della Terra e costituisce più della metà del nostro peso corporeo. Tutto viene dal mare, anche noi. Guardiamo il mare e ci illudiamo di conoscerlo. In realtà, del mare, non sappiamo niente. “Passiamo le vacanze in spiaggia a sudare e farci le foto e guardarlo, ma in realtà non lo vediamo nemmeno. Quella stesa davanti a noi è solo la sua buccia, la sua pelle salata e luccicante”.

Sotto la sua superficie, si trova un mondo magico e meraviglioso, la cui esistenza quasi ci spaventa. La cosa strana è che non dovremmo esserne spaventati, ma felici: il mare nasconde storie di persone che non hanno smesso di seguire i loro sogni, avventure incredibili che sono pezzi di storia e umanità. “Il calamaro gigante” ci porta in viaggio, tra spiagge e abissi, alla scoperta delle meraviglie della natura e dell’umanità, alla ricerca della storia più sorprendente, la realtà. Perché stando sotto la superficie, si può imparare tanto e si possono conoscere le storie che parlano di noi.

Ad alta voce

“Solo storie? Ma come si fa a mettere la parola solo davanti alle storie?”

Non siamo più abituati ad ascoltare, in generale. Ancora meno, nel mondo in cui viviamo, siamo abituati ad ascoltare le storie. O a raccontarle, soprattutto da adulti: poco tempo e poca pazienza. La frenesia che anima le nostre giornate ci fa credere di essere grandi e forti, ma in realtà non fa altro che renderci piccoli e deboli. “Il calamaro gigante” è una denuncia costruita attraverso le storie. È un racconto ad alta voce di avventure quotidiane e incredibili, piccole e uniche. Ci spiega e insegna a vedere quanto è grande e sorprendente il mondo in cui viviamo.

“Le storie si muovono insieme a noi, in cima al mondo e in fondo al mare e dappertutto. Si scrivono minuscole, ma sono come le formiche: piccole ma insieme diventano meraviglie. Sono tanto strane, sono tanto belle, tutte uguali e ognuna irripetibile. Le storie siamo noi. Le storie siamo noi”.

Siamo figli delle storie, eppure ci limitiamo a conoscere solo la Storia, quella con la “s” maiuscola. Alle altre non diamo peso. Come ha detto l’autore all’evento di presentazione del libro, preferiamo credere a favole tristi, fare il gioco dei travestimenti, dando importanza a rispetto, carriera, successo, piuttosto che riconoscere il valore di ciò che ci ha fatto nascere e crescere. Non raccontiamo e non ascoltiamo le storie e così mettiamo in pericolo il nostro presente e distruggiamo il futuro.

Le storie sono troppo grandi per le vite che abbiamo oggi. Siamo rinchiusi nelle piccole cose e non godiamo di ampie vedute. E pensare che basterebbe così poco per vedere molto di più e molto più lontano.

La giusta lampadina

Fabio Genovesi ha imparato questa importante lezione durante un’estate trascorsa tra i monti e i boschi della Garfagnana. Scopre che la nonna ha deciso di trasferirsi a vivere in quel luogo sperduto per il nonno, morto qualche anno prima: in quella casa, dove avevano trascorso anni felici insieme, lei riesce a sentire la sua voce, a parlare con lui, a vederlo nel buio. Una presenza che svanisce con la luce, motivo per cui Fabio, spaventato, rifugge dall’oscurità. Una sera la nonna lo invita a sedersi sotto il porticato con lei, ad alzare lo sguardo e a spegnere la luce. E così, si accende il cielo. Un cielo pieno di stelle, che è sempre stato lì, sopra di lui e di noi, ma che era coperto e invisibile ai suoi e ai nostri occhi.

“Accendiamo una lampadina e pensiamo che ci illumini, invece ci abbaglia e basta, una lucetta da due soldi ci nasconde le stelle e tutte le meraviglie del mondo. […] Le stelle esistono, Fabio, e anche tante altre cose così favolose e più vicine, però non vediamo nemmeno quelle”.

Un cielo e un mondo coperto dai ragionamenti, che ci portano via le emozioni e i sentimenti, facendoci perdere tutta la bellezza. Occorre, quindi, tenere la luce spenta, mettere a tacere la ragione, che spesso a poco serve: ciò che riesce meglio è ciò non viene programmato. Il treno passa una volta sola e spesso è meglio perderlo per farci guidare dalla vita, che passa quando vuole. E quando deve.

“La vita è un mucchio di cose a caso che ti rotolano addosso tutte insieme, ma se ti volti un attimo indietro e guardi come sei arrivato fino a qui, vedi che i momenti importanti sono successi precisi quando dovevano, a disegnare la tua strada”.

Mare, partenza e arrivo

Tutto nasce dal mare e tutto ritorna nel mare. Anche quello che non gli appartiene. Anche i rifiuti, che fanno nascere nuove isole. Nel 1997, Charles Moore, di ritorno da una regata in Australia, si trova con la sua barca in mezzo a uno di questi agglomerati galleggianti di spazzatura, che riuscirà a superare solo dopo una lunga settimana di navigazione.

Quest’isola, situata tra Giappone e Hawaii, è grande un milione e mezzo di chilometri quadrati (quasi cinque volte l’Italia) ed è formata da ottantamila tonnellate di rifiuti, per la maggior parte di plastica. Ciò che gli esseri umani gettano via ogni giorno, viene trasportato dalle correnti oceaniche e crea queste isole, che sembrano impossibili e tuttavia esistono.

Buttare via. Via dove esattamente? La cosa più assurda di tutta questa vicenda non è l’isola di spazzatura, ma il fatto che l’uomo, per gli oggetti usa e getta, ricorre al materiale più longevo, praticamente eterno, che esista: la plastica. Un paradosso, una cosa impensabile, eppure ci ostiniamo a credere che la plastica, una volta gettata, sparisca. Invece no: lei resta, viaggia, entra nelle nostre case, se ne va, che sia per un momento o per un lungo periodo, per poi rientrarci nuovamente. Entra a far parte del nostro pianeta, e anche se noi non la vediamo, la plastica c’è e ci avvelena. È una storia che si ripete e conosciamo da tempo, ormai. Una storia che, però, non cambia. Anzi peggiora.

La giustificazione a questa situazione è che la plastica costa poco, mentre le alternative più ecologiche costano troppo. Decidiamo così di continuare ad avvelenarci, invece di trovare una soluzione. Non pensiamo che il mondo siamo noi. Non è altro, non è diverso. Siamo una cosa sola con tutto, dal calamaro gigante al mondo. Dobbiamo pensare a noi, ai nostri figli, ai figli dei nostri figli. Ai figli di tutti. Questa è la parte più difficile: pensare ai bambini di oggi e a quelli che devono ancora nascere. Dovremmo “sperare che possano crescere e diventare migliori di noi: per resistere meglio, bisogna esistere meglio”.

Allora partiamo, viviamo le avventure, raccontiamo e ascoltiamo le storie. E prendiamo coraggio, ripetendo a gran voce: calamaro gigante.

Libro mio, tuo, nostro

Fabio Genovesi sostiene che un libro non appartenga solo al suo autore. Un libro è di chi lo scrive, di chi lo legge e lo fa leggere, di chi lo legge e ne dà un’interpretazione. E io non posso che essere d’accordo con lui. Condivido questo suo pensiero, che è anche il mio: racchiude l’essenza della lettura e il senso della scrittura.

Ogni libro, una volta letto, diventa un po’ anche nostro e dobbiamo decidere cosa farne: tenerlo, regalarlo, consigliarlo, eliminarlo dalla libreria. Qualsiasi cosa decidiamo di fare, quel libro avrà comunque lasciato una traccia, che sia positiva o negativa.

“Il Calamaro gigante” è un libro che ci appartiene. Parla della natura e dell’essere umano. È un piccolo manuale di istruzioni per una vita se non migliore, almeno più felice. Per questo deve essere letto. Nessuna parola è lasciata al caso e ogni pagina è uno spunto di riflessione.

Il calamaro gigante ci aiuta a scavare dentro e intorno a noi, ad abbattere i muri che abbiamo costruito nel tentativo di andare sempre più in alto, distaccandoci da quella che è la realtà autentica. È la giusta luce. È il rastrello che muove il terreno, lascia ciò che è buono e toglie ciò che inquina. È il coraggio di provare a fare ogni giorno piccole cose, eliminando la corazza di scuse, paure e sogni abbandonati dentro la quale ci rifugiamo. Il calamaro gigante è raccontare quanto è incredibile il mondo in cui viviamo.

“Perché se esiste davvero il calamaro gigante, non c’è più un sogno che sia irrealizzabile, una battaglia inaffrontabile, un amore impossibile”.

Ilaria Cattaneo

Fabio Genovesi
Il calamaro gigante
Feltrinelli
Collana I Narratori
2021, 144 pagine
14 €

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